Città della Pieve: Inaugurata la nuova sede della Caritas diocesana. Il cardinale Gualtiero Bassetti: «Sono ambienti decorosi, rispettosi e pieni di calore umano»

«Dare una sede dignitosa alla Caritas, perché la Carità è il fondamento della vita della Parrocchia, è quello che è stato fatto a Città della Pieve nel ristrutturare i locali in disuso da tempo del complesso del Santuario diocesano della Madonna di Fatima». Lo ha sottolineato all’inizio del suo intervento il cardinale Gualtiero Bassetti, nel pomeriggio della solennità dell’Immacolata Concezione (8 dicembre), all’inaugurazione della nuova sede Caritas parrocchiale con il Centro di ascolto e il servizio di distribuzione prodotti alimentari di prima necessità, vestiti e materiale scolastico e ludico per bambini, alla presenza del sindaco Fausto Risini, del direttore della Caritas diocesana il diacono Giancarlo Pecetti, del parroco don Simone Sorbaioli e di numerosi parrocchiani. «Sono ambienti decorosi, rispettosi e pieni di calore umano – ha proseguito il cardinale –. Come ci preoccupiamo dell’oratorio e delle sale per il catechismo, così le persone in difficoltà devono trovare quel rispetto e quell’accoglienza che esse meritano e che rende anche la Caritas più accettabile perché chiedere un aiuto è un atto di umiltà».

Il sindaco Risini, nel portare il saluto dell’Amministrazione comunale, ha detto che «fa onore a questa città, che vuole essere accogliente e sente la necessità della Carità, una sede della Caritas messa accuratamente a nuovo. Questa sede è anche in un luogo appartato, dove per certi aspetti viene salvaguardata la riservatezza. La Caritas incarna valori condivisi anche dalla comunità civile».

Il parroco don Sorbaioli, che ha fortemente voluto questo luogo di Carità insieme a una decina di volontari ben motivati, ha evidenziato «l’intesa che c’è da anni tra la Chiesa locale e le Istituzioni civili pievesi, le cui strutture comunali, in primis i Servizi sociali, ci danno il loro supporto. Questo determina un’attenzione condivisa alle necessità delle persone più in difficoltà. Stiamo cercando sempre di più di creare una rete per unire le forze in ambito di interventi socio-caritativi».

Gli operatori volontari della Caritas, nel ringraziare quanti si sono adoperati per la realizzazione della nuova sede, hanno detto: «Cerchiamo di aiutare chi è in difficoltà fornendogli alimenti e vestiti, oltre a sostenere diverse famiglie nel pagamento delle utenze domestiche e nell’acquisto di medicinali. Ma la cosa più grande che facciamo è il sorriso nell’accogliere e nell’ascoltare le persone, che ricambiano il nostro aiuto portandoci dei piccoli doni».

Don Sorbaioli, nell’evidenziare l’impegno profuso dai volontari in quest’opera di Carità, che svolgono due volte alla settimana (mercoledì e sabato, dalle ore 9 alle 11), ha spiegato come hanno realizzato questa sede che si sviluppa su una superficie di circa 150 mq tra Centro di ascolto e il Servizio di distribuzione-emporio. «Innanzitutto – ha precisato – con una donazione di una famiglia pievese, che ha finanziato la maggior parte dei lavori strutturali e con l’impiego delle offerte che arrivano in Caritas, in particolare quelle raccolte durante i funerali che i familiari del defunto donano alla Parrocchia. Penso che sia significativo che quest’opera di Carità porti anche il nome e il ricordo dei fratelli defunti della nostra comunità».

Il direttore della Caritas diocesana, nel ringraziare i volontari, ha ricordato a tutti i presenti che «quando riceviamo i poveri teniamo sempre in mente quattro parole: accoglienza, ascolto, conoscenza dei problemi e discernimento di come possiamo aiutare, dando soprattutto speranza, la persona angosciata, distrutta… e qualche volta anche aggressiva perché disperata».

Significativa è stata la testimonianza del prof. Mauro Antini, primario oncologico emerito dell’Ospedale S. Eugenio di Roma, pievese di adozione. La sua è stata una «testimonianza di Carità laica, di un uomo non rigorosamente di chiesa», si è definito Antini, ma che «partecipa nel suo piccolo alla dimensione umana della vita. Che cosa è che alla fine unisce gli uomini? La Solidarietà in senso laico e la Carità in senso cristiano. Non importa capire che la Carità è la sorella della Fede e della Speranza. A me fa piacere pensare che dietro al concetto di Carità ci sia un tentativo di restituire a persone che si trovano nel bisogno il senso stesso della motivazione di vita, cioè recuperare quella caratteristica di pensare faticosamente positivamente nei riguardi del futuro, perché in questo ci si sente un po’ assistiti e contemporaneamente amati. Questo è raro che succeda all’interno di un ospedale, dove prevale il tecnicismo e poco il contatto umano che sta alla base di tutto: chiamiamolo Solidarietà, chiamiamolo Carità, perché dare dà più gioia che ricevere».

Perugia: Inaugurato il presepe in piazza IV Novembre. Il cardinale Gualtiero Bassetti: «Nel presepe c’è posto per tutti noi, qualunque sia la nostra condizione interiore».

«Nel presepe ritroviamo tutta la bontà e tutta la tenerezza di Dio. Il presepe, per chi l’accoglie nella propria vita, è un Vangelo vivo. Il presepe, cari ragazzi, manifesta la dolcezza delle nostre famiglie, perché è la storia di una Famiglia». Così il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel pomeriggio della vigilia della Solennità dell’Immacolata Concezione (7 dicembre), in una gremita piazza IV Novembre di Perugia, all’inaugurazione del presepe allestito da un gruppo di giovani ospiti delle opere segno della Caritas diocesana nelle Logge di Braccio, all’esterno della cattedrale di San Lorenzo, davanti alla splendida duecentesca Fontana Maggiore. Insieme al cardinale c’erano il sindaco del capoluogo umbro Andrea Romizi e alcuni componenti della Giunta comunale; soprattutto c’erano centinaia di bambini insieme alle loro famiglie, 400 dei quali alunni della Scuola Montessori che si sono esibiti in un concerto canoro-musicale natalizio sulla gradinata della cattedrale. A tutti loro il cardinale Bassetti, prima di benedire il presepe, ha rivolto queste parole di auguro ricordando che «nel presepe ci siamo tutti: c’è Maria, c’è Giuseppe, c’è Gesù, ci sono i bambini e non solo i bambini di Perugia e d’Italia. Nel presepe ci sono i bambini di tutto il mondo. Nel presepe ci sono i poveri, ci sono i ricchi, ci sono i pastori e c’è posto per tutti noi, qualunque sia la nostra condizione interiore».

«Nel presepe – ha sottolineato il presidente della Cei – ci sono anche quei bambini che li hanno trovati in fondo al mare annegati, abbracciati alle loro mamme, perché nel presepe è descritta la vita di tutti e di tutti i giorni. Amici che mi ascoltate: ritorniamo bambini e non dimentichiamo quando i nostri genitori ci educavano alla fede e in ogni famiglia c’era un presepe. Io mi auguro che questo segno della nostra vita cristiana e della nostra società, come dice papa Francesco nella sua lettera apostolica dedicata al presepe, ritorni in tutte le famiglie. Per questo ho voluto il presepe più bello e più solenne degli altri anni anche in questa piazza. Ragazzi, famiglie, io vi auguro con tutto il cuore di potere sperimentare la tenerezza di un Dio che ci ama e che si è fatto uomo. “Dio è amore” e ai piedi del presepe meritate questa frase».

Contributo diocesi Città di Castello

1. VIVERE LA CHIESA. Per una fede celebrata e condivisa: tessuto delle comunità, senso di appartenenza, qualità delle celebrazioni
I segnali che mettono in evidenza il senso di appartenenza alla parrocchia sono dati dalla partecipazione all’Eucaristia domenicale e alle varie attività liturgiche, educative e caritative portate avanti in modo continuativo, ma questi vengono meno quando si parla di impegnarsi nelle unità pastorali e nelle attività che queste richiedono e nelle iniziative che coinvolgono una dimensione diocesana, che tuttavia assume rilevanza nei momenti di presenza del Vescovo. Si evidenzia una certa stanchezza e fatica nel trovare persone che si impegnano attivamente nella pastorale, al contrario c’è maggiore disponibilità quando si tratta di usufruire dei servizi proposti; al tempo stesso, occorre sottolineare la nota positiva della presenza dei movimenti laicali e degli itinerari di fede, che operano con gioia e impegno caritatevole nell’ambito delle varie realtà diocesane.
La liturgia domenicale esprime gioia e manifesta il senso della festa e dell’appartenenza, tuttavia viene avvertita da tutti la scarsa presenza dei giovani con cui è sempre più difficile comunicare per coinvolgerli all’interno delle varie comunità.
Le celebrazioni domenicali risultano partecipate, sentite e capaci di incidere profondamente nella vita dei fedeli nella misura in cui questi ultimi si sentano coinvolti, protagonisti del messaggio di Dio che entra nella loro vita e nella loro quotidianità. Si nota infatti che ci sono celebrazioni molto partecipate ed altre molto meno. Oggi, nonostante la parrocchia rimanga la cellula essenziale nella crescita della fede, si assiste ad uno spostamento molto frequente dei fedeli da una parrocchia all’altra in relazione all’esperienza di incontro con Dio maturata personalmente attraverso le diverse proposte portate avanti nelle singole parrocchie e dai diversi parroci.
L’Evangeli Gaudium è purtroppo ancora poco conosciuta e si fa fatica ad accogliere quel cambiamento di prospettive che tale esortazione richiede. Si preferisce ancora portare avanti “le solite cose” con qualche aggiustamento. Si assiste ad un permanere dell’intendere la pastorale soprattutto come conservativa, rifuggendo dalle proposte emerse nell’Evangeli Gaudium.
2. GLI ADULTI E LA FEDE. Per una fede pensata e adulta: priorità degli adulti problema dei linguaggi.
La diocesi si compone di realtà rurali e cittadine, nelle quali ci si approccia in modo diverso all’annuncio della fede e alla formazione cristiana. Nelle piccole realtà il primo annuncio viene proposto poco in quanto si considera acquisito dalla famiglia e dalla comunità, nelle città invece, si tiene conto della presenza di adulti e giovani lontani dall’esperienza e dalla formazione religiosa e quindi bisognosi di un primo annuncio. A questi è rivolta l’attenzione e il servizio dei movimenti laicali che lo hanno come carisma. E’ fondamentale tornare al primo annuncio, manca, come se dessimo per scontato il cuore della nostra fede: Cristo morto per amore e risorto. Non deve essere un annuncio freddo e razionale, ma deve far ardere il cuore, attraverso la parola e la testimonianza. Per quel che concerne la formazione permanente alla fede e il cammino cristiano si nota una fatica all’interno delle parrocchie nel portare avanti percorsi catechetici e di preghiera che favoriscano nei fedeli l’esperienza di vivere una fede adulta e fruttuosa per la propria vita. Per tale ragione si nota una presenza dei fedeli saltuaria che spesso si riduce ai soli momenti forti della vita familiare (sacramenti) e dell’anno liturgico.
Per quanto riguarda le proposte messe in atto dalla diocesi e dalla parrocchia per un accompagnamento costante nel percorso verso una fede adulta occorre fare un distinguo tra le piccole realtà che usufruiscono delle iniziative diocesane, come la Scuola di Teologia, gli incontri di approfondimento con personalità di rilievo che spaziano dal mondo ecclesiale a quello laico, oppure da catechesi organizzate dalle singole unità pastorali secondo un calendario regolare legato a momenti di preparazione ai sacramenti; dalle città nelle quali a questi strumenti si aggiungono i percorsi strutturati di formazione permanente alla fede promossi dai vari movimenti laicali. Nella nostra diocesi sono presenti movimenti e aggregazioni laicali, che poggiano le loro fondamenta sul primo annuncio. Sarebbe importante che sempre più le parrocchie si aprano e queste esperienze e che queste ultime si inseriscano maggiormente. La mancanza del primo annuncio e dell’esperienza diretta con Gesù vivo ha provocato il sorgere di altri stimoli, che aumentano le distrazioni e allontanano dall’essenza stessa della fede. Chi ha ricevuto il primo annuncio oggi, e lo ha accolto con un cuore limpido ed umile, diventa molto più che ieri un testimone gioioso e credibile, che va al di là di un modo di concepire la fede, come devozione di una religiosità accolta e subita passivamente.

Gli adulti hanno difficoltà, a volte, nel comprendere il messaggio che il sacerdote esprime durante l’omelia. In effetti il linguaggio sembra rivolto solo “agli addetti ai lavori”. Il linguaggio della fede, accolto e vissuto soprattutto nella liturgia, risulta poco efficace, incomprensibile e distante. Il mondo di oggi, che tutto semplifica, necessita di un linguaggio religioso più semplice, diretto ed essenziale. Gesù Cristo deve essere e rimanere al centro della liturgia altrimenti si corre il rischio concreto di mettere in risalto solo la figura del celebrante e di accentuarne il protagonismo. Oltre all’ostacolo della mancanza del primo annuncio, la causa di questo impoverimento cristiano, è anche la carenza di interesse, di desiderio, “impedimento agli occhi di vedere”, i pregiudizi, le incomprensioni e la mancata reale conoscenza dell’amore di Dio.
Il ruolo dei pastori è fondamentale per la trasmissione e la maturità della fede dei fedeli; considerando l’età avanzata di numerosi sacerdoti, la scarsità delle vocazioni al presbiterato e l’attenuarsi della pratica religiosa nel popolo di Dio, è difficile oggi parlare di gioiose prospettive; tuttavia si nota che laddove la comunità ecclesiale è fedele nell’ascolto della Parola di Dio, nel ricevere i sacramenti, nel testimoniare la fede cristiana con opere di carità, nell’amore tra i suoi membri, allora si può constatare la fioritura di vocazioni. Molto importante, per venire in soccorso della diminuzione delle vocazioni al presbiterato, risulta essere la pastorale vocazionale, che in parte nella nostra Diocesi ha dato i suoi frutti, ma che certamente dovrebbe essere ancora di più sostenuta e rinnovata. Al tempo stesso si avverte la necessità di coinvolgere e responsabilizzare il più possibile diaconi e laici impegnati (dotati di ministeri istituiti e non) nell’azione pastorale e nel servizio della comunità e parimenti aiutare le comunità ad apprezzare e valutare positivamente le figure di quest’ultimi.

3. I GIOVANI E LA FEDE. Per una fede “interessante” trasmessa alle nuove generazioni: coraggio innovativo
L’ostacolo più grande nella trasmissione di fede alle nuove generazioni siamo in prima istanza noi, come credenti adulti e come comunità cristiana. I giovani sono attratti dalla verità, dalla coerenza, dalla bellezza, dal vedere che una realtà d’amore si può concretamente realizzare che rende piena la vita, che dona senso all’esistenza, che trasmette la gioia di aver incontrato Qualcuno che realmente ti ha salvato. Purtroppo di questo non ne parliamo a sufficienza, ma ancora di più non lo viviamo, né in comunità, né nelle famiglie.
Un altro ostacolo è dato dalla fatica e dalle ferite che segnano la vita di molti dei nostri giovani e che sono la conseguenza della grave crisi che sta colpendo la famiglia. Oggi più di prima i giovani non hanno punti di riferimento, non si sentono amati, non conoscono l’amore e sono in ricerca spasmodica di affetto e riconoscimento. Si nota che tale condizione delle nuove generazioni rende ancora più urgente l’impegno di evangelizzazione e di annuncio della “Buona Notizia”. Tale opera deve essere corroborata da una adesione coerente e fedele al messaggio evangelico di coloro che sono proposti come operatori pastorali e catechisti sia nei percorsi della preparazione all’iniziazione cristiana, sia nei percorsi del dopo-cresima.
Un altro ostacolo purtroppo è dato dal non prendersi sufficientemente cura della formazione cristiana e spirituale dei giovani, li si abbandona al sopravvento della loro emotività, al fatto che vivono per l’immediato, che hanno bisogno di vivere il momento e forti sensazioni, ma poi tutto svanisce altrettanto velocemente; non sono più capaci neanche di interrogarsi sulle grandi domande del senso della vita, si nota in loro un disinteresse per la sfera religiosa, ma perché è completamente assente la profondità umana.
Nella nostra Diocesi emerge inoltre che si tende a dimenticare che i giovani cattolici non sono meramente destinatari dell’azione pastorale, ma membra vive dell’unico corpo ecclesiale, battezzati, in cui vive e agisce lo Spirito del Signore, li si riconosce spesso solo per fini utilitaristici (catechismo, campeggi estivi, ritiri…) quindi, la loro disponibilità incontra spesso un certo autoritarismo e sfiducia di adulti e pastori, che non riconoscono a sufficienza la loro creatività e faticano a condividere le responsabilità.
Un ostacolo serio alla trasmissione della fede alle nuove generazioni è la famiglia odierna che non frequenta più nella maggioranza dei casi la Chiesa, ragion per cui pensa che il bene assoluto dei figli stia nel lasciarli liberi di scegliere se continuare a frequentare la Chiesa oppure no, e nella maggioranza dei casi i figli seguono ciò che fanno i genitori e quindi abbandonano la Chiesa. A conferma di ciò,si nota che i giovani che continuano a frequentare la parrocchia, per la quasi totalità, sono i figli delle famiglie che la frequentano, che partecipano all’Eucaristia domenicale e sono coinvolte nelle attività di servizio.
Un altro ostacolo importante alla trasmissione della fede ai giovani sta nel fatto che questi hanno bisogno di identificare uno spazio nella Parrocchia come il loro, hanno bisogno di viverlo e di utilizzarlo come luogo di aggregazione, di relazione, di socialità in cui sia possibile anche aiutarli a crescere nella fede. Allora la Chiesa potrebbe trattenere vicino a sé i giovani tenendo, laddove possibile, uno spazio aperto al fine di metterlo a disposizione delle loro attività.
I giovani in forza del Battesimo sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede e ad annunciare la Buona Notizia che a loro volta hanno ricevuto. Questo si realizza attraverso il discreto numero di ragazzi che terminato il percorso dell’iniziazione cristiana e del dopo-cresima si mettono a disposizione della comunità nel servizio di animatore-catechista. Tale impegno nel servizio all’evangelizzazione è riscontrabile anche nelle parrocchie, nei movimenti e nei cammini di fede nei quali i giovani si prodigano nell’opera di annuncio del Vangelo e nel servizio della carità, nell’impegno per l’aiuto alle missioni sia dal punto di vista della lotta alle diseguaglianze sociali che per la salvaguardia del Creato, infine l’attenzione ai malati, agli anziani, ai poveri e alle persone migranti. I giovani coinvolti nell’opera di evangelizzazione sono ancora una minima parte dei giovani del nostro territorio, ci sono parrocchie più sensibili ad aiutarli a dedicarsi all’annuncio del Vangelo e parrocchie meno sensibili, nelle quali la comunità non percepisce evidentemente il bisogno dell’annuncio.
Le nostre comunità a volte non riescono ad apprezzare questo fino in fondo, perché il rischio grande è quello di essere comunità “da divano”, sedute, senza zelo; l’annuncio del Vangelo, la testimonianza, l’opera di carità, significa mettersi in gioco, uscire dalle Sacrestie, uscire dalla staticità e dall’ambiente confortevole della chiesa materiale per andare a confrontarsi e a compatire, secondo il suo significato etimologico, cioè soffrire insieme con i fratelli. Significa condividere le gioie e i dolori, le perplessità e i dubbi e rispondere con semplicità e logica del Vangelo che è Amore.
Per quanto riguarda l’impegno nella pastorale giovanile purtroppo questo non risponde alle attese e ai sogni dei giovani in quanto le buone iniziative proposte con una cadenza trimestrale durante l’anno non sono supportate il più delle volte da percorsi di fede per i giovani strutturati e continui all’interno delle parrocchie. La percezione poi della loro vocazione è un argomento che non interessa proprio a nessuno. Si ha grandissima difficoltà a trasmettere la fede ai ragazzi che frequentano la Parrocchia, pensiamo quanti ostacoli più grandi ci possono essere per portare il messaggio a chi non frequenta la Chiesa. Tuttavia, a prescindere dalle attività pastorali giovanili è molto difficile trattenere i ragazzi al dopo-cresima; ciò che contraddistingue oggi il mondo giovanile è la grande fragilità, dietro la corazza che cercano di indossare nascondono tante ferite e questo è ben visibile. Anche se non vogliono mostrarlo, i giovani sono in continua richiesta di aiuto e il bisogno di interrogarsi sulla propria vocazione rimane sempre attuale e dato l’enorme smarrimento, oggi è ancora più urgente.
Per quel che riguarda la pastorale vocazionale portata avanti in questi anni, i risultati, nonostante l’impegno profuso, sono stati esigui. Il punto centrale, che sta all’origine della diminuzione delle vocazione, è dato dall’apostasia della famiglia che è la “Chiesa domestica”, colei che si prende cura del seme che Dio ha messo nel cuore di ogni uomo. La percezione dell’involuzione vocazionale tra i credenti è diffusa, tuttavia, forse, c’è in tal senso un po’ di rassegnazione, come se ciò fosse dipeso dai costumi e dagli usi cambiati che, di conseguenza, rendono inesorabile tale processo. La generosità del Signore, tuttavia, non è venuta meno e all’interno del Suo popolo il Signore continua a donare le vocazioni alla vita presbiterale e consacrata ancora oggi, ma, per mancanza di testimonianza, di annuncio del Vangelo, di accompagnamento e di vita cristiana comunitaria vissuta concretamente, queste si disperdono.
Nelle comunità, in cui si assiste ancora a forme di vita evangelica, dove si aspira alla santità, con tutti i limiti e le fragilità della condizione peccatrice dell’uomo, si può veder fiorire quelle chiamate al servizio presbiterale e alla vita religiosa per esprimere la condizione beatifica della vita eterna che sono tanto fondamentali per la realizzazione del Regno di Dio nella nostra diocesi e per queste generazioni.

4. FEDE E VITA-1. Per una fede capace di plasmare la vita: gli affetti
Le parrocchie sono più orientate verso i fanciulli, che verso le famiglie, molte delle quali sono in difficoltà. La parrocchia mostra il proprio volto misericordioso a tutti quelli che vi si accostano. E’ un viso amabile, sincero, sorridente, gioviale quello che ogni presbitero e laico impegnato vuole dotarsi. Non si può interloquire con l’altro se la nostra affabilità non è né sincera né prova della nostra testimonianza. Calarsi nelle varie spaccature di questa società, sempre più frenetica ed individualista, quasi liquida, è la sfida di questo tempo. Si avverte tuttavia la difficoltà a fare dell’annuncio evangelico la chiave di interpretazione della sfera degli affetti delle persone in quanto gran parte della comunità sociale di ogni parrocchia è distante dalla Parola di Dio e dal messaggio evangelico e risulta spesso mancante la pastorale volta ad entrare in relazione con le persone che non frequentano la parrocchia che dovrebbe coinvolgere tanto i presbiteri quanto i laici impegnati.
La quotidianità, i figli, le famiglie di origine, la malattia, le proprie fragilità mettono alla prova i coniugi che spesso perdono la consapevolezza del sacramento del matrimonio. Una società sempre più basata sull’io rispetto al noi, determina che il mondo degli affetti subisca oggi un potente condizionamento in direzione di un superficiale emozionalismo e un desiderio insaziabile di possesso e di consumo. Un’altra fragilità da evidenziare è quello del ruolo dei genitori che in molti casi hanno abdicato alla loro funzione di educatori per assumere quella di “amici” dei propri figli. Padre Giulio Michelini alla Scuola Diocesana di Formazione Teologica nella lezione tenuta nell’anno 2018/2019 a proposito della famiglia disse: “Sembra che i genitori non riescano più a trasmettere ai giovani quei contenuti educativi che non sono poi nemmeno secondari, perché riguardano la vita, le gioie e i pericoli che essa comporta, col coraggio che ci vuole per affrontarla”. (Castellana Ecclesia 4). In molti casi la funzione è stata delegata alla scuola ed in modo irresponsabile ai social media, adoperati senza il supporto di una formazione per il loro corretto e maturo utilizzo. Si nota una difficoltà profonda di comunicazione all’interno delle famiglie, di scambio, di ricerca di condivisione, tratto che è traslabile anche ai rapporti tra generazioni sia nelle parrocchie sia nella comunità sociale.
Il lavoro della pastorale familiare è buono, evidenziamo che sia i corsi di preparazione al matrimonio che “gli incontri di fede con le persone separate, divorziate, conviventi e risposate” sono un concreto aiuto, senza trascurare la proficua attività del Centro di Consulenza Familiare e Individuale che offre un servizio professionale, che opera nella parrocchia di San Giovanni Battista agli Zoccolanti. Il vero problema è come accompagnare le coppie dopo il matrimonio, occorre una catechesi permanente del matrimonio. Non siamo all’anno zero nella nostra Diocesi, in quanto percorsi di fede strutturati come la “Comunità Magnificat” del Rinnovamento nello Spirito, il “Cammino Neocatecumenale”, “le Cellule di evangelizzazione”, i gruppi “Olio della lampada e “L’Equipe Notre Dame, sono punti di riferimento che andrebbero maggiormente valorizzati. Tutte queste iniziative non sono adeguatamente conosciute sia all’interno delle nostre parrocchie sia dalle comunità dei nostri territori. Si riscontra la mancanza della modalità di lavorare a “rete” per migliorare la comunicazione in tutte le sue forme.
Per le persone separate, divorziate, conviventi e risposate Amoris laetitia è stato certamente un momento di grazia ed ha permesso di entrare in comunione con la comunità dei fedeli. Anche per il popolo di Dio ha portato una maggiore consapevolezza su questi temi. Premesso questo, certamente Amoris laetitia non è però ancora molto conosciuta. Si sono tenuti dei momenti di approfondimento nei tempi appena successivi all’uscita dell’Esortazione Apostolica, ma poi molti dei suoi contenuti non sono stati approfonditi, meditati e vissuti, attraverso pratiche pastorali, nelle comunità parrocchiali.

5. FEDE E VITA-2. Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero
Si è concordi nell’osservare che la costruzione di mega centri commerciali ha completamente disumanizzato quello che restava della domenica concepita come giorno di riposo, dedicato alla famiglia o alle diverse attività personali.
Viviamo una realtà complessa in cui il lavoro è diventato veramente un bene prezioso, e a guardare bene ci si rende conto che il lavoro non si è, di certo, creato aumentando gli spazi o aumentando le ore di impiego, anzi questo ha contribuito a rendere meno sicuro e meno stabili i rapporti familiari e le relazioni interpersonali. Infatti lavorando sempre di domenica e nei periodi di feste, in modo continuativo, si è perso il vero “senso del Riposo”, soprattutto il senso del riposo Cristiano. La contropartita potrebbe sembrare un aumento dell’offerta di lavoro, ma che così concepita, sul medio termine annulla l’uomo e le sue relazioni.
Quante volte sentiamo o diciamo: “non ho più una vita, sono sempre qui …. e devo essere anche felice, perché il lavoro è merce rara.”
Quello che è diventata la nostra vita, quello che è rimasto del senso di riposo, nel ritmo frenetico del lavoro di tutti i giorni, purtroppo è sotto gli occhi di tutti e il risultato non è quello di un’occupazione aumentata bensì di una alienazione che tocca il singolo e le famiglie. Dalle nostre riflessioni è emerso che osservando quello che sta avvenendo in altri paesi europei e anche nelle nostre grandi città probabilmente anche da noi si andrà verso il ritorno al piccolo negozio, al mercato colorato e profumato, al dialogo con il venditore, al rapporto con la gente che passa, a un intreccio di relazioni che umanizza e crea sinergia. Non è solo una moda, ma un’esigenza auspicabile, perché salva dall’anonimato, dall’appiattimento sociale e soprattutto salva “dall’appiattimento del cuore”.

Di fronte ai problemi dell’occupazione lavorativa nella nostra Diocesi ci sarebbero tante riflessioni da fare e tante cose da dire perché quasi tutti noi in famiglia viviamo l’esperienza della disoccupazione o della precarietà di un proprio figlio o del proprio coniuge. Anche nella nostra realtà territoriale, le aziende sopravvissute alla crisi economica del 2008, favorite dalle nuove norme sul lavoro, hanno creato un sistema che, spesse volte, non ha più niente di dignitoso: lavoro sottopagato, assunzioni fatte secondo criteri che non garantiscono più l’assunzione di persone diversamente abili, la discriminazione verso le donne, che “per disgrazia possono anche andare in maternità”!
L’operaio o il commesso non hanno più la serenità e la voglia di parlare con te, di intrecciare un dialogo. Si vedono sempre più spesso persone stressate, si sentono commenti sempre più amari rispetto al proprio lavoro, che diventato raro, una volta ottenuto, ti introduce quasi sempre nel mondo del precariato e ti costringe, per mantenerlo, ad uno spiacevole ritorno al passato.
La precarietà, purtroppo, è uno status dei lavoratori di oggi, un virus che fa ammalare l’anima, elimina i sogni e riduce le aspettative sul futuro.
Per fortuna in molti giovani l’assenza di certezze ha anche stimolato la creatività: per esigenza si sono letteralmente inventati attività nuove, arricchendo, inoltre, la propria esperienza di vita con le più svariate forme di volontariato, che nel frattempo è diventato quasi un’altra forma di lavoro.
Si nota che la comunità cristiana di fronte a questa realtà non si pone in modo incisivo tanto quanto potrebbe fare secondo le sue potenzialità. Ciò che una volta veniva svolto dalle ACLI, oggi è stato sostituito dal disimpegno in materia e dalla concertazione affidata a iniziative di singoli (per lo più Pastori) impossibilitati a mettere in campo la stessa forza e autorevolezza di un tempo.
Si evince che gli stessi credenti laici hanno perso la consapevolezza del valore aggiuntivo che la propria fede offre al contesto sociale; il nostro Credo permette al cristiano in virtù della luce di Dio di avere una visione a trecento sessanta gradi della realtà e pertanto di poter trovare risposte anche sul piano lavorativo, che si potrebbero tradurre in un corporativismo cattolico capace di creare situazioni e risorse occupazionali e rispondere contemporaneamente alle necessità sociali.

L’impostazione odierna del lavoro purtroppo lascia poco spazio al tempo libero, specialmente nella domenica e nei giorni festivi. La scarsità di impiego stabile è vero che apparentemente lascia tempi “liberi” ma questi vengono occupati da altre attività, altri, impegni, altri servizi necessari per “sopravvivere”.
Le parrocchie, le associazioni, i movimenti programmano delle iniziative che permettono alle persone di incontrarsi specialmente nei giorni di festa ma la burocrazia, la necessità di innumerevoli permessi (alcune norme sono riconosciute doverose ed importanti) scoraggia gli organizzatori che non possono portare da soli il grande peso della responsabilità. Di conseguenza, a fronte di una maggiore necessità di iniziative, queste in realtà, in qualche caso, diminuiscono (sagre, feste paesane, gite, pellegrinaggi….).

6. FEDE E VITA. Per una fede risanante e consolante: le fragilità
Nelle varie realtà ecclesiali si riscontra l’aumentare di un individualismo esasperante. È un’insofferenza che si avverte nelle persone delle varie fasce di età, nei discorsi e incontri sia personali sia di gruppo, negli orientamenti e nelle scelte di vita. Della fragilità se ne parla spesso rispetto al passato, ma in concreto, per la grande maggioranza delle situazioni presenti, rimane un desiderio aleatorio che non produce fattivamente azioni di assistenza. Molte famiglie o persone nubili o celibi (sensibilmente in aumento) si trovano in situazioni di sofferenza, non solo economica (che tra l’altro è molto presente), ma anche umana e sociale che molti nascondono o non fanno emergere, per rispondere alla logica del mondo che ci vuole tutti felici, ma solo in apparenza. Una sofferenza di tipo psicologico, solitudine, depressione, disagio sociale, problematiche emotive, separazioni, lutti, a cui si aggiungono i problemi di salute; tante sono le persone che si avvicinano alla morte e che spesso vivono nella più completa solitudine una fase fondamentale della loro esistenza umana, tutte situazioni che chiedono un supporto e una vicinanza affettiva.
Le nostre comunità si distinguono per vicinanza e accoglienza delle persone fragili che portano dentro ferite; tale attitudine e servizio viene esercitato soprattutto da alcune persone, le quali per gratitudine di fede e per una sensibilità e apertura ad affrontare le problematiche degli altri si sentono “chiamate” a svolgere questa missione per la comunità, assistite da persone formate nel sostegno e nell’accompagnamento di persone con fragilità.
Si nota che anche il debole e la persona con fragilità relazionali ha perso il senso di comunità.
Le persone fragili portano delle ferite, alcuni sono richiedenti aiuto, e essi sono accolti dalla comunità come opportunità di conversione: loro stessi evangelizzano. Anche il fragile ha valori da rivelare e condividere. Resta però difficile avvicinarsi ai deboli e ai feriti, capire quanto bisogno c’è e avere una conoscenza precisa delle problematiche.
La ferita più grande è la mancanza di vicinanza. Sentirsi all’interno della comunità, andare a trovare le persone, avvicinarsi, sentirsi vivi per rendere vivi. Si avverte sicuramente la necessità di uscire dall’autoreferenzialità della comunità ecclesiale, senza paura.
Le comunità piccole danno la possibilità di raggiungere in qualche modo tutti, di poter farsi presenti (sacerdoti, diaconi, ministri e laici) come, per esempio, il servizio ai malati con scadenze o certa frequenza, in cui non solo il malato, ma la stessa famiglia è avvicinata e coinvolta. Si avverte in alcune comunità la mancanza di carità, comprovata da un residuo numero di fedeli laici che insieme ai presbiteri, diaconi e ministri istituiti si mettano a disposizione per il servizio di visita, ascolto, assistenza e supporto delle persone con difficoltà. È mancante anche una condivisione seria dei beni materiali personali all’interno della comunità ecclesiale che possa favorire l’aiuto alle persone che si trovano nella precarietà economica.

Nelle nostre parrocchie c’è la necessità di bussare, di cercare e di chiedere aiuto in momenti cruciali della vita delle persone, in modo diretto o tramite altre persone, presso le comunità di appartenenza, ma anche presso famiglie e credenti più sensibili e aperti a dare un sostegno che parte dall’ascolto e si concretizza in un vero aiuto. Questo avviene per la consapevolezza dell’importanza di relazionarsi con un atteggiamento umano, benevolo e cristiano. Se ciò non accade è perché nel singolo, ferito e fragile nasce la paura di essere giudicato da una comunità, o che lui stesso assuma un atteggiamento auto-colpevolizzante.

Nella nostra Diocesi esistono alcune realtà di solidarietà disseminate nel territorio che accolgono e che vanno incontro alle persone che vivono in uno stato di difficoltà, di solitudine e di emarginazione.
I Centri di Ascolto Caritas e i servizi offerti dai movimenti laicali si propongono, insieme alle comunità parrocchiali, di offrire iniziative di apertura, di approccio e di prima risposta ai bisogni espressi. Il loro stile è quello della condivisione a partire dall’ascolto, costruendo possibili risposte attraverso i servizi promossi e favorendo percorsi di sostegno, sia per problematiche di tipo spirituale, umano-relazionale e materiale.
Come comunità locali ci siamo in tante situazioni. Alcune parrocchie della Unità Pastorale hanno al loro interno gruppi di carità e di solidarietà e associazioni di volontariato:
– la “Commissione della carità”: è attenta al proprio territorio ed entra con le persone per coglierne i problemi, comprenderla, aiutarla e darle risposta;
– il “Progetto Rubino”: accoglie e sostiene le situazioni di disagio dei bambini delle famiglie in difficoltà economiche;
– le “Mani tese”: va incontro alle situazioni di solitudine degli anziani per fare visita e fermarsi accanto, prendersi cura e accompagnarli al medico, a fare spesa e all’Eucaristia.
– L’Oratorio “Ore d’Oro”: accoglie tutti i giorni molti bambini, indistintamente dalla nazionalità e religione, dagli svantaggiati agli emarginati e che coinvolge numerosi giovani animatori ed educatori con attività finalizzate a favorire la maturazione di una maggiore fiducia in sé stessi, alla crescita personale e comunitaria;
– “I Samaritani”: associazione che viene incontro ai bisogni della comunità, mettendo a disposizione parte del tempo, delle capacità e della disponibilità allo scopo di operare volontariamente, per la promozione, la diffusione, il coordinamento, la sperimentazione di attività sociali, culturali, sportive di ogni persona e tra gli svantaggiati, emarginati e soggetti in condizione di disagio, senza discriminazione.

La valutazione delle varie realtà di solidarietà è positiva, purtroppo ciò che manca in alcune di esse è la relazione con un’esperienza regolare di preghiera e di incontro con Dio al fine di arricchire quella che rischia di essere opera umana senza la Grazia rinnovatrice dello Spirito Santo. Si avverte la necessità di migliorare e di mettere in rete tali realtà per un servizio più incisivo nelle comunità.
Le esperienze di sinergia tra le comunità e le strutture pubbliche nella nostra Diocesi ci sono, anche se non numerose. Per esempio la collaborazione con le Scuole per delle attività e per questioni di integrazione, la collaborazione con i Servizi sociali del Comune in alcuni casi di persone in necessità per delle soluzioni comuni, la visita e la presenza al Centro Alzheimer e alla casa di riposo “Villa Gerini”.

7. FEDE E BENE COMUNE. Per una fede incisiva e decisiva per la costruzione delle città a partire dai più deboli e dagli ultimi: politica e solidarietà

Solo in alcune comunità parrocchiali emerge la consapevolezza della valenza determinante, per una fede adulta, il riconoscere che i momenti di preghiera personali e comunitari sono altrettanto importanti dei momenti di azione caritativa e che questa sinergia è la base per poter esercitare un’attenzione operosa verso l’altro chiunque esso sia. Quindi si riscontra che non c’è tale convinzione in tutto il territorio diocesano, perché in molte realtà parrocchiali prevale l’opera sulla fede.
Gli strumenti che le parrocchie mettono in atto per rispondere ai bisogni del territorio sono dati dalla presenza di associazioni, aggregazioni e movimenti (come sopra citati) che nascono per andare incontro a chi chiede di essere ascoltato e guidato, ma si nota la fatica ad educare tutti i cristiani alla carità a causa di un individualismo a volte difficile da sradicare anche in chi è frequentatore assiduo delle parrocchie.
Il tema dell’impegno sociale e politico a livello regionale sembra essere poco sentito dalla maggioranza dei cristiani, che a volte sono disorientati da una predicazione che si colloca al di sopra delle dinamiche che afferiscono alla sfera sociale e politica della comunità o addirittura ne è lontana. Non siamo testimoni di una politica che rispecchia il messaggio di Dio e si confronta autenticamente, “sine glossa”, con la Dottrina Sociale della Chiesa e non incidiamo affatto nell’azione politica e sociale della nostra Regione e quando lo si fa è perché si scende a compromessi, edulcorando la morale cristiana e interpretandola secondo i propri riferimenti ideologici. Sarebbe opportuno e quanto mai urgente formare i giovani delle nostre comunità ad un impegno nella politica, per una “politica cristiana”.

Contributo della diocesi Terni-Narni-Amelia

1. VIVERE LA CHIESA. Per una fede celebrata e condivisa: tessuto delle comunità, senso di appartenenza, qualità delle celebrazioni.
La nostra realtà ecclesiale rispecchia la crisi che più in generale, nel contesto sociale attuale, sta vivendo il senso di appartenenza ai gruppi, alle comunità, alle associazioni o ad altre forme di aggregazione. Ne consegue un mutato senso di appartenenza al gruppo che si esprime spesso in rapporti, legami, presenza ed impegno fragili e vissuti dai membri con una estrema volatilità. Le motivazioni sono complesse e investono diversi fattori. Nell’ambito ecclesiale spesso si è convinti
che il senso di appartenenza sia indebolito da fatti di cronaca che riguardano la Chiesa diocesana ed universale su molti fronti (incoerenza, compromesso con la mentalità corrente, gestione economica poco trasparente, scandali vari) e dalla facilitata possibilità di spostamento delle persone da un luogo ad un altro, da un’idea ad un’altra, da uno stile ad un altro, da un prete ad un altro. Sembra, inoltre, che essere cristiani per molti non comporti nessuna difficoltà a professare idee, comportamenti, appartenenze, convinzioni e stili lontani dal Vangelo.
Se tutto questo può avere un fondo di verità, allo stesso tempo si constata che nelle parrocchie di paese, rispetto a quelle di città o di prima periferia, il sentirsi parte della Chiesa è più forte, probabilmente perché più forte è la conoscenza reciproca delle persone, le relazioni che intercorrono tra loro e con il parroco, l’attaccamento alle tradizioni e devozioni popolari. Tutto ciò incoraggia a pensare che forse è proprio a partire da una maggiore cura delle relazioni interpersonali, da una maggiore e reale corresponsabilità laicale e da una rievangelizzazione delle devozioni e tradizioni popolari, possa irrobustirsi il senso di appartenenza di coloro che abitano le comunità cristiane. Molte realtà parrocchiali invece hanno preferito interrompere tradizioni legate alla devozione popolare per paura di contaminazione con il profano fino, però, a svuotare di senso e contenuti anche ciò che si voleva valorizzare. Accade pure che in alcune Parrocchie, il cercare di
coinvolgere le persone nella vita comunitaria per farle sentire partecipi della missione della Chiesa affidando loro incarichi specifici senza un adeguato discernimento, un serio accompagnamento e una permanente formazione spirituale, catechistica e umana possa favorire l’individualismo, la nascita di gruppi di élite che alcune volte sembrano tenere più all’apparenza piuttosto che all’appartenenza alla Chiesa diocesana ed universale.
Si rafforza così la convinzione che appartenenza sia sinonimo di campanilismo, di distinzione, di un certo rigore, portando alcuni gruppi a coltivare solo il frangente sociale delle loro attività che pur importante, non garantisce la crescita della vita cristiana dei membri e la loro appartenenza alla comunità ecclesiale. In questi casi anche la Parrocchia, nel cui ambito questi gruppi ricadono e interagiscono, può essere considerata un estraneo da limitare, da tenere ‘a bada’ e ‘al suo posto’
perché non infici le abitudini del “si è fatto sempre così” (EG, 33). D’altra parte nel contesto delle comunità ecclesiali stili liturgici variopinti, abitudini catechistiche peregrine, attribuzioni indebite di ruoli e gerarchie, canti e gesti liturgici comuni non considerati e altri inventati con la finalità di ‘definire l’identità’della singola comunità e gruppo rischiano di sbriciolare l’unità e la comunione della Chiesa dove ognuno, clero e fedeli, può fare quello che si sente in un determinato momento ed in una determinata occasione.
L’individuazione e la creazione, tre anni fa, di alcune “Comunità pastorali” con lo scopo di rendere più stretti i legami tra alcune parrocchie vicine geograficamente e culturalmente, nonché nel condividere il peso pastorale di alcune iniziative impossibili da avere in ogni Parrocchia, sta riscontrando molte difficoltà e lentezze a causa della poca abitudine (specialmente nel clero) alla collaborazione ed anche alla paura di ‘perdere qualcosa’ nella condivisione del lavoro. Le sette Foranie in cui è diviso il territorio diocesano hanno maggiore o minore capacità di creare ponti tra i credenti delle varie Parrocchie a seconda del numero di comunità di cui sono formate, delle caratteristiche delle Parrocchie stesse e della conformazione territoriale e sociale; il legame tra centro Diocesi e parrocchie (nei due sensi), specialmente quelle più periferiche, appare rarefatto, in alcuni casi sembra una sorta di ‘controllo’, in altri invece un legame impercettibile e talvolta -quasi- inutile.
La convocazione domenicale resta il momento di maggiore aggregazione dei fedeli (il magnus grex), ma non sappiamo dire quanto generi la gioia attorno al Risorto; effettivamente le nostre Comunità sembrano in difficoltà a generare alla e nella fede le nuove generazioni.
La qualità celebrativa, infine, ci sembra migliore rispetto agli anni passati: l’attenzione degli ultimi Pontefici e dai vescovi alla cura liturgica ed empatica, biblica ed omiletica, morale ed esperienziale, sembrano aver avviato nuovi processi specialmente nel clero e nel laicato delle generazioni più giovani. Purtroppo alcune ‘sacche di resistenza’ non mancano quando si preferiscono scelte personali a scelte ecclesiali che, spesso, portano ad eccessi di protagonismo (cf EG, 138).

2. GLI ADULTI E LA FEDE. Per una fede pensata e adulta: priorità degli adulti, problema dei linguaggi.
Il primo annuncio per buona parte degli adulti (cioè degli uomini e donne che hanno superato i 30 anni) non è stato fondato sulla Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata, vissuta e testimoniata, a meno che la formazione di questi adulti non sia avvenuta attraverso cammini associativi e all’interno di esperienze di movimenti che hanno curato in modo particolare la formazione.
La stessa cosa vale per la formazione cristiana permanente. La maggior parte delle parrocchie possiede un certo numero di catechisti che si occupa in prevalenza della formazione dei bambini e dei ragazzi. Pochi invece coloro che si dedicano alla formazione permanente degli adulti. Se questa è presente è curata prevalentemente dal Parroco, dall’AC o dai movimenti. La quasi generale mancanza di progetti strutturati, predisposti per la formazione permanente e sistematica degli adulti
produce un vuoto educativo nei confronti dei più giovani e dei piccoli che non vedono gli adulti impegnati a curare la propria vita di fede, né all’interno delle proprie famiglie né nell’ambito della comunità ecclesiale. In questo sicuramente gioca un ruolo importante lo stile di vita e il ritmo lavorativo di tante famiglie e dei loro figli, spesso oberati da molteplici attività oltre la scuola.
Anche nella nostra diocesi l’esperienza religiosa cattolica è caratterizzata dagli elementi propri della modernità avanzata. L’adesione personale si presenta come selettiva, si sceglie l’offerta religiosa che si ritiene più conveniente. La celebrazione eucaristica presenta a volte modalità e stili disegnati per porzioni di fedeli o gruppi specifici. La preghiera assume sovente modalità individualistiche. L’impegno per la carità e la giustizia nella società assumono spesso i tratti di
funzioni specializzate di gruppi, uffici e persone anziché attraversare la vita quotidiana dei fedeli.
Due sono le direttrici che si cerca di realizzare per accompagnare la crescita nella fede cristiana negli uomini e nelle donne della nostra chiesa particolare. Innanzi tutto, un ancoraggio biblico alle forme e alle pratiche della vita ecclesiale. In At 2,42 si dà una definizione allo stesso tempo descrittiva e normative della vita della comunità ecclesiale. “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”.
In secondo luogo, un costante, rinnovato e crescente investimento sulla dimensione sistematica e permanente della formazione e della catechesi. È il modo con il quale nella nostra Chiesa particolare si è cercato di interpretare e realizzare l’invito pressante contenuto negli orientamenti pastorali del decennio della CEI e in particolare l’appello alla cura della formazione permanente degli adulti e delle famiglie (EVBV n.55). Di qui l’impegno nell’approfondimento biblico e liturgico, che a livello diocesano è proposto attraverso la Scuola di formazione Teologico-Pastorale, alcune iniziative dell’ISTESS e di singole parrocchie, la stessa Azione cattolica diocesana, che organizza periodici incontri diocesani annuali di “grande catechesi”, infine iniziative per la lettura e lo studio del Magistero, con particolare riferimento negli ultimi tempi ad Amoris Laetitia e ai temi della famiglia, ai temi del lavoro e dei giovani (da ultimo l’accoglienza dell’EA “Cristo vive!”).
Il linguaggio è parte del nostro modo ci ricostruire e costruire il mondo nel quale viviamo. Anche la riflessione sul linguaggio risente del processo di frammentazione, individualizzazione e polverizzazione dell’esperienza religiosa nella nostra chiesa particolare. Per questo è opportuno distinguere i diversi destinatari del messaggio e ricomprendere il tema del linguaggio all’interno di una più ampia riflessione di carattere sociale sul tema della comunicazione.
Il ruolo dei pastori nella comunicazione della fede è determinante, ma occorrerà maggiore consapevolezza nel valorizzare il ruolo dei laici che devono essere aiutati opportunamente a vivere la loro vocazione che li “pone in mezzo al mondo e alla guida dei più svariati compiti temporali” esercitando “una forma singolare di evangelizzazione” (EN n.70).
Tuttavia nell’opera di catechesi e di formazione integrale degli adulti operano diverse realtà laicali:
l’Azione cattolica, il Cammino neocatecumenale , Famiglie di Maria ecc. Movimenti laicali o Terzi
Ordini, legati a Famiglie religiose (Francescani, Carmelitani, Salesiani, ecc.), Pastorale familiare,
Dieci Comandamenti e altre associazioni.
Merita menzione la presenza dell’Istituto Leonino, che nelle molteplici attività di formazione
raggiunge ormai tutto l’arco formativo, dal Nido all’Università, coinvolgendo bambini, ragazzi,
giovani, genitori e adulti nella proposta cristiana.
Il Festival Popoli e Religioni che contribuisce alla cultura del dialogo e del bene comune; l’intensa
attività dell’ISTESS che sempre nell’ambito culturale produce ogni anno un interessante proposta
formativa che coinvolge adulti e giovani.
La visita pastorale (ormai nel terzo anno), nella preparazione, nella esecuzione costituisce per le
comunità parrocchiali e per l’intera diocesi un tempo di Grazia, di riflessione, discernimento, di
autocomprensione della propria identità e missione nel tempo attuale. Possiamo parlare di una
Missione, di un rinnovato annuncio del Vangelo i cui protagonisti sono le stesse comunità (fedeli,
associazioni e movimenti, religiosi/e, sacerdoti), la comunità civile del territorio (Istituzioni,
esercizi commerciali, fabbriche e laboratori, ordini professionali, ecc.) con l’impegno primario del
Vescovo, dei Vicari, dei Convisitatori.

3. I GIOVANI E LA FEDE. Per una fede “interessante” trasmessa alle nuove generazioni:
coraggio innovativo.
Gli ostacoli che rendono difficile la trasmissione della buona notizia ai giovani a nostro parere sono:
un modo troppo stereotipato e atavico della fede; i luoghi sono troppo abituali delle parrocchie e
oratori; il linguaggio utilizzato troppo didattico; il rapporto critico dei giovani verso la fede; la
mancanza di tempo per stare fisicamente con i ragazzi, infatti anche i sacerdoti o i responsabili dei
gruppi sono occupati in molti altri impegni.
I giovani hanno un enorme bisogno di essere ascoltati. Ascolto che non sempre trovano nei nostri
ambienti.
L’evangelizzazione dei giovani verso i giovani nel nostro territorio è in affanno e le uniche realtà
che fanno questo sono i gruppi o associazioni che spesso sono autoreferenziali, poco aperti alla
dimensione di Chiesa universale e/o diocesana, partecipano pertanto molto poco alle varie
iniziative.
L’attuale impegno della Pastorale giovanile Diocesana cerca di rispondere con alcune iniziative
efficaci alle attese e ai sogni dei giovani, coinvolgendo i giovani impegnati nei vari ambiti della
pastorale giovanile, per tentare di interessare, attraverso di loro, i giovani che sono più lontani, ai
margini della comunità ecclesiale. Si sottolinea una necessità di proporre ai giovani dei percorsi
vocazionali durevoli nel tempo e sistematici e non soltanto eventi che si esauriscono in un anno. Si
avverte l’esigenza di osare di più con i giovani mettendosi in gioco con loro e per loro.
Un altro problema comunemente individuato nella difficoltà della trasmissione della fede alle
nuove generazione, riguarda le famiglie di appartenenza che pur continuando a chiedere i
Sacramenti per i loro figli, spesso hanno perso il senso cristiano della vita. Ne consegue che le
famiglie non sono più il luogo primario della comunicazione della fede ai loro figli, delegata per lo
più alla Parrocchia e in particolare ai catechisti.
Durante la visita pastorale ancora in corso, si è cercato di dare ampio spazio nelle comunità, ai temi
della pastorale giovanile e ai giovani stessi, cercando di incontrare i giovani. In tante comunità
purtroppo i giovani sono per lo più una “generazione assente”. I gruppi ecclesiali giovanili sono
veramente pochi e formati da pochi elementi: vi è qualche gruppo dell’Agesci, dell’AC o
semplicemente parrocchiale e qualche gruppetto di dopo cresima – oratorio. Alcuni parroci, con i
loro collaboratori, si adoperano per organizzare il Gr.est, soprattutto per ragazzi piccoli e campi
estivi per preadolescenti e pochi adolescenti. Si è dialogato su questo tema con i Consigli pastorali,
con le famiglie e con gli adulti. Purtroppo bisogna constatare che nonostante non vi siano giovani
nel perimetro delle nostre comunità, i genitori e gli adulti, sacerdoti compresi, non si pongano
seriamente il problema e sembrano quasi rassegnati al fatto che i giovani debbano vivere la loro
giovinezza estranei alla Chiesa e lontani da essa, quasi rassegnati a questa assenza.
La Commissione diocesana per la Pastorale Giovanile, la Chiesa diocesana nell’ultima assemblea a
conclusione degli “eventi valentiniani”, insieme al Vescovo, ha riflettuto sulla situazione dei
giovani ed esaminato alcune possibili iniziative diocesane per accogliere le provocazioni del Sinodo
sui giovani e risvegliare la passione apostolica della comunità diocesana e dei giovani verso i loro
coetanei. Le proposte sono tante, ma è importante partire dalle singole comunità parrocchiali o
pastorali creando spazi per i giovani nei cuori dei cristiani e delle parrocchie. In Diocesi poi la
Pastorale vocazionale offre un calendario di incontri e ritiri a partire dal tema della giornata di
preghiera per le vocazioni promossa annualmente dalla CEI.

4. FEDE E VITA-1. Per una fede capace di plasmare la vita: gli affetti.
Gli affetti sono indispensabili per una vita che sia veramente tale. Però è necessario educarli ed
evangelizzarli affinché contribuiscano davvero alla felicità delle persone. Nelle nostre comunità
cristiane e nel tessuto sociale delle nostre città abbiamo recepito due grandi fragilità a cui dover far
fronte: l’analfabetismo affettivo-sessuale degli adolescenti e la debolezza della relazione tra
coniugi.
Alla prima fragilità ci sembra necessaria la risposta di un’educazione degli affetti con la quale
accompagnare gli adolescenti a conoscere meglio se stessi e a imparare una teologia del corpo e
dell’amore uomo-donna. A tale scopo abbiamo introdotto in questi anni un percorso laboratoriale
sull’affettività-sessualità rivolto prettamente agli adolescenti e un percorso per fidanzati, non ancora
in vista del matrimonio
Alla seconda fragilità ci è sembrato importante rispondere con iniziative in cui «il principale
contributo alla pastorale familiare viene offerto dalla parrocchia, che è una famiglia di famiglie,
dove si armonizzano i contributi delle piccole comunità, dei movimenti e delle associazioni
ecclesiali» (AL 202). Inoltre abbiamo recepito dal Sinodo della famiglia l’importanza che le
famiglie cristiane, per la grazia del sacramento nuziale, siano i principali soggetti della pastorale
familiare, soprattutto offrendo «la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, chiese
domestiche» (AL 200). A tale scopo in questi anni presso alcune parrocchie della Diocesi si sono
proposti percorsi di catechesi, di condivisione e forme laboratoriali per accompagnare i coniugi a
crescere nell’amore oltre al percorso di preparazione alle nozze cristiane con uno stile di
catecumenato. Inoltre a livello diocesano è nato dal settembre 2017 il Centro per la famiglia
“Amoris Laetitia” che opera con vivacità e iniziative veramente rilevanti prima fra tutte l’attività di
Consulenza familiare e di formazione alla vita familiare e relazionale. Infine, tenendo conto che “la
Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito
e smarrito, ridonando fiducia e speranza” (AL 291) si è costituito dal 2010 al 2015 un gruppo di
coniugi in situazioni di separazione o divorzio, chiamato “Gruppo Berit”, con un cammino di
preghiera e accompagnamento all’interno della comunità cristiana. A livello Diocesano si è
riorganizzato il servizio di accoglienza, accompagnamento, discernimento e di integrazione per le
coppie che desiderano verificare la validità del loro matrimonio, con il coinvolgimento e l’impegno
personale del Vescovo e di alcuni suoi collaboratori.
Oggi molte famiglie vanno in crisi e sono tanti, troppi, i matrimoni che finiscono. E tante volte
anche noi, come Chiesa, arriviamo troppo tardi, quando i problemi della coppia sono già evidenti. È
bene, invece, educare i nostri fedeli fin da giovani, fin dall’adolescenza. Notiamo inoltre che sono
sempre più frequenti le coppie conviventi e anche con figli. Seguendo le indicazioni che papa
Francesco ha dato alla Chiesa con il documento “Amoris Laetitia”, abbiamo accolto lo stile del
catecumenato come impostazione di fondo da dare al percorso in preparazione alla celebrazione del
Sacramento del matrimonio; infatti notiamo che le molte coppie che si preparano a ricevere il
Sacramento hanno bisogno di un cammino di riscoperta della fede.
Gli incontri portati avanti dalle equipe, si svolgono alternando annuncio della Parola, laboratori e
dinamiche per presentare il tema della serata in varie modalità ed essere più incisivi.
La sete che i fidanzati hanno di ascoltare una parola che valorizzi e dia senso al loro amore, lo
notiamo dal fatto che, mentre iniziano gli incontri con dubbi pensando di fare una cosa noiosa, alla
fine del corso desiderano continuare, anche se poi pochi lo fanno, ma questo ci dice come essi stessi
riconoscono che la parola di Dio sull’amore umano sia l’unica a rivelare la bella verità sulla
relazione uomo-donna. Accompagnare le coppie di fidanzati permette di evangelizzare il mondo dei
loro affetti, passioni, sentimenti, emozioni, e infine anche la vita sessuale, che è fragile perché
poggia su una base superficiale. Le fragilità che comunque da più parti notiamo sono legate al fatto
che la relazione tra di loro è impostata sulle loro sole forze, su un loro ideale di matrimonio che poi
è frutto del loro pensiero, influenzato dalla mentalità di oggi.
5. FEDE E VITA-2. Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero.
Il territorio di Terni – Narni è stato riconosciuto nel 2016 “area di crisi industriale complessa”, ai
sensi della disciplina in materia riordinata dal decreto-legge n. 83/2012 (art. 27). Dunque in questi
anni si sono potute scongiurare o rimandare le crisi delle industrie a Terni. Per quanto riguarda la
nostra città i dati della Camera di Commercio di Terni fanno il punto della situazione economica. In
particolare, quello che maggiormente preoccupa è il tasso di disoccupazione giovanile che
posiziona Terni al 23° posto della graduatoria nazionale con un non confortante 49%. Il dato è
ancor più negativo se confrontato col 2004, anno in cui il tasso si attestava al 16%, dunque più che
triplicato nel giro di pochi anni.
Tra i vari indicatori forniti, risulta che gli unici settori dove le imprese trovano maggiore ossigeno
sono quelli del turismo e ristorazione, con relativo indotto, i servizi di agenzie viaggio e noleggio-
supporto e, infine, i servizi sanitari e sociali.
A questo quadro allarmante non si possono non aggiungere le preoccupazioni rispetto ad alcuni
temi legati al lavoro, che qui solo elenchiamo:
-Il lavoro nero
-La disoccupazione
-La tassazione del lavoro rispetto alle altre forme di reddito
-Le politiche attive del lavoro e le modalità di selezione e scelta del personale
-Tempi di vita e tempi di lavoro
Per quanto riguarda i giovani l’ingresso nel mondo del lavoro, in un contesto di politiche attive non
funzionanti, si basa oggi con grande prevalenza sulla conoscenza personale, con un sistema non
meritocratico che contrasta non solo con il valore dell’uguaglianza delle condizioni di partenza, ma
anche con la valorizzazione dell’impegno personale dei giovani che si scontrano, all’ingresso nel
mondo del lavoro, con un sistema che non premia il proprio sforzo. Tale mentalità diffusa
contribuisce anche allo sviluppo di una modalità di rapporto umano sul posto di lavoro falsato dalle
ragioni (di conoscenza, riconoscenza, amicizia, parentela) che hanno portato all’assunzione. La
sostanziale assenza di politiche di premialità nella gran parte dei luoghi di lavoro contribuisce,
insieme alle modalità di assunzione non meritocratica, alla scarsa competitività delle nostre
imprese, che a sua volta genera un freno alle nuove assunzioni. È eticamente corretto ed
economicamente produttivo che le politiche attive del lavoro investano nelle capacità e nei talenti
dei nostri giovani, e per questo va completamente riscritto il capitolo dei servizi pubblici e privati
che si dedicano alla selezione ed intermediazione del lavoro.
Nel parlare di lavoro con lo sguardo degli insegnamenti del Vangelo e della Dottrina Sociale della
Chiesa, dobbiamo avere il coraggio di prospettare scelte nette anche se scomode, prendere
posizione rispetto a ciò che eticamente riteniamo in linea con i nostri ideali anche e a maggior
ragione quando queste si scontrino con la direzione che l’indirizzo politico e, ancor più, con le
spinte incontrollate del mercato. Faremo quindi evangelizzazione nel mondo del lavoro se sapremo
favorire e promuovere un vero “lavoro buono”: un lavoro che nasce nella meritocrazia, si sviluppa
nel servizio, cresce in un sistema di tutele basato sulle esigenze familiari e si autovalorizza nella
crescita personale in un contesto valoriale positivo e non individualistico.
Nel nostro territorio sono molto diffuse le Associazioni sportive, dove convergono migliaia di
adolescenti e giovani. Spesso queste associazioni usano locali di proprietà delle parrocchie ma
raramente i sacerdoti sono coinvolti nell’organizzazione delle attività o nella gestione. Su questo
tema tra le multiformi e numerose proposte, è interessante segnalare a Terni una singolare
iniziativa.: L’Accademia del tempo libero ( ARCI-Terni ) che ha l’obiettivo «di promuovere sul
territorio ternano una vasta offerta di corsi culturali e ricreativi, per creare uno spazio di
condivisione del tempo libero e delle proprie passioni». Diversi i temi da sviluppare in vari corsi:
laboratorio musicale, introduzione alla musicoterapia, costruzione di strumenti con materiale
riciclato, corsi di chitarra, bassorilievo, calco e scultura, fumetti, produzione audio e video. Oltre a
questi previsti anche corsi sportivi, come danze nel mondo e autodifesa ecc. E’ una iniziativa che
mira innanzitutto a sostenere il mutualismo, la nascita spontanea di interessi comuni e condivisibili.

6. FEDE E VITA-3. Per una fede risanante e consolante: le fragilità.

La comunità ecclesiale è chiamata a rispondere al grido del cuore sofferente dell’umanità, a farsi
carico delle ferite e delle fragilità umane. Tale risposta deve essere organizzata, professionale,
competente e umanizzante affinché l’uomo si senta accolto, compreso e accompagnato. La vita di
ogni uomo è intessuta di crisi superate, fallimenti sperimentati, amori nati e consumati, perdite vissute.
Nell'avversità, l'uomo scopre l'intensità dei sentimenti, la fragilità delle proprie certezze, la preziosità
delle persone care, l’importanza dei valori che lo sostengono. I ricordi biografici che restano più
impressi sono quelli del proprio patire, specie quando infrangono stili di vita, sogni e progetti.
Nell’orizzonte dell’umanizzazione delle fragilità umane, c’è l’ospedale o l’Istituzione sanitaria che
non è più solo un ambiente di dolore, ma un luogo sacro che ospiterà i diversi volti della speranza e in
cui gli operatori sanitari saranno i portatori di speranza. Avranno un cuore educato e vivranno la
professione come una missione verso i malati. L’arte di aiutare comporta la capacità di essere farmaci
più che dare farmaci, attraverso lo sviluppo di abilità relazionali che permettono di scoprire che in ogni
malato abita un medico e di adoperarsi perché venga alla luce.
Inoltre, testimoni importanti e portatori di speranza sono gli stessi malati che, in mezzo al perdurare di
infermità croniche o terminali, trasmettono serenità e ispirano quanti li assistono. La sfida della speranza
che tanti volontari, laici raccolgono è di dover costantemente opporsi alle forze che cercano di
soffocarla. La strategia della speranza è di valorizzare i piccoli passi, mantenere aperte le finestre
quando si chiudono le porte, non deprimersi dinanzi ai disservizi o alle resistenze, saper trasformare
le crisi in opportunità.
Per quanto riguarda la nostra diocesi va segnalata l’esperienza pastorale di assistenza spirituale-
religioso ( cappellani, suore ,volontari, ministri della S. Comunione) presso l’azienda ospedaliera S.
Maria di Terni e le altre strutture, prevista dal nuovo Protocollo d’Intesa tra la Regione Umbria e la
Conferenza Episcopale Umbra (sotoscritto il 6 settembre 2017) relativamente all’assistenza
religiosa di confessione cattolica presso le strutture di ricovero del Servizio Sanitario Regionale
In tale orizzonte si inserisce il “progetto di umanizzazione di ospedale S. Maria di Terni” secondo le
indicazioni del Vescovo S.E. P. Giuseppe Piemontese, che lo ha definito “Cattedrale della
Sofferenza”, nel quale la comunità ecclesiale locale si rende presente attraverso la cappellania
volendo essere una presenza sanante e consolante. In fase di realizzazione il progetto “Una culla per
la vita” per offrire un’ulteriore possibilità di vita ai bambini indesiderati e alle mamme lasciate sole.
Merita in questo ambito ricordare la Comunità Incontro, fondata da don Pierino Gelmini ad
Amelia nel 1979, che continua ancora oggi in aiuto di persone svantaggiate e bisognose:
tossicodipendenti, alcolisti, ludopatici ed emarginati. Mettendo al centro del programma la persona.
Nei diversi centri, alcuni di essi detti “centri spirituali”, molti giovani seguendo il programma della
comunità, si accostano alla “Cristoterapia” e tanti di loro ritrovano guarigione nel corpo e nello
spirito, riscoprono la fede, e si dedicano al servizio degli altri.
Il carcere, dove volontari, coordinati dalla Caritas Diocesana, lavorano assiduamente al recupero
integrale della persona, in vista del suo futuro reinserimento nella società. Altre realtà che operano a
sostegno della fragilità sono: la Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, La Caritas Diocesana e
parrocchiale, l’associazione San Martino, la Mensa dei poveri che ogni giorno per tutto l’anno
fornisce pasti ai poveri, le varie case di accoglienza, i centri di ascolto, gli empori della solidarietà
di Terni e Amelia, l’emporio dedicato ai bambini, i progetti lavoro, l’accoglienza dei migranti,
l’UNITALSI per i malati, il Consultorio familiare per le coppie in crisi infine il lavoro assiduo
quotidiano e silenzioso di tanti parroci e laici che in mille modi accolgono e sostengono la fragilità
di famiglie e dei singoli a livello parrocchiale.

7. FEDE E BENE COMUNE. Per una fede incisiva e decisiva nella e per la costruzione delle
città a partire dai più deboli e ultimi: politica e solidarietà.
Sembra che il problema non siano tanto i percorsi ma piuttosto le modalità scelte che spesso non
riescono a trovare la giusta continuità e quella comunione che testimoni l’approccio comune tra
Gruppi e Associazioni presenti in parrocchia, tra parrocchie di una stessa Diocesi, tra Diocesi, si
pensi:
-a quanto la carità viva e si fermi all’assistenza e fatichi a diventare chiave per la costruzione del
bene comune;
-alla difficoltà rappresentata dal tempo. In parrocchia le persone che ne hanno e che lo rendono
disponibile sono più anziani che giovani;
-alla difficoltà nella comunicazione sociale e mediatica;
-alla capacità di realizzare luoghi aperti che favoriscano la partecipazione, la collaborazione,
l’approfondimento, la crescita della conoscenza, il realizzare concretamente rispetto ai problemi e
alle situazioni che la vita quotidiana pone all’attenzione continuamente.
Il bene comune impegna tutti i membri della comunità ecclesiale nessuno è esentato dal collaborare,
a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo. Occorrerebbe pensare a
riproporre un maggior contatto concreto tra i soggetti interessati: giovani, adulti, famiglie, sia con le
realtà presenti in parrocchia sia con quelli che operano nel territorio promuovendo il
coinvolgimento diretto nelle iniziative a favore dei più deboli e stimolando anche la partecipazione
a specifici incontri ed iniziative formative.
Qualcosa in tale direzione si sta facendo. È in cantiere la realizzazione di una scuola di formazione
socio-politica a partire dalla Dottrina sociale della Chiesa; è già attiva da qualche anno la Scuola di
Formazione teologico-pastorale; in occasione della Festa di San Valentino da tre anni viene scelto
un tema che abbia una rilevanza e un interesse cittadino ( lavoro, giovani, famiglie) e che viene
proposto e approfondito nel corso del mese valentiniano; l’omelia del Vescovo in occasione delle
Feste Patronali nella Cattedrale e nelle Concattedrali che tiene sempre conto della situazione sociale
ed economica della città; la presenza fisica del Vescovo a tutti gli eventi che riguardano la
valorizzazione e la promozione del bene comune della Città; il Festival Popoli e Religioni che
contribuisce alla cultura del dialogo e del bene comune; l’intensa attività dell’ISTESS che sempre
nell’ambito culturale produce ogni anno un interessante proposta formativa che coinvolge anche
molti giovani delle scuole; la celebrazione delle Messe di Natale e Pasqua nei luoghi di lavoro e
nella grandi industrie; l’attività legata al dialogo ecumenico e interreligioso che riguarda la città in
quanto abitata ormai da persone provenienti da diverse parti del mondo e che contribuisce alla
pacifica convivenza…infine le buone relazioni che a livello diocesano e parrocchiale si cerca di
intessere ogni giorno con dignità e rispetto reciproco con tutte le istituzioni politiche, civili, militari,
sociali e finanziarie (Fondazione Carit, Confcommercio, Confartigianato, Acli, Coldiretti, CONI,
ecc.), perché attraverso noi credenti possa esser data voce, anche in questi luoghi, soprattutto ai
deboli e agli ultimi.

Contributo della diocesi di Gubbio

1. VIVERE LA CHIESA. Per una fede celebrata e condivisa: tessuto delle comunità, senso di appartenenza, qualità delle celebrazioni.

Ancora la frequenza domenica alla Messa da il segno dell’appartenenza di alcuni alle parrocchie, sempre in calo. Pochissimi dal loro legame con percorsi strutturati, associazioni o movimenti. Sempre di meno dallo svolgimento di alcuni servizi ministeriali in comunità come catechisti, educatori, animatori della liturgia, o della carità, gestione dei locali e degli aspetti ammnistrativi. Non si percepisce la possibile unità pastorale tra alcune comunità, un po’ di più il legame di territori limitrofi o affini che per alcune cose possono incontrarsi e collaborare. Spesso la vicinanza e il coinvolgimento nei confronti della parrocchia di riferimento è dato dalla organizzazione e gestione della festa annuale, più o meno sempre legata alla ricorrenza del Patrono o di una festa liturgica.
La domenica è quasi solo ridotta alla celebrazione della santa messa, e spesso le celebrazioni sono molteplici nella stessa Chiesa parrocchiale o nelle varie succursali nel territorio. Laddove ormai non vi è più il parroco residente e dedicato spesso c’é una forte richiesta di celebrare almeno una messa al mese la domenica. In genere, con lodevoli eccezioni, non si riesce a offrire celebrazioni curate e ben servite. La formazione liturgica degli operatori pastorali aiuta in qualche modo a rendere partecipabile la celebrazione, ma spesso c’é grave carenza sul fronte dell’animazione liturgica.
Nei confronti della Chiesa locale non c’è per lo più una grande comprensione del livello diocesano della pastorale o della vita ecclesiale, maggiormente si sente e incide la figura e la presenza del vescovo e delle sue iniziative.
Il lavoro sull’Evangelii Gaudium è sicuramente la novità più interessante di questi tempi, anche se il lavoro di studio e di riflessione, in primis da parte dei ministri consacrati, è ancora agli inizi e non trova sempre una grande ricaduta nella vitalità pastorale. Ogni anno ormai è dedicato ad approfondire un aspetto del documento, ma soprattutto a sperimentarci sulle vie indicate dal Santo Padre. La prima verifica di ogni nostra presenza sul territorio è proprio la gioia che scaturisce dalla vita di chi ha incontrato Gesù risorto.

2. GLI ADULTI E LA FEDE. Per una fede pensata e adulta: priorità degli adulti, problema dei linguaggi.

Viviamo un tempo in cui sembra non percepirsi forte il desiderio dei credenti di formare la propria fede e di nutrirla con i tesori della chiesa. Sembra quasi come se le quattro dimensioni fondamentali della vita della chiesa e di ogni esistenza cristiana siano indipendenti e diversamente considerate ai singoli, come se fosse possibile vivere la fede dedicandosi solamente alla cura della liturgia, o della Parola o della Vita comunitaria e della Carità. E tutto questo spesso in forma individuale, come se non fosse connaturale al cristianesimo la dimensione della fraternità, della comunità e in primis della comunione.
A parte la proposta organica e circostanziata delle associazioni e dei movimenti, che però nella nostra diocesi raggiungono pochi soggetti, per il resto quasi non esiste una proposta organica di accompagnamento degli adulti. Qualche sporadica iniziativa diocesana di approfondimento biblico, di preghiera e di riflessione, come i ritiri nei temi forti, la proposta di alcuni pellegrinaggi, episodi di formazione dei catechisti e o in preparazione degli altri ministeri laicali, e poco altro. Nelle parrocchie ancora meno. Non c’é sensibilità a proporre, ma neanche a domandare, spazi di incontro e di condivisione della fede tra persone adulte. A fianco degli incontri di preparazione alla celebrazione del sacramento del matrimonio, ancora poco impostati come un itinerario di fede o di riscoperta della stessa, si sono tentati alcuni incontri di catechesi per coppie e famiglie. Questi ultimi in vero molto ben accolti e richiesti con forza.
Sempre si avverte che manca una formazione di base, anche negli adulti che credono e vivono la chiesa fin da bambini. Hanno ricevuto alcune indicazioni, la grazia sacramentale, ma mostrano una profonda ignoranza della ricchezza della nostra fede e della vita della Chiesa. Emerge il più delle volte una fede convinta e affettuosa, ma poco autonoma e affettiva. Poco centrata sul mistero pasquale e sulla salvezza in Cristo nella Chiesa. È maggioritario uno stile di fede individualista e devozionale, a scapito di una esperienza comunitaria di popolo in cammino.
Il ruolo dei pastori è determinante come sempre, ma oggi questo incontra una stagione di forte debolezza del clero, stanchezza e anzianità, confusione e smarrimento di fronte alla cultura dominante, frenesia di vita, molteplici responsabilità non solo pastorali, e ovviamente forte riduzione del numero rispetto al temtativo di mantenere le posizioni di una volta. La cosa più triste a volte è che questo non è percepito dalla gente delle parrocchie, e quindi non compreso e non accolto, anzi stigmatizzato come negligenza da parte dei presbiteri. Sicuramente non stimola una maggiore partecipazione dei fedeli laici alla vita della chiesa al fianco dei sacerdoti.

3. I GIOVANI E LA FEDE. Per una fede “interessante” trasmessa alle nuove generazioni: coraggio innovativo.

Tra i possibili ostacoli alla trasmissione e all’accoglienza della buona novella ci pare di poter sottolineare i seguenti: eccessiva solitudine dei giovani, attenzione catturata da cellulari e pc, poca disponibilità degli educatori a trascorrere tempo di qualità con i giovani, scarsa incisività o visibilità della testimonianza dei cristiani adulti, senso di smarrimento, precarietà e confusione che contraddistingue la realtà sociale e culturale, ritmi frenetici di vita, ecc.
Nonostante le suddette difficoltà, nel nostro territorio sono presenti alcuni giovani che vivono con desiderio e passione il loro cammino di fede e che scelgono di condividere con altri giovani ciò che per primi hanno sperimentato riguardo a Dio e al suo Vangelo. Può trattarsi di testimonianze silenziose o manifeste che, in linea generale, vengono accolte con favore dalla Comunità.
L’attuale impegno della Pastorale giovanile sembra progressivamente orientarsi verso una maggiore disposizione all’ascolto dei giovani e al recupero di una concezione vocazionale dell’esistenza umana. Se tale obiettivo continuerà ad occupare un posto di rilievo è ipotizzabile che l’impegno pastorale in favore dei giovani possa maggiormente rispondere alle loro esigenze, ai loro sogni e al loro desiderio di trovare un posto nella Chiesa e nel mondo.
Malgrado il discreto impegno delle nostre comunità e della diocesi a favore dei giovani, sembra mancare una vera capacità di interecettare il disagio giovanile e le sue conseguenze. Questo è necessario per accostare tanti che non passano per le “nostre” strutture e proposte, e segno concreto ed efficace di una Chiesa vicina e aperta.
Mentre molti adulti si lamentano della mancanza notevole di sacerdoti e consacrati, tra i giovani questa percezione non sembra emergere con la stessa preoccupazione. Si avverte una scarsa dimensione vocazionale nella csotruzione della vita.

4. FEDE E VITA-1. Per una fede capace di plasmare la vita: gli affetti.

La percezione diffusa è spesso che la chiesa sul mondo degli affetti ha solo regole e comandamenti da dare e da veirficare. Non si percepisce la dimnesione affettiva dell’annuncio del vangelo e della relazione con Dio e con i fratelli. Tutto ciò che riguarda l’amore è ormai circondato da una sfera di individualismo e falsa libertà, che avrebbe bisogno di un rinnovato annuncio della bellezza del progetto di Dio e della sua realizzazione in Cristo.
Si è dato per scontato per troppo tempo, e lo si da ancora oggi, che la formazione degli affetti avvenisse quasi spontaneamente in famiglia. Non si è voluto vedere come negli ultimi decenni si sia insinuato un tarlo culturale che ha eroso la base condivisa di visione dell’amore e della famiglia. Così oggi con grave difficoltà ci ritroviamo a faticare tanto sul fronte dell’annuncio della visione cristiana sulla vita e sull’amore. A costatare che anche tra le “nostre” famiglie e i loro figli non è più condiviso un certo modo di pensare e di parlare dell’amore e degli affetti, cosa che ovviamente da spazio all’accoglienza incondizionata di tutti quei fenomeni che sono ormai comuni anche nella nostra Umbria. La senzazione spesso è che queste cose ci spiazzano, ci sembrano non valere più le regole forti e chiare del passato e purtroppo ne cerchiamo di nuove che blindino la situazione.
L’Amoris laetizia anche ci ha spiaziati, e facciamo fatica ad entrare dentro la sua vera novità e provocazione, che non è una nuova dottrina, ma un nuovo approccio pastorale di accompagnamento e discernimento sulle singole situazioni. Essa invece può rappresentare la possibilità di un nuovo annuncio sulla bontà del progetto di Dio sull’amore umano. Le conseguenze potrebbero essere tante, ma c’è una grande fatica anche solo ad immaginarle.

5. FEDE E VITA-2. Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero.

Ormai sul fronte del lavoro tutto è visto come emergenza. Questo non aiuta a considerarne il legame con la crescita umana e sociale del territorio. Si passa dall’eccesso di chi lavora troppo a quello di chi non trova lavoro per vivere.
E tutto questo è percepito come un problema che interessa molti, che coinvolge le istituzioni politiche e sociali, ma che poco ha a che fare con la comunità ecclesiale e quello che vive e annuncia. Sia chi lavora, come anche chi invece cerca lavoro o si prepara ad entravi, difficilmente percepiscono la portata spirituale ed evangelica di questo ambito della vista umana.
Purtoppo non si mette in relazione l’esperienza del riposo con quella del lavoro. Sono percepite come due sfere private, che non toccano più di tanto quella della comunità dei credenti. La sensibilità sociale e politica su questi temi non passa per la riflessione credente, ma si riferisce ad ambiti laici ed esterni alla visione evangelica.
Nelle nostre comunità si condivide poco questo genere di discorsi e di vissuti e perciò non si avverte un’accoglienza propria della chiesa che possa rappresentare anche un valido osservatorio e un punto di confronto e di elaborazione di un pensiero e di un’azione illuminate dalla fede.
La grande ricchezza della dottrina sociale della chiesa sembra come chiusa ai più e di nessun interesse per la comunità ecclesiale. Questo alimenta e qualche volta giustifica una pericolosa disaffezione dei credenti verso il bene comune e la gestione di esso.

6. FEDE E VITA-3. Per una fede risanante e consolante: le fragilità.

Dipende molto dal ripo di fragilità l’atteggiamento delle nostre comunità. Con gli ammalati, le persone sole o chi ha problemi di handicap spesso c’è molta attenzione e vicinanza. Di fatto ci sono gruppi di sostegno, o singoli che prestano il loro servizio. Ma ci sono delle fragilità più nascoste o più “scomode” con cui la comunità ecclesiale fa difficoltà a confrontarsi. Intendiamo le situazioni di dipendenza, il disagio mentale, la dobolezza e qualche volta la violenza interna alle famiglie, il disagio giovanile, ecc.
Sono molto poche le comunità che hanno degli sportelli di accoglienza e di ascolto dell varie fragilità. Qualcosa passa per le caritas parrocchiali, ma anche queste sono poche e spesso non rispondono alle ferite più profonde e delicate. Ci sono molte iniziative pregiatissime di volontariato, spesso legate ad associazioni esterne al vissuto ecclesiale, che coinvolgono anche molti credenti, ma che non vengono percepite come espressione della comunità ecclesiale.
Colpisce come la creazione di un’opera segno per il Giubileo della Misericordia abbia inaugurato un luogo di attrazione per molte fragilità che non trovavano accoglienza nei nostri spazi consueti. Si tratta dell’Aratorio Familiare, una fattoria che coniuga lavoro nei campi, custodia di piccoli animali, con l’accoglienza dei senza fissa dimora, il coivolgimento dei giovani che vivono un disagio scolastico o relazionale, anziani che si dedicano a vari lavori, momenti di incontro per genitori e figli in semplicità e condivisione, gruppi che passano per un’esperienza di volontariato, e tante altre situazioni. Questo fa riflettere molto come tante fragilità siano più accolte in contesti di vita e di condivisione che in quelli spesso anonimi e funzionali delle nostre parrocchie.
In tutto questo il rapporto con le istituzioni comunali e sanitarie è spesso difficoltoso, e quasi esclusivamente con la Caritas diocesana. Non c’è un grande dialogo, una lettura dei bisogni condivisa, un impegno paritario nell’affrontamento di tali situazioni. Troppe volte le emergenze finiscono per essere scaricate sulle strutture ecclesiali, anche quando non sono adeguate, e soprattutto senza progetti e senza responsabilità da parte del pubblico.

7. FEDE E BENE COMUNE. Per una fede incisiva e decisiva nella e per la costruzione delle città a partire dai più deboli e ultimi: politica e solidarietà.

La dimensione sociale della fede è qualcosa che deve ancora crescere molto nella coscienza dei credenti di oggi. Le nostre comunità spesso curano solamente gli aspetti cultuali e catechistici, senza prospettare una ricaduta dell’impegno dei cattolici negli ambiti del socio-politico e della convivenza solidale.
Non essendoci validi cammini per la maturazione della fede degli adulti, difficilmente questi si sentono chiamati a testimoniare il vangelo nel mondo degli uomini, richiudendosi in forme varie di intimismo spirituale e di rifugio devozionale, che non tocca la vita concreta e la comune socialità.
La stessa esperienza della carità cristiana è spesso messa in discussione quando troppo esigente e scomodante (vedasi il fenomenno migratorio), o quasi del tutto delegata a ingiustificabili “specialisti” della carità, che spesso si riduce all’azione della Caritas.
Le sorti, spesso amare e deludenti, della politica locale e regionale hanno disamorato anche i più dediti all’impegno sociale. Il fallimento delle cosidette scuole di formazione socio-politica non ha indicato un’altra strada per l’educazione dei cattolici alla responsabilità del bene comune. Si naviga tra rigurgiti nostalgici dei più anziani e l’indifferenza quasi generalizzata del mondo giovanile sia nel campo del servizio ai poveri come in quello della partecipazione politica.
Si sente la mancanza di un annuncio del vangelo che includa e fondi un’azione sociale urgente e drammatica che abbia la lucidità della profezia e l’umiltà della compassione.
Stiamo tentando, non senza fatica, di confrontarci tra credenti di varie estrazioni sui grandi temi del vivere sociale, del lavoro, della famiglia e dell’educazione, per poter risvegliare questa vocazione civile della fede e attingere nuova ispirazione dal tesoro della dottrina sociale.

Contributo della diocesi di Orvieto – Todi

1 – Vivere la Chiesa – Per una fede celebrata e condivisa: tessuto delle comunità, senso di appartenenza, qualità delle celebrazioni.

La Diocesi per una popolazione di 93.000 abitanti, la maggior parte battezzati, ha 93 parrocchie a cui bisogna aggiungere un numeroso gruppo di centri pastorali, per lo più antiche parrocchie unite ad una più grande. Queste comunità sono raggruppate in 21 unità pastorali, raccolte a loro volta in sei vicariati. È evidente una grande frammentazione delle comunità, data dalla conformazione abitativa venutasi a formare durante i secoli. Questo modo di vivere ha fatto nascere molte parrocchie cariche di secoli di storia, tanti edifici sacri e comunità abbastanza gelose della loro autonomia. Il senso di appartenenza alla Chiesa è dato dalla celebrazione della S. Messa, dalle feste di Maria e dei santi patroni. L’appartenenza alla Chiesa è sentita a livello locale parrocchiale, dove ci si sta impegnando anche nelle unità pastorali. Molto debole è il senso di appartenenza alla Diocesi che non è sentita vicina, mentre grazie alla diffusione dei media, è percepita la Chiesa Cattolica soprattutto nella figura del Papa. La domenica è ancora sentita come l’espressione massima di una comunità che celebra il Risorto, ma i nostri praticanti sono una piccola minoranza e il senso di questo giorno è eroso dalla mentalità secolarizzata che vede non più il giorno del Signore ma il fine settimana. Festa da vivere come semplicemente svago, oppure come un qualsiasi giorno di lavoro soprattutto nel mondo del commercio e dei servizi. La qualità delle celebrazioni dipendono da alcuni fattori variabili: la grandezza della comunità e il coinvolgimento dei fedeli. In generale le celebrazioni sono troppe, spesso incentrate sul celebrante e con poca partecipazione attiva dei fedeli. In alcune celebrazioni manca “il minimo sindacale”, come la pulizia e il decoro. Le persone praticanti, per lo più anziane, sono molto legate alle parrocchie anche se queste hanno perso la loro vitalità a causa della demografia o di altri fattori, frenando così il necessario cammino di rinnovamento. Anche nei pastori la nostalgia del passato e i problemi inerenti al mantenimento degli edifici sacri rallentano un significativo e necessario cambiamento. Pur evidenziando i tanti sacrifici che il clero vive nella sua missione, non si nota un significativo annuncio nello spirito dell’Evangelii gaudium, ed anche la recezione dell’esortazione apostolica è scarsa e soprattutto non permea ancora l’agire pastorale.

2 – Gli adulti e la fede – Per una fede pensata e adulta: priorità degli adulti, problema dei linguaggi.

Nella Diocesi possiamo individuare tre linee che caratterizzano la fede e la formazione degli adulti,chiaramente emerse nei vari gruppi che hanno risposto alle domande di questo Instrumentum Laboris. Una parte dei fedeli ha una fede che si nutre molto di devozioni, alcune anche di dubbia provenienza, dove l’accento è posto sul “sacro” ma manca di riferimento alla parola di Dio. La seconda è la fede coltivata nell’interno di associazioni e movimenti ecclesiali,generalmente ha come riferimento la Parola di Dio ma pecca nel dare troppa importanza all’aspetto dell’appartenenza, ritenendo la propria esperienza come unica via di “salvezza”. (Comunque in questa fase storica della Chiesa locale si è notato un sensibile calo e diminuzione degli aderenti a gruppi e movimenti). La terza linea è vissuta dai cristiani “parrocchiali” che s’impegnano nella comunità, la loro formazione è spesso carente, per mancanza di sistematicità e approfondimento. Gli strumenti messi in atto dalla Diocesi e dalle parrocchie non sono sistematici. La Diocesi in questi anni ha cercato di risvegliare la fede e il senso di appartenenza alla Chiesa e alla missione. La Chiesa locale ha celebrato assemblee sempre molto partecipate,invitando rappresentanti di ogni comunità anche la più piccola, proponendo un cammino missionario e di risveglio spirituale. Ha aiutato le parrocchie a far nascere una rete capillare di consigli pastorali soprattutto a livello di unità pastorale. Ha dato un impulso alla responsabilità laicale, anche nella gestione economica delle comunità. Il linguaggio per comunicare la fede spesso è moralistico e di tipo didattico non colpisce il “cuore” e poco anche la mente. Gli ostacoli da rimuovere nel linguaggio sono molteplici non ultimo, come giustamente hanno sottolineato alcuni, dalla mancanza di “passione” per il vangelo. Il ministero ordinato nella nostra regione trova le difficoltà tipiche del mondo occidentale. Un’ epoca di grandi cambiamenti, dove si ha difficoltà a staccarsi dal porto del si è fatto sempre così per prendere il largo. Un altro impedimento è dato anche dalle strutture di culto e pastorali ereditate dalla storia, nella nostra regione sono molte, spesso rischiano di diventare zavorre per un cammino più libero e dedito all’evangelizzazione. Le prospettive gioiose si intravedono in un modo nuovo di essere evangelizzatori – pastori. Dalle risposte ricevute, si nota un certo pessimismo nei confronti del mondo presente e una sfiducia nell’intravedere un futuro di speranza.

3 – I giovani e la fede – Per una fede “ interessante “ trasmessa alle nuove generazioni: coraggio innovativo.

I giovani non sono meno religiosi delle generazioni passate. È terminato il “catecumenato sociale”, la cultura che respirano è globalizzata, pluralista, non più legata alla piccola realtà paesana o di parrocchia. Anche i nostri piccoli centri, ormai, non sono isole felici, il piccolo “mondo antico” non esiste più. La fede ai giovani è stata trasmessa con i sacramenti, e da lunghi anni di catechismo troppo legato ai cicli scolastici. Crescendo, molti ragazzi non abbandonano la fede o la ricerca della spiritualità ma i luoghi della loro infanzia cioè le parrocchie. Qui si nota l’importanza di creare delle circoscrizioni ecclesiali più ampie, le unità pastorali bisogna aver il coraggio di trasformarle in parrocchie. È chiaro che su di loro influisce anche la poca fede famigliare, l’ambiente amicale e la debolezza della Chiesa locale nel coinvolgimento delle nuove generazioni. È necessario rivedere le modalità su come fare il catechismo dell’iniziazione cristiana. Un giovane coinvolto e motivato riesce ad avvicinare altri giovani alla fede e alla vita della Chiesa, questo avviene in misura del reale cammino di fede portato avanti nella propria vita. È anche il segno di un nuovo modo di essere cristiani, più missionari e aperti all’evangelizzazione. Le comunità cristiane presenti nel territorio sono di vario genere, sia nella grandezza numerica che nelle attività, purtroppo in alcune non ci si pone neanche più il problema tanto è dato per scontato che i giovani siano scomparsi dalla vita ecclesiale.
La Diocesi, con la nascita del servizio nazionale di pastorale giovanile è entrata nell’ottica di un maggiore attenzione nei confronti della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Ci sono giovani coinvolti che partecipano alla vita della Chiesa e si impegnano. Potrebbero essere molti di più se la Chiesa locale fosse più unita in un unico intento, almeno in questo settore così fondamentale. In alcune schede ricevute per questo lavoro, si nota la mancanza della conoscenza delle attività della pastorale giovanile diocesana, segno che alcune comunità tendono ad essere autoreferenziali e protettive nei confronti dei pochi giovani che frequentano la parrocchia. Questo modo di agire non porterà nessun beneficio, i giovani se non partecipano ad esperienze a largo raggio rimarranno un piccolo gruppo devitalizzato che in breve tempo concluderà la sua parabola. In questi ultimi hanno la nostra regione ecclesiastica ed anche la Diocesi ha visto la nascita degli oratori, per l’Umbria rappresenta una novità, sta producendo buoni frutti di coinvolgimento dei ragazzi e un impegno di servizio per i giovani più grandi. L’oratorio è ben visto anche dall’opinione pubblica e soprattutto dalle famiglie, molto preoccupate per l’educazione dei figli. Il ministero ordinato e la vita consacrata vivono un momento di grande affanno, oltre la debolezza della fede è da notare anche la notevole contrazione demografica che stiamo vivendo, pochi figli e su di loro vengono concentrate tutte le attese della famiglia. Le vocazioni sorgono in una Chiesa viva e proiettata all’evangelizzazione, che sa contagiare i giovani in un progetto di grande di dedizione al Signore e ai fratelli. Anche i continui scandali, amplificati esageratamente dei media, non contribuiscono certamente a mettere in buona luce il ministero sacerdotale. In Diocesi si è intrapresa un’intensa proposta vocazionale, cercando di coinvolgere il popolo di Dio attraverso la preghiera e varie iniziative che sensibilizzano su queste tematiche. Anche se è auspicabile che la pastorale giovanile e quella vocazionale camminino sempre insieme, soprattutto in piccole realtà come la nostra Diocesi.

4 – Fede e vita / 1 – Per una fede capace di plasmare la vita: gli affetti.

Le nostre comunità raggiungono solo in parte la vita delle persone nella dimensione degli affetti. Tutti convengono che oggi l’amore è fragile, lo si tocca con mano, questo succede anche nel nostro territorio. Sono numerose le separazioni e i divorzi e la convivenza prima del matrimonio, o in modo permanente, è molto diffusa. Questa convivenza è data da molteplici fattori: dalla debolezza della fede, dal non comprendere il Sacramento del matrimonio, dalla paura del fallimento della vita di coppia con i successivi strascichi giudiziali e di diritto canonico,dall’eccessivo costo della cerimonia nuziale (fiori, vestiti, banchetto nuziale …). La Chiesa Diocesana ha cercato di rispondere alle sfide promuovendo la pastorale famigliare, l’educazione all’affettività nella pastorale giovanile. Si nota un miglioramento nei corsi prematrimoniali che diventano, dove sono ben fatti, momenti di evangelizzazione e di ritorno alla fede per le coppie,dopo un periodo più o meno lungo di allontanamento dalla vita della Chiesa. In questi ultimi anni si è cercato, a livello diocesano, di creare un punto di riferimento per problemi famigliari ma con scarso risultato; invece è di grande utilità pastorale e spirituale “la casa della Tenerezza”di Perugia. Si nota un buon interesse per proposte di cammini che riguardano la spiritualità della coppia e l’educazione dei figli. Pur con le lentezze solite, questo aspetto della pastorale si sta muovendo. Le comunità, come già altre volte abbiamo scritto, sono molto diversificate. Nei centri più grandi si nota un movimento maggiore, mentre nelle piccole realtà che si ostinano a far da sole questo aspetto langue. Riguardo alla recezione dell’Amoris laetizia, la Diocesi vi ha dedicato un’assemblea ecclesiale e al termine ha pubblicato delle linee guida per una pastorale famigliare rinnovata alla luce dell’esortazione apostolica.

5 – Fede e vita / 2 – Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero.

Il lavoro per la nostra gente è una priorità assoluta, un po’ meno per le nuove generazioni che spesso sono ancorate alle famiglie di origine e non riescono a distaccarsene per i motivi già ampliamente trattati da studi recenti. Il lavoro manuale è poco apprezzato, il sogno di tutti è in un lavoro “intellettuale” con poca manualità. Nella famiglia tendono a lavorare ambedue i coniugi, sia per il costo della vita sia per una nuova percezione della condizione femminile. Purtroppo le strutture per aiutare la famiglia nell’accudire i figli sono carenti, anche questo contribuisce alla drammatica denatalità. Per fortuna sono ancora molto forti i vincoli famigliari che permettono di supplire a queste mancanze con il supporto dei nonni o di altre figure parentali. Il riposo è soprattutto visto come “evasione” nella ricerca di mete spesso dettate dal consumismo di massa o dalle mode del momento. La comunità cristiana riguardo alle problematiche del lavoro è un po’ ai margini. Durante la visita pastorale del vescovo, celebrata tra il settembre 2018 e il febbraio 2019, è stato molto apprezzato l’incontro con gli imprenditori e i sindacati per parlare di queste problematiche. Il lavoro precario, la disoccupazione sono vissute in modo “paternalistico” come situazioni dove i cristiani all’infuori di qualche aiuto non sono in grado fare altro. In Diocesi è attivo un gruppo denominato Nova Civitas che affronta problematiche inerenti alla vita sociale e politica, alla luce della dottrina sociale della Chiesa. La gente ha paura del futuro, soprattutto di questi cambiamenti epocali che modificano il lavoro attuale. La comunità cristiana per arginare la visione consumistica del tempo libero propone delle iniziative soprattutto legate alla tradizione religiosa dei tanti nostri paesi. Anche se le “sagre”, connesse alle varie feste religiose, sono oramai gestite da comitati che hanno flebili legami con la vita ecclesiale. Sono abbastanza diffuse le proposte culturali che hanno come legame la fede e l’arte, con la valorizzazione del patrimonio artistico e musicale. Qualche rischio si può correre in queste iniziative, spesso danno la percezione di un glorioso passato ecclesiale ormai tramontato. È in netto calo il pellegrinaggio classico con il presenza del parroco, questo fatto è dovuto soprattutto ai numerosi impegni parrocchiali dei sacerdoti e alle troppe celebrazioni da presiedere.

6 – Fede e vita / 3 – Per una fede risanante e consolante: le fragilità.

Le fragilità spesso sono vissute con assoluto riserbo e nascondimento. Sono situazioni personali che vengono messi a conoscenza dei sacerdoti, delle suore e di alcuni laici. La Chiesa nel suo complesso cerca di essere vicina a tutte queste persone che hanno delle difficoltà; con la Caritas, con interventi verso le persone fragili e con i ministri straordinari dell’Eucaristia. Nel nostro territorio ci sono vari tipi di persone che rimangono indietro: gli anziani nella loro solitudine, i giovani disoccupati spesso chiusi in se stessi e demotivati nell’affrontare la vita. Inoltre anche le coppie in crisi, con la conseguenza di avere profonde ferite causate da queste situazioni di belligeranza, che si ripercuote sui figli creando dei profondi disagi alla loro esistenza. Senza dimenticare gli immigrati che spesso vivono situazioni di grave precarietà e di incertezza economica. Nei nostri territori, la popolazione immigrata arriva all’undici per cento. Per molti viene istintivo bussare alle porte delle comunità, anche se il rarefarsi della presenza della rete parrocchiale non sempre favorisce l’incontro. Inoltre occorre molta attenzione a non trasformare la Caritas in una specie di servizi sociali della Chiesa. Non tutte le zone pastorali sono dotate di Caritas, soprattutto con la preziosa presenza dei centri di ascolto. Comunque si nota una discreta diffusione di queste esperienze. Sono anche attivi gruppi storici di volontariato: UNITALSI, CVS, San Vincenzo, anche se si fa fatica a trovare nuovi membri attivi di queste opere caritative. Un centro eccellente per le persone portatrici di handicap è il centro Speranza di Fratta Todina, emanazione della congregazione delle Ancelle dell’Amore Misericordioso, le suore fondate dalla Beata Madre Speranza di Collevalenza. Riguardo a problemi inerenti alla “malattie dello spirito”, depressioni, paura di essere posseduti da potenze diaboliche ecc… il santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza svolge un prezioso aiuto sotto questo punto di vista, essendoci anche un esorcista autorizzato e competente. Purtroppo molta gente fa ancora ricorso a maghi e fattucchieri che peggiorano la loro situazione psicologica e umana. Le strutture pubbliche non sempre sono all’altezza dei problemi che devono affrontare ed esiste una certa collaborazione con la Chiesa, soprattutto quest’ultima è vista, dai servizi sociali dei comuni, come ultima spiaggia per risolvere le difficoltà inerenti a varie problematiche i carattere sociale.

7 – Fede e bene comune – Per una fede incisiva e decisiva nella e per la costruzione delle città a partire dai più deboli e ultimi: politica e solidarietà.
La catechesi non incide molto riguardo all’aspetto di una fede matura ed incisiva. Nella Diocesi sono presenti cammini formativi che non valorizzano affatto questo impegno per il bene comune. La dottrina sociale della Chiesa è praticamente ignorata e quando si tenta di fare qualcosa su questo ambito non si riscuote molto successo. Si pensa che alcuni ambiti siano per gli addetti ai lavori non per tutti. La comunità spesso ha una mentalità provinciale e autoreferenziale, ha difficoltà ad aprirsi ad altri, al diverso. Nelle varie zone della Diocesi sono presenti gruppi organizzati: Caritas, Gruppi missionari, volontariato Vincenziano, UNITALSI, Banco alimentare, volontari per progetti diocesani. In alcuni luoghi è emersa la lamentela che ci occupi troppo degli immigrati e poco degli italiano disagiati. Non siamo abituati a fare una lettura del territorio che continuamente cambia per vedere cosa rispondere, avendo una visione ampia delle problematiche. In genere si pensa che l’ambito politico sia “sporco” e si ha anche paura di scendere in campo proprio per non essere “sporcati”. Cosa significa un cattolico in politica? La nostra regione è governata da cattolici? In senso sociologico senz’altro. I cristiani convinti impegnati in politica sono pochi, affrontano molte difficoltà e spesso lamentano vivono da soli questa responsabilità. Inoltre i cattolici si dividono molto nettamente, specialmente in questa stagione storica, tra quelli della morale e quelli del sociale. Spesso conducono battaglie ignorandosi l’uno l’altro mentre partecipano insieme alla S. Messa festiva. Ci si dimentica dello sviluppo integrale dell’uomo che è sempre un valore fondamentale. Non ci si può prendere cura dei migranti e dei poveri e dimenticarsi del valore della vita; oppure al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi odio per il diverso.

Contributo della diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino

1. VIVERE LA CHIESA
Per una fede celebrata e condivisa: tessuto delle comunità, senso di appartenenza, qualità delle celebrazioni.

1. Quali segnali mettono in evidenza il senso di appartenenza alla parrocchia, all’unità pastorale, alla diocesi, alla Chiesa universale?

La diocesi di Assisi-Nocera Umbra e Gualdo Tadino, soprattutto la città di Assisi, è meta di pellegrinaggio in tutto il periodo dell’anno. La presenza di numerosi santuari rende la pastorale complessa. Per accrescere il senso di appartenenza alla parrocchia si ritiene utile offrire dei momenti di preghiera comunitaria, ad esempio di Adorazione Eucaristica, delle celebrazioni più partecipate e che trasmettano gioia anche con l’aiuto dei laici e ripensare la catechesi per i bambini a partire dagli adulti.
Inoltre si potrebbe riorganizzare le parrocchie in più Unità Pastorali per poter unire le forze ormai scarse ed inoltre ripensare la parrocchia come Famiglia di Famiglie secondo il progetto delle Comunità Maria Famiglie del Vangelo. A livello diocesano sarebbe opportuno decentrare i tanti momenti di preghiera anche nelle zone lontane da Assisi, pur mantenendo il riferimento alla Cattedrale, per poter accrescere nei fedeli il senso di appartenenza alla diocesi. È necessario infine una maggiore diffusione, conoscenza e approfondimento dei documenti del Magistero.

2. Quanto la domenica esprime e genera la gioia di fare comunità attorno al Risorto e manifesta il senso della festa?

Si nota una sostanziale differenza tra le piccole parrocchie dove la messa domenicale rappresenta ancora per molti un momento di festa per il Signore Risorto e un appuntamento a cui non si può mancare e le grandi realtà dove le famiglie hanno difficoltà anche ad intessere relazioni tra di loro.
È molto importante il coinvolgimento dei laici, in particolar modo degli operatori pastorali nella preparazione della celebrazione domenicale. Nelle CMFV settimanalmente si ascolta la Parola di Dio della domenica successiva e ci si confronta intorno ad essa.
Potrebbe essere utile creare dei momenti post celebrazione per stare insieme con i parrocchiani e accogliendo i pellegrini.

3. Come valutiamo la qualità delle celebrazioni domenicali? Circola in esse la gioia della fede, il clima della festa e il senso di appartenenza ecclesiale?

Nel complesso la gioia della fede, il clima della festa e il senso di appartenenza ecclesiale circolano nella nostra realtà. Le celebrazioni sono, nella maggior parte dei casi, ben preparate e curate con attenzione ai gesti e ai simboli liturgici e ai canti grazie anche alla presenza dei ministeri laicali e ai vari gruppi liturgici parrocchiali. Grazie ai Ministri Straordinari della Comunione e alle Famiglie del Vangelo, inoltre, la gioia della fede viene portata anche agli anziani e ai malati.

4. Come il clero della nostra diocesi vive e annuncia la gioia del Vangelo? In che misura la Evangelii gaudium è stata recepita dai presbiteri e dai diaconi?

Nonostante i sacerdoti siano sempre di meno e l’età media sia sempre più alta, nella nostra diocesi i sacerdoti si impegnano a recepire e realizzare quanto indicato nell’Evangelii Gaudium. Vivono e annunciano la gioia del Vangelo anche seguendo quanto dettato dal nostro Vescovo nel Libro del Sinodo dal titolo “Tu sei la nostra gioia!”. È quindi evidente che abbiano accolto il cambiamento auspicato da papa Francesco.

2. GLI ADULTI E LA FEDE
Per una fede pensata e adulta: priorità degli adulti, problema dei linguaggi.

1. Quanto il primo annuncio della fede e la formazione cristiana permanente sono fondati sulla Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata, vissuta e testimoniata?

Il centro dell’Evangelizzazione rimane la Parola, lampada ai nostri passi: da leggere, spezzare, far risuonare nei nostri cuori, condividere con gli altri e farla diventare preghiera continua, incessante così da plasmare e conformare la propria vita a quella di Cristo.

2. Quali sono le proposte e gli strumenti messi in atto dalla diocesi, dalla parrocchia e dalle associazioni per offrire agli adulti un accompagnamento costante, organico e strutturato nel percorso verso una fede sempre più pensata e adulta?

Il progetto diocesano che si configura in continua espansione è quello della “Comunità Maria Famiglie del Vangelo” che si basa sul modello delle prime comunità cristiane che mettendo al centro la Parola di Dio si incontravano nelle case e ne sperimentavano la gioia. È interessante vedere come gli stessi laici siano impegnati e motivati ad essere guida e punto di riferimento per i fratelli.
All’inizio di ogni anno pastorale in tutti i vicariati si tiene la Scuola di Bibbia e di Vita Cristiana, un’opportunità per l’approfondimento della Sacra Scrittura e la formazione degli operatori.
In diocesi, stiamo inoltre vivendo il Triennio della Liturgia giunto ormai al termine del secondo anno dedicato ai sacramenti.
Sono presenti inoltre movimenti e aggregazioni laicali con i loro percorsi che permettono a molti uomini e donne di riscoprire e accrescere la propria fede.
Cammini molto interessanti sono anche quelli dei “I 10 Comandamenti” e delle “Beatitudini”.

3. Gli adulti comprendono i vari linguaggi utilizzati nella comunicazione della fede? Quali sono gli ostacoli da rimuovere affinché tale comunicazione risulti più efficace?
4. Il ruolo dei pastori è determinante in ordine alla trasmissione e alla maturità della fede dei fedeli: quali gioiose prospettive e quali maggiori difficoltà trova oggi il ministero ordinato nella nostra Regione?

In diocesi il ruolo dei pastori è determinante per la trasmissione e la maturità della fede dei fedeli, esistono però degli ostacoli oggettivi:
a. nelle piccole realtà legate alla tradizione ed abituati ad avere il proprio parroco si creano tensioni e difficoltà nelle relazioni venendo meno il numero dei sacerdoti e divenendo necessario accorpamento delle parrocchie.
b. Il sacerdote si trova spesso di fronte ad un numero ristretto di fedeli attivi nella parrocchia e partecipi alle celebrazioni e alle attività e un numero invece elevato di persone sempre più lontane da recuperare.
I laici sono chiamati quindi ad essere protagonisti di una Chiesa che sta cambiando volto. La Speranza, la Gioia e lo Spirito di Servizio saranno motori per il rinnovamento della comunità ecclesiale.
3. I GIOVANI E LA FEDE
Per una fede “interessante” trasmessa alle nuove generazioni: coraggio innovativo.

1. Quali sono gli ostacoli che rendono difficoltose la trasmissione della buona notizia alle nuove generazioni e la sua accoglienza?

Gli ostacoli maggiori sono l’habitat culturale in cui vivono i nostri giovani, i loro orari e i loro gusti che difficilmente si intersecano con le tante proposte delle comunità cristiane. Si nota un forte allontanamento dalla pratica religiosa a partire dal “dopo cresima”. Occorre assolutamente, seguendo l’invito di papa Francesco, continuare comunque a scommettere sui giovani ance mettendo in discussione il modo tradizionale di proporre il Vangelo.

2. I giovani sono chiamati ad evangelizzare gli altri giovani. Avviene questo nel nostro territorio? Quanto viene apprezzato e valorizzato dalle comunità?

Esistono nel nostro territorio esperienze significative di giovani che partecipano a gruppi parrocchiali o associazioni, che si impegnano ad annunciare la gioia del Vangelo e a coinvolgere i coetanei e i più piccoli. Si tratta però di casi sporadici, non legati tra di loro e spesso non coinvolgono la comunità.

3. Riteniamo che l’attuale impegno nella pastorale giovanile risponda alle attese e ai sogni dei giovani? Quanto li aiuta a scoprire e ad accogliere la vocazione di ognuno?

La pastorale giovanile diocesana offre appuntamenti qualificati, ma sporadici e episodici che non possono esaurire il bisogno di continuità e di coinvolgimento tipico dei giovani. Occorrerebbe stimolare esperienze associative come lo scoutismo, l’Azione Cattolica, ecc. per far fare esperienza sul campo. Non solo iniziative per i giovani, ma soprattutto da coltivare localmente “con” i giovani e “dai” giovani.
In tal modo un giovane potrebbe scoprire e coltivare la propria vocazione alla vita, all’amore, alla realizzazione di sé attraverso il dono e la condivisione dei propri talenti.

4. Che percezione sussiste oggi in Umbria della vocazione al ministero ordinato e alla vita consacrata?

La percezione della vocazione al ministero ordinato e alla vita consacrata nella nostra regione, nonostante il numero elevato di religiosi e religiose, è molto scarsa. Si nota come manchino figure educative mature e credibili che possano costituire per i ragazzi punti di riferimento autorevoli per un sano discernimento vocazionale.

4. FEDE E VITA /1
Per una fede capace di plasmare la vita: gli affetti.

1. Le nostre comunità sono capaci di un annuncio evangelico che tocca la vita delle persone nella dimensione degli affetti?

Nelle piccole comunità l’annuncio evangelico è efficace soprattutto nei momenti di dolore, di lutto, di povertà e di bisogno. I laici, con o senza la guida del parroco, offrono sostegno e conforto ai fratelli portando loro il proprio affetto. Nella catechesi si accompagnano i fanciulli e i ragazzi nella costruzione della propria identità contribuendo a riconoscere la propria vocazione e a motivare il messaggio di amore.

2. Mai come oggi l’amore è fragile. Nel nostro territorio quali sono le fragilità emergenti in questo ambito?

La prima grande fragilità è il disagio adolescenziale. I nostri giovani sono annichiliti dalla precarietà e dalla mancanza di prospettive. La loro fragilità emerge dalla continua ricerca della perfezione nella cura del proprio corpo.
Altra grande fragilità l’amore di coppia, spesso vulnerabile e che tende a morire rapidamente. L’ “Io è più importante del noi”, la libertà, il piacere fisico, la felicità sessuale e la gratificazione personale sono più importanti del progetto di coppia e di famiglia con figli.

3. Quali sono le iniziative che la Chiesa mette in atto nel nostro territorio per “evangelizzare gli affetti” nelle differenti stagioni e stati di vita delle persone?

Per evangelizzare gli affetti nella nostra diocesi ci sono due importanti iniziative. La prima è quella de “I 10 comandamenti” che ha la capacità di evangelizzare un bacino di fedeli molto ampio ma che partecipano a livello personale non permettendo la formazione di una comunità e il senso di appartenenza ad essa. L’altra iniziativa è il cammino dell’ACR.
Ogni parrocchia, poi, offre diversi momenti di catechesi in vista dei sacramenti e all’interno dei vari ambiti della pastorale.

4. Come le nostre comunità stanno recependo il rinnovamento della pastorale familiare alla luce dell’Amoris lætitia?

Nelle nostre comunità sono pochi coloro che conoscono l’Esortazione apostolica Amoris lætitia. In poche parrocchie è oggetto di studio e confronto nei percorsi pre matrimoniali.

5. FEDE E VITA /2
Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero.

1. Come vengono percepiti il significato e il valore del lavoro e del riposo? Come sono vissuti non solo da parte dei credenti ma anche dalle altre persone che abitano il nostro territorio?

2. Come si pone la comunità cristiana di fronte ai problemi dell’occupazione e della disoccupazione, del lavoro precario, del lavoro “nero” e della mancanza di lavoro per i giovani? In particolare, come si coinvolgono i credenti laici nelle situazioni
concrete in cui essi stessi si trovano a vivere ed operare?

3. Come sono vissuti il riposo e il tempo libero? Quali opportunità concrete offre la comunità per superare la visione consumistica ed evasiva del riposo?

In un territorio così fortemente segnato dalla crisi economica, come Chiesa registriamo un potere sovra economico che sta cercando di azzittire il mondo cattolico per imporre le proprie ideologie. Nelle nostre comunità, pur radicate nel sentimento religioso, si sta perdendo il valore del riposo nel Giorno del Signore. Per questo motivo il primo anno del Triennio della Liturgia è stato proprio dedicato alla riscoperta della Domenica.
Un tempo era il giorno in cui la famiglia si ritrovava per stare insieme, riposarsi e partecipare alla Celebrazione. Oggi è sempre più difficile, molti lavori prevedono anche turni domenicali, tutti gli sport prevedono partite, gare e incontri spesso di domenica con il conseguente lento ma inesorabile intiepidimento delle nostre comunità e l’allontanamento dalla vita e dai valori cristiani.
Come cristiani siamo chiamati a tornare ad essere un segno, a dare testimonianza concreta di uno stile di vita più possibile coerente con il Vangelo.
La vita, il tempo libero, le opere dipendono dalla scelta di vita cristiana che ogni battezzato fa.

6. FEDE E VITA /3
Per una fede risanante e consolante: le fragilità.

1. Quale atteggiamento prevalente circola nelle nostre comunità nei confronti delle persone che mostrano i segni delle ferite, a volte evidenti ma spesso nascoste?
Chi sono oggi nel nostro territorio quelli che “rimangono indietro, i deboli o i meno dotati”?

Verso le varie situazioni di fragilità, evidenti o nascoste, l’atteggiamento prevalente sta diventando l’indifferenza e la chiusura.
Gli anziani, soli o conviventi con badanti, sono certamente tra i deboli, ma tra i soggetti fragili ci sono sicuramente i ragazzi in età adolescenziale, non adeguatamente educati e seguiti dalla famiglia nel loro cammino di fede perché troppo impegnati nel lavoro o in attività extra lavorative. Verso i migranti si notano situazioni di accoglienza ma anche altre di rifiuto.

2. Quanti sono feriti dalla vita e sperimentano fragilità e debolezze sul piano fisico e psicologico, affettivo, morale e relazionale si sentono incoraggiati a bussare alla porta della comunità, delle famiglie e del cuore dei credenti?

Le parrocchie vengono ancora percepite come luoghi di ascolto e sono attente alle fragilità presenti nel territorio ma queste sono purtroppo ben superiori alle disponibilità di risorse che può esprimere per venire incontro ai bisogni, sia di tempo che economiche.

3. Esistono in modo stabile nelle comunità o nella zona pastorale luoghi, tempi, servizi di accoglienza e di ascolto, di consolazione e di “compassione”, di “simpatia” e di misericordia per le persone in difficoltà? Se sì, quale valutazione ne diamo?
Quali esperienze di sinergia esistono tra le comunità cristiane
e le strutture pubbliche?

Nelle nostre comunità sono attive Caritas, CVS, case famiglia e un emporio di distribuzione di alimenti per le famiglie in difficoltà. Il lavoro svolto dalle varie realtà è valutato positivamente e tutte operano in sinergia con i comuni (Servizi Sociali) ed in particolare l’emporio della distribuzione alimentare.

7. FEDE E BENE COMUNE
Per una fede incisiva e decisiva nella e per la costruzione delle città a partire dai più deboli e ultimi: politica e solidarietà.

1. I percorsi di evangelizzazione proposti dalle comunità generano nei cristiani la convinzione che la fede è matura e incisiva solo se si traduce nell’attenzione operosa all’altro, chiunque esso sia?

La nostra diocesi offre diverse esperienze di evangelizzazione: i corsi di cristianità, le Comunità Maria Famiglie del Vangelo, i 10 comandamenti, l’Equipe di Notre Dame…
Questi cammini aiutano a crescere e maturare nella fede ma spesso non porta ad un’attenzione operosa verso l’altro che viene talvolta considerato un ostacolo al nostro benessere, specialmente se viene da lontano, anziché una fonte e un’occasione di interscambio e di arricchimento umano.
Tutto questo genera cristiani chiusi, soli, interdetti ed immobili.

2. Quali sono gli strumenti messi in atto dalle parrocchie per rispondere ai bisogni del territorio? Tali strumenti educano alla carità tutti i cristiani oppure si traducono semplicemente in una delega?

In tutta la diocesi si registra un sempre minore numero di vocazioni sacerdotali e un tessuto sociale sempre più frammentato e in continuo mutamento. I piccoli centri si spopolano e i pochi fedeli rimasti si chiudono in sé stessi riducendo ai minimi termini le relazioni umane.
Inoltre viene ancora concepita la parrocchia con al centro il parroco sul quale sono concentrate tutte le attività e le incombenze. C’è un forte bisogno di cambiare questo tipo di concezione e di formare i laici affinché possano essere d’aiuto al proprio sacerdote.
Sono fondamentali per soddisfare le sempre più numerose famiglie in difficoltà le Caritas diocesana e parrocchiali.

3. Quanto l’esercizio della carità si traduce in preoccupazione e impegno per lo sviluppo umano integrale dei più poveri, cioè in un impegno sociale e politico?
Come cattolici quanto incidiamo nell’azione politica e sociale della nostra Regione?

Passare dall’esercizio personale della carità, fatto di gesti concreti verso fratelli e sorelle di cui spesso si conoscono le storie, ad un impegno pubblico sociale e politico spesso generare una forte solidarietà e un grande servizio ma rischia di inaridire i rapporti e non creare relazioni. Di grande interesse e sempre più da valorizzare è l’esperienza della scuola socio-politica presente nella nostra diocesi.

Contributo diocesi di Foligno

RELAZIONE DELLA DIOCESI DI FOLIGNO

SCHEDA 1 – VIVERE LA CHIESA

1 Domanda
Appartenenza alla parrocchia. In evidenza: la conoscenza tra le persone che frequentano, lo spirito di collaborazione nelle varie attività, il senso di appartenenza alla comunità; l’assidua partecipazione dei fedeli non soltanto alle celebrazioni liturgiche ma alla vita parrocchiale stessa come luogo d’incontro e di condivisione. È avvertita la necessità di superare il senso di appartenenza alla comunità legato soltanto alla erogazione di servizi, per vivere maggiormente un cammino di fede che apra alla comunione e alla corresponsabilità. Altro segno è l’amore verso i sacerdoti, ovvero il grado di affetto che la comunità riesce a trasmettere, o meno, al proprio parroco e ai suoi più stretti collaboratori.
Appartenenza all’Unità pastorale. Si sottolineano: la conoscenza reciproca tra le persone, le iniziative che mettono insieme e migliorano le risorse e i carismi, la partecipazione a iniziative unitarie, la fedeltà nella condivisione delle feste parrocchiali che, soprattutto in nelle Unità pastorale, mantengono viva l’identità delle comunità parrocchiali.
Appartenenza alla Diocesi. Tutti citano l’accorrere di popolo in occasione delle feste e delle solennità; la partecipazione alle catechesi del Vescovo ed alle celebrazioni da lui presiedute nei momenti forti dell’anno liturgico. Alcuni aggiungono, auspicandone l’incremento, l’Assemblea diocesana, la condivisione fattiva degli indirizzi pastorali del Vescovo, la consapevolezza che solo “nella Chiesa diocesana sussiste tutta la Chiesa”.
Appartenenza alla Chiesa universale. Convergenti le risposte: ascolto del Magistero della Chiesa, comunione con il Pontefice e adesione alle iniziative da lui promosse.

2 Domanda
Si evidenziano ombre e luci e si avverte nelle parrocchie una certa «difficoltà» a fare festa. L’Ufficio liturgico diocesano “ha l’impressione che i cambiamenti sociali degli ultimi anni abbiano portato a perdere la percezione delle «priorità» soprattutto riguardanti il vivere la Domenica. La stessa partecipazione alla celebrazione eucaristica nel giorno del Signore per molti cristiani non è un elemento fondante della loro fede. Anche per quanto riguarda il senso del peccato ci troviamo di fronte ad una sorta di anestetizzazione dove tutto diventa lecito (o quasi). Nelle nostre parrocchie non viene percepita la stessa gioia e voglia di fare festa che, frequentemente, si riscontra nelle associazioni e nei movimenti. Va detto che spesso i movimenti non sono perfettamente integrati nelle parrocchie; così come molti fedeli confluiscono in essi perché nella proprie comunità di appartenenza non si riesce ad intraprendere un serio cammino di fede capace di portare a vivere la corresponsabilità. Al di là delle carenze pastorali e strutturali presenti nelle parrocchie il Vescovo ed i presbiteri possono fare ben poco di fronte a tutti quegli atteggiamenti di chiusura e di divisione che sono di ostacolo e di impedimento all’azione dello Spirito”.
Le critiche fatte alle Messe parrocchiali attestano quanto sia difficile trovare un equilibrio tra sobrietà, partecipazione dei fedeli laici, ruolo del celebrante e come non sia scontata in tutti i fedeli la consapevolezza di ciò che si celebra, come pure il loro sentirsi parte viva della comunità. La gioia della domenica è più visibile dove maggiore è la presenza delle varie componenti della comunità che condividono la stessa fede in maniera più fattiva e laddove è più consolidato il senso di appartenenza alla parrocchia di molti praticanti.

3 Domanda
La qualità delle celebrazioni domenicali è ritenuta quasi sempre accettabile. L’ Unità pastorale “Giovanni Paolo II” risponde in termini positivi: “La prima forma di evangelizzazione della Chiesa è la liturgia. Rispetto al passato, ovvero a prima del Concilio Vaticano II, si sono fatti tanti passi avanti sia in quantità e soprattutto in qualità celebrativa e partecipazione: c’è più attenzione alle scelte dei testi dei canti, il vangelo è più conosciuto e diffuso grazie anche ai media, e perché c’è un formazione più specifica. C’è più dimestichezza con la parola di Dio e la liturgia grazie anche ai ministri straordinari arriva anche a molti malati in famiglia. I sacerdoti stessi sono più attenti a queste dimensioni della comunicazione”.
Dopodiché si registrano valutazioni differenti esemplificabili con le due che seguono. La prima: “Le omelie spesso sono comprensibili e incisive. Aiutano molto le catechesi e le iniziative infrasettimanali. Molti si sono riavvicinati dopo gli incontri di preparazione ai sacramenti dei figli. La domenica con le sue celebrazioni è evidentemente il fulcro della nostra unità pastorale, bel momento di condivisione e di comunione. Purtroppo rispetto ai numeri delle nostre parrocchie siamo ancora lontani da un coinvolgimento ampio. Oltre ad un nucleo costante e attivo, c’è un ruotare di famiglie e ragazzi incostante e soprattutto tante persone che fanno mordi e fuggi e non maturano mai un senso di appartenenza profondo. La comunità qualche volta viene vista come un erogatore di servizi a cui attingere in particolari momenti della vita senza mai mettere radici. Per chi partecipa l’appartenenza alla UP è molto forte e cresciuta notevolmente in questi anni”. La seconda, invece, delinea un quadro non sempre soddisfacente circa la qualità delle celebrazioni domenicali: “Si sentono oggi critiche incrociate e contrastanti. Da una parte ci si straccia le vesti per la presunta perdita del sacro nella Messa, per aver trasformato le assemblee in concerti, gli altari in bacheche per cartelloni, i presbitèri in scene teatrali … con i preti che non hanno più il coraggio di ‘menare’ come i parroci di una volta. Dall’altra si sbuffa contro la staticità delle celebrazioni poco coinvolgenti, stancanti per bambini e adulti, buone solo per anziani che sanno pazientare. Si criticano omelie sempre uguali “che tanto si sa dopo tre secondi dove il prete va a parare; con preghiere eucaristiche ‘dette’ e non pregate”.
La sintesi delle varie risposte alla fine sembrerebbe questa: se la celebrazione è ben preparata (canti adeguati, lettori capaci, sacerdote guida e non protagonista unico), la comunità può essere meglio educata a vivere la celebrazione con partecipazione e gioia; se il sacerdote è capace di coinvolgere, allora la Messa è il momento privilegiato per vivere la Parola ed essere fonte e culmine della vita cristiana; se la comunità tutta è in grado di partecipare attivamente alla celebrazione, allora la Messa è gioia condivisa.

4 Domanda
Ogni sacerdote ha la sua personalità e le sue caratteristiche, ogni comunità parrocchiale ha la sua fisionomia, per questo non è possibile una risposta univoca. In generale il clero della diocesi è visto abbastanza bene, soprattutto per la varietà di carismi e per la ricchezza di approcci nell’azione pastorale, anche se si registra talvolta una certa stanchezza e rassegnazione, ovvero poco coraggio nel tentare nuove esperienze di missionarietà. Pur riconoscendo l’impegno del clero nell’annuncio del Vangelo, si auspica più passione ed entusiasmo nel vivere la propria missione. Unanime è anche la richiesta ai sacerdoti di una maggiore capacità di accoglienza e di ascolto delle persone, qualunque siano le loro scelte di vita, passo indispensabile per avviare cammini di conversione. Qualcuno ha ricordato, con le parole di Papa Francesco, che “la società di oggi è pervasa da una tristezza individualista, da una ricerca malata di piaceri superficiali”, e che in questo contesto è facile “ritrovare presbiteri e diaconi nel ruolo di evangelizzatori tristi e scoraggiati”. Anche altri hanno accennato a sacerdoti “pochi, anziani, soli, stanchi e forse anche depressi”, attribuendo la mancanza di nuove vocazioni anche a questa diminuita visibilità della gioia del ministero sacerdotale.
La Evangelii gaudium è poco conosciuta anche se è stata proposta in più occasioni. Non se ne è capita, forse, la portata e l’importanza. O meglio: in alcune comunità è stata già condivisa e approfondita da tempo, mentre in altre è rimasta «lettera morta». E così può capitare, a quanti provano ad applicarla nella vita pastorale, che questa non conoscenza dell’Esortazione apostolica crei resistenze nell’accettare i vari cambiamenti ivi proposti per l’evangelizzazione.

SCHEDA 2 – GLI ADULTI E LA FEDE

1 Domanda
Si fa notare la differenza tra primo annuncio e formazione e come spesso si dia per scontato che il primo annuncio ricevuto dagli adulti in occasione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana possa essersi mantenuto indenne nello scorrere del tempo. Si aggiunge però che solo quando “il primo annuncio e la formazione cristiana diventano ragione e stile di vita e la Parola modello permanente da seguire […] possiamo parlare di Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata, vissuta e testimoniata”. Oggi, pur resistendo tra la gente una forma di religiosità tradizionale e devozionale – in crisi però tra le nuove generazioni -, appaiono meno evidenti le espressioni di una fede più matura e responsabile. Tuttavia emerge un accresciuto sforzo per alimentare la formazione cristiana, sia nelle parrocchie che nei movimenti.
Gli obiettivi risultano condivisi, il problema è come tradurli in prassi pastorale. Si osserva come la Chiesa senta oggi l’esigenza di raggiungere il cuore delle persone, uscendo dai propri confini per annunciare una Parola che arrivi anche ai tanti che vivono nelle “periferie esistenziali” della società: una parola, dunque, annunciata e vissuta, capace di promuova la solidarietà, la costruzione della giustizia e il lavoro quotidiano volto al bene comune. I laici più partecipi, insieme ai sacerdoti, avvertono l’esigenza di un nuovo accompagnamento alla fede. Spesso però, ci si ritrova a fare i conti con una formazione cristiana degli adulti ricevuta attraverso le omelie domenicali o poco più, o con un’accoglienza nelle nostre chiese talvolta estemporanea o non sempre cordiale per tutti.
Gli spazi riservati all’ascolto e alla meditazione, che pure ci sono – vengono ricordati i centri di ascolto, gli incontri di catechesi parrocchiali per gli adulti o quelli riservati ai genitori dei ragazzi che si avviano ai sacramenti; ma vengono anche citati altri percorsi diocesani di crescita nella fede –, non sempre appaiono adeguati e continuativi soprattutto in parrocchie talvolta carenti di laici impegnati e ben formati, capaci di essere insieme al parroco il lievito della comunità. Non mancano, comunque, esperienze innovative sul piano di una catechesi non legata strettamente ai sacramenti in senso tradizionale: ci sono attività di catechismo rivolte a genitori e figli insieme; vengono offerti contenuti catechetici che, seguendo l’anno liturgico e approfondendo le letture domenicali, cercano di rendere la Parola meditata e celebrata il più possibile; ci sono seminari di primo annuncio o percorsi differenziati di formazione a seconda dell’età o dello stato di vita; si cerca di educare ad una frequentazione assidua della Parola di Dio ecc. Tutto questo nelle parrocchie. Poi c’è l’impegno formativo dei movimenti. Ma sulla loro presenza ed efficacia le valutazioni divergono: c’è chi scrive che “spesso chi fa parte di un determinato cammino/movimento si sente ‘arrivato’ e si relaziona in modo giudicante e ‘con superiorità’ verso gli altri”, e c’è chi dice che “in alcune parrocchie, grazie alla presenza di associazione e movimenti, dove è possibile ascoltare e vivere l’annuncio di fede nella condivisione accogliente della vita comunitaria, la vita di fede viene annunciata e vissuta con più facilità”.
Appare evidente che il rapporto dialettico tra l’inclusività della parrocchia, legata ad un territorio e a quanti vi abitano e l’esclusività di un movimento, scelto in base ad orientamenti condivisi dai partecipanti, attende ancora ulteriori sforzi di discernimento e di sinodalità.

2 Domanda
Ci sono alcune proposte che offrono agli adulti un accompagnamento alla vita di fede – oltre a quanto già riportato, si segnalano i laboratori della Parola, la lectio divina, la proposta delle “dieci parole”, l’adorazione eucaristica con meditazione, alcuni percorsi strutturati rivolti sia alle famiglie sia ai catechisti – , ma non sono presenti in tutte le parrocchie, o a volte sono circoscritti ai momenti forti dell’anno liturgico. Movimenti, cammini specifici e aggregazioni laicali (es. Cammino neocatecumenale, Focolarini, Agesci, Azione Cattolica) offrono il proprio servizio per permettere di recuperare una fede più adulta e pensata. Anche gli Uffici Pastorali offrono strumenti in tal senso, quali la Scuola di Teologia, la formazione sul Magistero sociale della Chiesa, il percorso “Essere famiglia oggi”, la preghiera nello stile della comunità ecumenica di Taizé, ecc. Si aggiungano anche i catechismi che accompagnano le tappe fondamentali della vita di ciascuno, anche se l’accesso al sacramento a volte viene più fruito come punto di arrivo che come passaggio significativo e stimolante di un cammino. Pure la liturgia ha un ruolo fondamentale se ben curata nei segni e nella partecipazione. Si avverte sempre di più l’esigenza di una catechesi permanente, in piccoli gruppi, dove la Parola venga condivisa e radicata nel vivere quotidiano e dove giovani ed adulti vengano accompagnati nella loro crescita umana attraverso attività e linguaggi più vicini alla sensibilità propria di ogni età

3 Domanda
Alcuni adulti comprendono il linguaggio utilizzato nella comunicazione della fede, ma crescono coloro che lo ritengono distante da loro. Ciò può avvenire “sia all’interno delle celebrazioni per un uso troppo ricercato del linguaggio, sia per mancanza di conoscenza e di esperienza personale di Cristo”, sia per dei “preconcetti degli stessi adulti che non ritengono necessaria una formazione costante della fede”. C’è anche chi fa notare come la fede cristiana non possa essere annunciata se non è tradotta nel linguaggio degli uomini del nostro tempo; ma questo sforzo di tradurre la fede nel linguaggio e nei modi di pensare della cultura secolare moderna è oggi un compito arduo e difficile, perché tale cultura si è molto distaccata dal linguaggio tradizionale della fede cristiana, formatosi dall’incontro del Vangelo con la cultura pre-moderna. Si apre qui il discorso sulla nuova inculturazione della fede, verso la quale dovrebbe insistere la nuova formazione del clero e del laicato più impegnato. Intanto, per rendere almeno più efficace la proposta di formazione cristiana degli adulti, occorrerebbe rimuovere alcuni atteggiamenti: “evitare di far percepire una sorta di assenza di interesse alla persona e alla cura della sua anima quasi come se la si volesse accalappiare”; “individuare tempi più adeguati rispetto al ritmo frenetico di vita che caratterizza la realtà odierna”; “evitare un approccio cattedratico e moralistico”; “portare più attenzione alle persone che al loro ruolo (spesso ci interessano gli adulti solo in quanto genitori o sposi e meno in quanto persone)”; “prestare meno attenzione al numero dei presenti per dare più importanza alla credibilità della proposta, che deve essere più progettata e meno estemporanea”; “usare un linguaggio più attento e rispondente ai bisogni del contesto socio-culturale”.

4 Domanda
Sul ruolo fondamentale dei pastori sono già state avanzate osservazioni e valutazioni diverse. Talvolta si ha l’impressione che il loro dover correre magari con generosità su tutti i fronti – anche a causa del crollo delle vocazioni sacerdotali e dell’invecchiamento del presbiterio – e alcune difficoltà legate ad una vita per certo aspetti isolata dal contesto sociale, possano finire con il renderli un po’ lontani dal vissuto concreto delle persone e persino in affanno nel relazionarsi con le nuove problematiche dei giovani-adulti. Aiuterebbe i sacerdoti sia vivere in contesti comunitari con i laici quali fratelli di cammino, sia relazionarsi tra loro in Unità pastorali per svolgere insieme una pastorale comune e condivisa. In tal senso sono già avviate esperienze positive in Diocesi. Importante appare l’aggiornamento teologico e culturale oltre che pastorale dei preti e la capacità di creare nelle loro parrocchie un clima di accoglienza e di incontro. Ricorre nel laicato l’invito ai sacerdoti affinché ascoltino i bisogni delle persone e si radichino sempre meglio nel contesto sociale delle proprie comunità. Scrive la Zona pastorale di Spello: “La prospettiva gioiosa che può trovare il ministero ordinato è quella di sentirsi in cammino con i suoi fedeli, consapevole di essere creatura in continua evoluzione, chiamata ad evangelizzare ma anche a lasciarsi evangelizzare. Una delle difficoltà maggiori è quella di entrare in relazione con i più lontani. Spesso si perdono occasioni importanti che permetterebbero di entrare in questa relazione: pensiamo alla preparazione del Battesimo, alle famiglie colpite da lutti, a quelle che hanno difficoltà di relazione con i figli, ai malati”.

SCHEDA 3 – I GIOVANI E LA FEDE

1 Domanda
Gli ostacoli sono molteplici. In via preliminare:“Parlare con i giovani non è cosa facile, spesso i ragazzi non entrano in contatto con il mondo reale, ma si rapportano con il mondo virtuale in una situazione di isolamento piuttosto marcato. Parlare con loro della buona notizia non è cosa facile, spesso abbiamo una notevole concorrenza anche da parte dei mezzi di comunicazione. Far ragionare un adolescente su temi religiosi ci mette in una posizione difficile e facilmente contestabile. I ragazzi potrebbero accogliere la Parola solo se ci fosse un contesto familiare e sociale diverso, oggi sembra quasi un messaggio antagonistico rispetto a quanto viene esaltato nel mondo”. La risposta della Parrocchia San Nicolò trova riscontro nelle “confessioni” dei 25 ragazzi di età compresa dai 15 ai 18 anni delle parrocchie Maria SS. Immacolata–San Francesco, dove la questione degli ostacoli prende in considerazione il vissuto dei ragazzi nell’era digitale, le loro distrazioni e interessi, ma anche l’ambiente che fa sempre più a meno della dimensione religiosa della vita e la comunicazione delle verità di fede che risulta in dissonanza con la cultura e il costume dei giovani.
Ritorna il discorso della famiglia e degli adulti. Famiglie dove non viene acceso nessun interesse per la fede e dove manca un’adeguata formazione ai valori e alla spiritualità diventano esse stesse un ostacolo. “La famiglia – si legge – non è in grado di mettere al centro la Parola di Dio; inoltre capita spesso che la preparazione ai sacramenti è lasciata nelle mani di laici volenterosi ma non adeguatamente formati. Mancano, insomma, adulti credibili che testimonino quotidianamente la buona notizia mettendo in relazione credo e vissuto”.
Diverse risposte sottolineano come in molti casi i ragazzi non abbiano da parte della famiglia, sin da piccoli, una educazione alla fede cristiana e come gli animatori debbano dare le prime basi non solo di conoscenza religiosa, ma anche di convivenza per un cammino di formazione da fare insieme. Anche nel dopo-Cresima quanti restano in parrocchia hanno bisogno di accompagnamenti proposti con pazienza e tanta vicinanza. Nella fascia dei ventenni, soprattutto universitari, può capitare che sia la stessa formazione culturale a suscitare pregiudizi nei confronti dalla fede.
La pastorale giovanile nella sua azione feriale intercetta piccole minoranze. Si evidenzia, infatti, una crescente “mancanza di interesse, presso le nuove generazioni e a partire soprattutto dall’adolescenza, verso tutto ciò che ha a che fare con il sacro: incide, in questo caso, nelle scelte dei ragazzi anche l’influenza dei pari, con il suo fascino irresistibile e anche con una certa tiepidezza delle famiglie che, spesso, delegano i temi relativi alla fede dei propri figli ad altri. Tra gli ostacoli di tipo ecclesiale, invece, vengono segnalati la difficoltà di comunicazione (“occorre sapere usare un linguaggio moderno, capace di raggiungere i giovani e di cogliere le sfide che i social, il web e le nuove piattaforme informatiche propongono”), il vocabolario non sempre adatto, una comunità poco attrattiva, la discontinua attenzione all’orientamento vocazionale dei giovani e alla formazione degli educatori che accompagnino i ragazzi. Si ha comunque la consapevolezza, negli adulti, che oggi la comunità cristiana fatichi molto ad ascoltare e capire le esigenze del mondo giovanile e ad accompagnare le giovani generazioni con semplicità e, soprattutto, credibilità.
Alcuni giovani della Parrocchia del Sacro Cuore si confessano: “Noi giovani, non sempre siamo in grado di percepire quanto il vangelo venga a trovarci nel nostro vissuto; questa presenza la maggior parte delle volte la ignoriamo o per pigrizia o perché distratti. La buona notizia è comunque una verità che è scomoda per noi in certe situazioni, perché ci mette in discussione e non sempre siamo pronti. Inoltre, molto spesso, anche colui che testimonia la bella notizia non parla il nostro linguaggio, pertanto il messaggio passa come esterno da ciò che viviamo, ancor peggio come condanna, costrizione, sacrificio piuttosto che salvezza o liberazione. In mezzo a noi c’è anche chi viene toccato dal vangelo, ma non sempre riesce a portarlo avanti. Il tribunale infatti dei nostri coetanei e dell’ambiente ci mette subito in discussione e se alle spalle non abbiamo l’esperienza di un gruppo o di un cammino di fede, siamo troppo fragili e cediamo alla prima provocazione”.

2 Domanda
Domanda preliminare: qualche volta i giovani parlano di Dio tra di loro? Sembra di sì, almeno a leggere la maggioranza delle risposte di alcuni gruppi parrocchiali. Confronti, opinioni, scambio di idee in maniera informale non sono affatto rari nel mondo giovanile. Altra questione è se i giovani evangelizzano o meno altri giovani. C’è chi scrive che “è molto difficile per un giovane rispondere alla chiamata di evangelizzazione” e che “sono pochissimi coloro che riescono a passare dal semplice stare insieme ad una esperienza di fede profonda”, con la conseguenza che il servizio diventa un impegno ancor più difficile da prendere. Altri, tuttavia, fa notare come molti giovani siano animatori negli oratori estivi e come in alcuni territori l’evangelizzazione da parte dei giovani in parrocchia abbia una certa vitalità ed efficacia, magari non sempre valorizzata dagli adulti, che potrebbero invece coadiuvare di più mettendo a disposizione la propria esperienza. Qualcuno è del parere che l’evangelizzazione dei giovani da parte dei giovani avvenga soprattutto all’interno dei movimenti ecclesiali, dove si propone un cammino più autentico e strutturato, mentre le parrocchie sembrerebbero meno incisive verso il mondo giovanile. Naturalmente tutti riconoscono l’importanza che siano proprio i giovani a evangelizzare i loro coetanei: perché sono più credibili, usano un linguaggio più vicino e comprensibile quando si rivolgono ai loro amici e quindi li possono accompagnare meglio nel porsi quelle domande che aprono il cuore alla ricerca di Dio. Ma perché i giovani siano in grado di evangelizzare occorre una loro formazione più profonda e un sostegno di adulti testimoni credibili ed essi stessi formati al servizio per i giovani.

3 Domanda
Impegni e generosità non mancano, ma si avverte un senso di inadeguatezza verso i cambiamenti in atto del mondo dei giovani. La Pastorale giovanile mira a promuovere e coordinare la crescita e la formazione dei giovani, quanto però a riscontri nelle parrocchie e nei movimenti sembra riuscirvi in maniera parziale. Infatti, non trovano sempre seguito le iniziative proposte dal centro e non sempre si partecipa in maniera corale agli appuntamenti diocesani. Da qui la difficoltà a condividere un progetto educativo per i giovani, che non sia solo organizzazione di momenti ma promozione di dinamiche formative assopite e di figure di riferimento che aiutino i giovani a scoprire la propria vocazione.

4 Domanda
Non mancano apprezzamenti per chi segue tale vocazione, ma la si ritiene una realtà che riguarda altri piuttosto che se stessi. Le famiglie non incoraggiano. I giovani, già titubanti verso responsabilità e impegni definitivi, è difficile che prendano in considerazione la vocazione religiosa come una possibile scelta personale di vita. C’è attenzione alle vocazioni adulte, meritevoli peròdi attento discernimento e di robusta formazione che non le isoli dai contesti sociali ed ecclesiali di appartenenza. Circa la stima o meno nei confronti dei sacerdoti ritornano valutazioni differenti, in ordine soprattutto alla testimonianza e alla capacità di stare più vicini ai bisogni della gente e del territorio.

SCHEDA 4 – FEDE E VITA: gli affetti

1 Domanda
Le nostre comunità sono pensate più per la singola persona che per la famiglia, ne segue che risulta fragile l’annuncio evangelico diretto alle relazioni familiari e alla vita delle persone nella dimensione degli affetti. Il principio che la comunità è famiglia di famiglie non ha ancora trovato realizzazione concreta nella maggior parte delle nostre comunità in modo organico e stabile. E la famiglia chiesa domestica raramente è soggetto di evangelizzazione.
L’annuncio evangelico risulta carente, concentrandosi solo nella fase pre-matrimoniale e tralasciando altre stagioni di vita dei cristiani. Manca altresì l’accompagnamento durante gli anni di vita coniugale, specialmente nelle fasi critiche, come pure l’attenzione sulla condizione dei single. Se l’annuncio evangelico è dato principalmente dalla testimonianza di Cristo nella quotidianità, oggi sembra che tale annuncio resti più legato alla dottrina che all’esperienza di un incontro che abbracci l’altro in tutta la sua persona, creando quella comunione che dovrebbe distinguere le nostre comunità cristiane.

2 Domanda
Le fragilità più evidenti: famiglie monoparentali, convivenze in crisi, solitudine di anziani, vedovi, malati, disagio giovanile. Viviamo in una società consumistica che tende a sfruttare tutto finché serve per poi liberarsene quando non offre più utilità. Una fragilità è la tendenza a consumare anche le relazioni, a viverle in maniera provvisoria, con la flebile speranza di un amore profondo e duraturo. Le fragilità che sembrano essere più evidenti nella dimensione degli affetti sono: l’idea prevalente di sposarsi perché si sta bene insieme, l’individualismo favorito anche dai social che generano relazioni soprattutto virtuali, il mancato passaggio dall’innamoramento all’amore, l’assenza di consapevolezza che l’amore si costruisce con l’intelligenza e la volontà, le famiglie ferite dai tradimenti fisici e affettivi, il mancato sviluppo del senso di responsabilità, l’eccessivo “protezionismo” genitoriale che porta la coppia a focalizzare l’attenzione quasi esclusivamente sui figli in particolare sul loro successo evitandogli qualsiasi forma di “sofferenza”.

3 Domanda
Sono presenti in molte parrocchie iniziative dirette agli anziani e alle giovani famiglie, e non solo ai ragazzi. Più difficile è individuare esperienze di accompagnamento stabile per “evangelizzare gli affetti” nelle differenti stagioni e stati di vita delle persone nei percorsi di catechesi, a parte i diversi percorsi di preparazione al sacramento delle nozze. Non risultano esperienze significative di educazione all’affettività degli adolescenti, delle persone single, delle persone in situazione di vedovanza, o che vivono esperienze di famiglie ferite, o in età anziana. Vi sono però sperimentazione in atto (es. comunità Notre Dame, “Sposi con Gesù” nell’Unità pastorale Giovanni Paolo II, un seminario “Ecco lo sposo” proposto a livello diocesano) che, per essere ancora sporadiche, non permettono valutazioni. Sembra che manchi anche una adeguata formazione dei presbiteri in tali ambiti. Più in generale sono le stesse comunità a ritrovarsi impreparate su queste problematiche: lo si evince talvolta dalle risposte che oscillano tra analisi lamentevoli (circa alcuni processi “degenerativi” del presente: i giovani figli del benessere, le coppie fragili e sfuggenti, il relativismo, le convivenze ….) e verbi di desiderio (che faticano a tradursi in azioni pastorali). Appare comunque evidente che “il problema non è la presenza di famiglie in difficoltà, separate o divorziate, il problema sta nel trovare l’approccio giusto per avvicinarci a loro”

4 Domanda
Probabilmente il rinnovamento dell’Amoris laetitia non è percepito fino in fondo nelle nostre comunità a causa della poca conoscenza del documento. Si auspica da più parti una maggiore attività catechetica sul tema, con possibilità di confronto tra fedeli e pastori, soprattutto su quelle novità del documento che hanno suscitato maggiori interessi e interrogativi. A parte l’iniziativa promossa nel 2017 dall’Ufficio di Pastorale familiare, peraltro con scarso seguito, non risulta che nelle parrocchie sia stata condotta una riflessione più adeguata. La percezione è che anche il capitolo 8, dove si è concentrata la maggiore attenzione a livello mediatico, presenti una visione non molto condivisa talvolta dagli stessi sacerdoti.

SCHEDA 5 – FEDE E VITA: lavoro e tempo Libero

1 Domanda
Comune a credenti e non è la scarsa percezione del lavoro come possibilità di realizzazione della persona e come possibilità di contribuire al bene comune. Sul lavoro come vocazione sembra prevalere l’dea di lavoro come ricerca di prestigio e successo individuale. Per i giovani, poi, il lavoro appare come una prospettiva lontana e incerta. Il riposo non è concepito come possibilità di rientro in se stessi e di relazione con gli altri e con Dio, piuttosto è vissuto come momento consumistico e di evasione. Il riposo come giorno del Signore sembra venir meno anche nella mentalità e nel costume di non pochi cristiani

2 Domanda
Non mancano iniziative di sensibilizzazione e di approfondimento da parte di associazioni, o di discussione sui media cattolici locali. Si segnalano anche alcuni eventi: l’Ufficio diocesano per i problemi sociali promuove annualmente momenti di confronto su tematiche specifiche con il coinvolgimento degli operatori economici; il progetto “Cittadini del mondo”, anche nell’ambito dell’alternanza Scuola-lavoro, si è interessato allo sviluppo di idee imprenditoriali tra i giovani; la Caritas diocesana ha curato sia uno sportello di orientamento al lavoro, con lo scopo di contrastare le crescenti difficoltà occupazionali, sia borse lavoro per far fronte alle difficoltà economiche quotidiane di alcune famiglie. La comunità cristiana di fronte ai problemi del lavoro appare tuttavia ancora impreparata, o avverte un senso di impotenza in particolare di fronte alla mancanza di prospettive per i giovani. Difficile anche prendere posizione su talune criticità. Si è consapevoli che una formazione culturale più specifica verso le tematiche sociali e del lavoro, unita a dei momenti di confronto tra le aggregazioni, possa ampliare gli orizzonti, far crescere le sensibilità, seminare tra i laici buone pratiche. Confronto che non può certo esaurirsi a livello intra-ecclesiale.

3 Domanda
Diverse sono le opportunità offerte dalla comunità: ci sono momenti di preghiera, pellegrinaggi, momenti di formazione, più o meno capaci di coinvolgere le famiglie e i giovani. Si ritiene che le comunità cristiane non debbano diventare agenzie che organizzano eventi di svago alternativi alla logica consumistica, quanto piuttosto luoghi dove vivere una progettualità comunitaria, riscoprendo il valore e l’importanza delle relazioni e della condivisione, altrimenti rischiano di trasformarsi in centri sociali o ricreativi.

SCHEDA 6 – FEDE E VITA: le fragilità

1 Domanda
Siamo tutti fragili perché tante sono le fragilità nascoste. A volte paradossalmente siamo noi stessi cristiani a creare fragilità laddove emarginiamo o non accogliamo chi è più povero, chi è di orientamento sessuale diverso, di diversa nazionalità o estrazione sociale. O quando lasciamo sole le famiglie con disabili, con malattie mentali o problemi di dipendenza, gli anziani, i divorziati. Accanto a questi, ci sono anche gli extracomunitari, i ragazzi i Rom/Sinti: si percepisce un certo razzismo e spesso non ci sono risposte alle molteplici difficoltà. Le ferite più gravi sono la mancanza di lavoro, le ferite sociali, la mancanza di relazioni costanti. Le giovani generazioni di ragazzi marocchini stanno vivendo attualmente un’educazione piuttosto conflittuale con la propria famiglia. Molte etnie, es. albanesi, faticano a seguire le proprie tradizioni religiose. Esistono, poi, i più fragili tra i fragili: quanti non hanno trovato un senso alla loro vita, i più lontani da noi, quelli che non bussano alle porte delle nostre comunità. Di fronte a questa realtà, nella nostra comunità gli atteggiamenti sono diversi: c’è chi si fa prossimo delle persone che si trovano in sofferenza; c’è chi si mostra indifferente alle difficoltà altrui, o magari mostra falso interesse per alimentare chiacchiere di paese. C’è da evitare l’atteggiamento meramente assistenzialistico di chi, limitandosi a dare il pacco viveri, appalta alla carità ciò che compete alla giustizia.

2 Domanda
Chi bussa alla porta di qualcuno ha già fatto un bel tratto di strada, avendo riconosciuto le proprie difficoltà e mostrato la capacità di chiedere aiuto. Considerando che ciò non è affatto facile, la comunità dovrebbe facilitare questo tipo di incontro e di accoglienza. Essendo ormai cambiato l’atteggiamento delle persone, sempre più diffidenti e sospettose, e facendo tutti fatica ad aprire le proprie case, ci si chiede quanto riusciamo come cristiani ad essere attrattivi verso i poveri e i diversi. Ci si chiede anche, laddove la parrocchia voglia essere sempre aperta, viva ed accogliente, se riesca davvero ad essere percepita come tale.

3 Domanda
Sicuramente la Caritas diocesana svolge un ruolo insostituibile in questo servizio ma anche nelle parrocchie ci sono diversi progetti e servizi con intenti analoghi. Certo con si può delegare solo alla Caritas un’attenzione che dovrebbe essere il DNA dei cristiani, né si può dare l’impressione che le opere di misericordia corporale e spirituale siano delegate a certi luoghi e tempi e non interessino quotidianamente la vita delle persone. Accanto a questa urgenza formativa, l’altra esigenza riguarda la sinergia con le strutture pubbliche, in parte avviata e in parte da incrementare, al fine di lavorare in rete nel rapporto con le istituzioni nel vasto campo del superamento del disagio e dell’inclusione sociale.

SCHEDA 7 – FEDE E BENE COMUNE

1 Domanda
“Purtroppo sembra che i percorsi di evangelizzazione non generino sufficiente attenzione all’altro. Esiste una fede che si limita alle pratiche di pietà e non diventa operosa nella vita quotidiana”: così per l’ Area dello sviluppo integrale della persona. Quali le possibili cause? Non è facile coinvolgere gli adulti. Le proposte formative nelle parrocchie sono insufficienti e quasi sempre rivolte all’adulto in quanto genitore o sposo, magari con l’idea che la fede riguardi solo alcuni aspetti, molto intimi e personali, come i rapporti familiari; dunque, proposte poco adeguate ad incarnarsi anche nelle altre problematiche “dure” che gli adulti devono affrontare (lavoro, vita sociale, politica, confronto culturale, testimonianza pubblica …). C’è il rischio di un ripiegamento su se stessi o di un individualismo nel rapporto tra fede e vita che, insieme alla difficoltà di un confronto ecclesiale di discernimento sulla dimensione pubblica della fede, sembra rendere oggi il laicato cattolico meno preparato ad affrontare problemi complessi (come le politiche familiari, l’accoglienza, le politiche sociali, la stessa laicità della politica).

2 Domanda
Attenzione alle famiglie, agli anziani, ai ragazzi, all’Oratorio ecc. è quanto le parrocchie segnalano. Qualcuna è anche luogo di incontro e di riferimento per le problematiche del territorio. La Caritas è molto apprezzata (anche dalla comunità civile), pur rimanendo il rischio della delega (perché “tanto c’è la Caritas diocesana che ci pensa”). Nelle parrocchie ci sono i centri d’ascolto Caritas che possono essere implementati col servizio civile. Con l’Emporio Caritas è cambiato il ruolo dei centri d’ ascolto delle parrocchie in quanto queste non svolgono più un’azione diretta di elargizioni alle famiglie in difficoltà, ma continuano ad avere un ruolo fondamentale di intercettazione delle fragilità e di accoglienza sul territorio. Aggregazioni e movimenti ecclesiali vengono sollecitati a coinvolgere quegli adulti che le parrocchie talvolta faticano ad indirizzare verso le attività formative e di servizio promosse dalla Caritas diocesana.

3 Domanda
I cammini di fede e di formazione non sono ininfluenti sulla maturazione della coscienza civile e politica. I difetti di questa chiamano in causa catechesi, predicazione, processi educativi portati a maturazione o meno. Una fede dalla ridotta sensibilità sociale fatica ad incarnarsi. Fatica ancor più a suscitare vocazioni alla politica attiva, dove oggi il laicato cattolico si mostra impreparato. Le cause? Sfiducia e ipercritica verso la politica, che hanno messo talvolta il credente alla finestra a guardare e brontolare; difficoltà a confrontarsi con le sfide della laicità, del pluralismo, dello spirito critico-democratico; richiami piuttosto selettivi alla dottrina sociale cattolica senza lo sforzo delle mediazioni necessarie sul piano della traduzione politica. Alcuni segnali preoccupano, come quando la Caritas scrive che “nelle nostre comunità c’è nei confronti dei migranti diffidenza e razzismo e non si riesce a parlare di questi temi senza temere un clima di ostilità e di contrapposizione. Si crea spesso, anche tra credenti, un conflitto esasperato tra posizioni diverse, come se il tema della sicurezza e dell’accoglienza, dell’apertura alla vita e della laicità fossero inconciliabili”. Di segno contrario l’impegno di alcune aggregazioni: attraverso la campagna “Chiudiamo la forbice”, si stanno realizzando dei momenti di riflessione socio-economico-politica aperti a tutta la città, con l’auspicio che la rete di aggregazioni si allarghi sempre di più. In città diversi cattolici si sono impegnati nei laboratori di partecipazione civica nati in vista delle elezioni amministrative di maggio. Nella pluralità delle posizioni non sono mancati momenti di frizione o di scontro, anche inediti rispetto al passato, ma il buon senso ha fatto dire un po’ a tutti quanto sia atteso e importante un confronto più maturo e sereno tra i credenti sui temi etici e la loro declinazione nelle scelte politiche concrete.

Contributo della diocesi di Perugia-Città della Pieve

SCHEDE PREPARATORIE ASSEMBLEA ECCLESIALE REGIONALE

1 – VIVERE LA CHIESA

1) Ciò che mette in evidenza l’appartenenza alla Chiesa è sicuramente la messa parrocchiale. Non meno importanti sono i pastori che tengono il popolo unito intorno ai sacramenti. I servizi pastorali poi sono il frutto di questa appartenenza. Oltre alla fede, che è l’elemento essenziale e comune ai cristiani, il sacerdote è la persona che guida la comunità e che trasmette il senso di appartenenza alla parrocchia e, a seguire, all’unità pastorale, alla diocesi e alla Chiesa universale. E’ lui per primo che si deve sentire coinvolto nella vita parrocchiale, soprattutto nell’unità pastorale. Non si può pensare soltanto alla parrocchia assegnata, ma nell’ottica di quella unità pastorale i sacerdoti che ne fanno parte devono fare comunione, condividere, dialogare e aiutarsi a vicenda come in una famiglia, affinché il messaggio e l’esempio sia chiaro anche per la comunità. D’altro canto anche i laici, soprattutto quelli con un marcato campanilismo, devono essere guidati e informati dal sacerdote sulla bellezza e ricchezza della comunione e condivisione con le altre realtà parrocchiali. In alcune Unità Pastorali è stato fatto, nei tempi “forti”, un cammino comune a tutte le parrocchie, con tematiche comuni e durante l’anno liturgico ci sono stati momenti di preghiera che hanno visto coinvolte tutte le parrocchie riunite. Anche le catechesi mensili unitarie sono state uno strumento molto utile per la crescita spirituale dei laici e hanno dato uno spunto di riflessione a tutti i fedeli.

2) L’esultanza della festa risulta non sempre costante. Si notano certamente periodi nei quali essa è più evidente ed altri invece nei quali si affievolisce sotto il peso della routine. Per alcuni si sente il desiderio di offrire una maggiore accoglienza rispetto a chi si accosta ai sacramenti in modo da mettere a proprio agio chi arriva. L’idea che nasce da molte riflessioni, comune a molte realtà parrocchiali, è quella di un bisogno forte ad una sorta di rieducazione alla liturgia.
In molte parrocchie è ormai evidente la diminuzione dei fedeli alla messa domenicale ed in generale alle attività parrocchiali collegate. La domenica è riservata allo sport dei figli, agli hobbies, allo shopping e non si “trova il tempo” per ringraziare il Signore e fare festa insieme alla propria comunità. Probabilmente la messa viene vista come una delle tante attività e non sempre viene collocata al primo posto.

3) E’ necessario che i laici che animano la liturgia siano formati e coscienti del loro ruolo per ogni servizio che viene svolto. Non ci si può improvvisare animatori liturgici. La gioia della fede è la consapevolezza di avere partecipato attivamente alla celebrazione e di testimoniare tale gioia agli altri.

4) Parlando del clero della nostra diocesi possiamo dire che solitamente sono assidui agli incontri di formazione. In alcune parrocchie la Evangelii gaudium è arrivata fino al popolo grazie proprio alle iniziative dei parroci che hanno promosso incontri di riflessione sui contenuti di questo documento.

2 – GLI ADULTI E LA FEDE

1) Poco, è stato il commento lapidario ma sincero che è emerso da molti gruppi. Si è tutti concordi nel dire che è necessario tornare ad annunciare il Kerygma e all’approfondimento della conoscenza della Sacra Scrittura.
Non esiste un primo annuncio della fede e una formazione cristiana permanente che non siano fondati sulla Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata. Quanto al “vissuta e testimoniata” esse sono due condizioni strettamente legate fra loro, perché, più che dalle parole, la vera testimonianza viene dal modo in cui si vive la famiglia, la comunità, il lavoro, la sofferenza, etc…
La testimonianza è imprescindibile dalla vita vissuta. Purtroppo non sempre il quotidiano è conforme agli insegnamenti della Parola di Dio, spesso alle prime difficoltà si adatta lo stile di vita ai bisogni del momento, con la conseguenza che non si testimonia ciò che si sarebbe dovuto testimoniare. Altre volte è la nostra insicurezza che frena la spinta a dare testimonianza, ma per fortuna la bellezza del volto di un cristiano sereno è già di per sé testimonianza.
Tuttavia, in merito al primo annuncio, è bene considerare che il processo di secolarizzazione impone di riscoprire e riproporre il Kerygma non solo per evangelizzare gli atei, ma anche per ri-evangelizzare i battezzati, coloro che si sono allontanati dalla fede o che sono cristiani solo nominalmente, per ritrovare nell’esperienza dell’Amore di Dio per l’uomo, il “centro vitale” delle fede di ogni cristiano. Riconosciuta la struttura portante e immutabile del Kerygma, è necessario individuare più forme di primo annuncio da proporre nelle UP, magari su indicazioni e proposte concrete da parte dell’Ufficio Catechistico Diocesano, il quale potrebbe collaborare con le UP per le proposte e successivamente per la verifica della risposta nei vari territori.

2) Gli strumenti per compiere la missione di evangelizzare, per altro già presenti in diverse parrocchie, sono il Cammino Neocatecumentale, Rinnovamento nello Spirito, Cellule di Evangelizzazione, Notre Dame, Magnificat , Focolarini e Azione Cattolica. Questo per quanto concerte le iniziative già strutturate.
Inoltre ci sono le iniziative diocesane :
– Corsi di formazione liturgica
– Scuola Diocesana di Teologia Leone XIII (Ora dipendente dall’Istituto Teologico di Assisi)
– Iniziative bibliche proposte dal SAB (Settore Apostolato Biblico diocesano)
Da qualche anno sono risultate molto efficaci per gli adulti le catechesi dei “I 10 comandamenti”, che spesso sfociano in cammini di fraternità. Questi progetti hanno consentito, a coloro che vi hanno partecipato, un approccio alla conoscenza della Parola di Dio e come questa opera in noi e per noi, determinando di fatto una crescita continua e progressiva verso una fede consapevole. L’esperienza delle “fraternità” rappresenta la risposta alla necessità di riscoprire e vivere la dimensione comunitaria della Chiesa e allo stesso tempo favorisce la crescita dei rapporti umani e spirituali che in contesti più grandi è difficile percepire. Esse possono inoltre assumere i connotati di una comunità di base che, sotto la guida dei Sacerdoti, può offrire concretamente a laici e famiglie un autentico cammino di discepolato.

3) Le difficoltà di comprensione ci sono, ma sono soprattutto del linguaggio liturgico e per questo ci sarebbe bisogno di corsi o catechesi per spiegare la simbologia liturgica. La difficoltà maggiore nel percorso con gli adulti risulta dalla eterogeneità nell’estrazioni socio-culturali dei partecipanti e da differenti aspettative, in quanto alcuni gradiscono un percorso incentrato sulla Parola mentre altri desiderano maggior spazio alla preghiera. Una difficoltà che si rileva è la mancanza di un percorso unitario diocesano/regionale che induce ogni anno a cercare individualmente nuovi temi da trattare.
Per comunicare la fede in Cristo all’uomo di oggi è sicuramente importante “accorciare le distanze” utilizzando un linguaggio meno dogmatico e più esperienziale, ma ciò che è veramente importante rivedere è il nostro modo di porci dinanzi a chi non capisce o ci osteggia, cercando di vedere con gli occhi di Cristo ogni persona e ogni situazione, cercando di entrare in relazione nonostante tutto, credendo che la luce di Gesù può dare un significato nuovo ad ogni vita. Oggi siamo abituati a pensare a tempi di ritorno brevi, brevissimi, ma la fede opera con i suoi tempi. Se non poniamo attenzione a questo, colui al quale è indirizzata la comunicazione, potrebbe avere aspettative troppo alte e allontanarsi presto se non vede subito risultati tangibili. Bisogna dare chiarezza agli obiettivi, non ponendo limiti alla Divina Provvidenza, ma rassicurando le persone che si tratta di un invito all’ascolto e che nessuno vuole convertire nessuno.
4) Possibili prospettive: riscoperta del ruolo di pastore del popolo a lui affidato, collaborazione con il laicato, dedizione all’annuncio, alla preghiera e ai Sacramenti.
Difficoltà: isolamento, solitudine, impossibilità di dedicarsi assiduamente all’annuncio perché impegnati in troppe cose materiali, scarsa sinergia con la Diocesi e i suoi Uffici, difficoltà ad adeguarsi ad una “nuova” idea di prete.

3 – GIOVANI E FEDE

1) Tenendo conto della crisi della famiglia e della crisi giovanile, i ragazzi richiedono una chiesa più umana, dove non dominano le regole, ma è necessario l’incontro con l’altro, una testimonianza di vita, l’incontro con l’umanità di Cristo. Non richiedono la comunicazione di storie, ma fatti e testimonianze per favorire il discernimento anche vocazionale, parlando con la loro vita a partire dall’ambito in cui vivono. Parlare di vita e non di moralità permette alla fede di diventare una dimensione totalizzante e la condivisione di una cammino.
Questo aspetto della fede può essere letto da due punti di vista:
– Quello dei giovani che vivono sempre di più la precarietà dei valori, la paura, la diffidenza nei confronti del prossimo, le distrazioni continue e l’egoismo;
– Quello di coloro che “dovrebbero” trasmettere la buona notizia, ma che hanno sempre maggior difficoltà ad essere testimoni della fede.

2) Nel nostro territorio l’evangelizzazione tra pari non avviene in modo costante. Lo stimolo al tentativo è a volte fallimentare se manca il collegamento tra le diverse fasce di età.
I giovani andrebbero per prima cosa ri-educati all’ascolto e a parlare di sé.
Evangelizzare attraverso il servizio è per i giovani forse la modalità più accessibile.
Dal punto di vista dell’apprezzamento e della valorizzazione forse è necessaria maggiore attenzione ai tentativi che i giovani fanno in questa direzione.

3) La Pastorale giovanile ci sembra una pastorale di eventi, ma non è funzionale perché non avvia sempre un cammino di fede e di approfondimenti del proprio percorso vocazionale. Nella pastorale giovanile le attività non sono differenziate per età, ma proposte uniformemente, mentre è evidente che differenziare i percorsi per gruppi di età sarebbe utile e costruttivo. In ultima analisi i percorsi dovrebbero avere come scopo l’incontro, formativi sulla parola e sulla preghiera.

4) Manca una proposta concreta di cammino, mentre le vocazioni vengono dai movimenti; i ragazzi sentono altre esigenze e altri input, manca il contesto e una proposta concreta di cammino. In questo è inconcepibile la dicotomia tra parrocchia e movimenti, ma occorre costruire una pastorale di integrazione tra movimenti e parrocchie per crescere insieme in condivisione di esperienze, di preghiera e condivisione della fede.
La vita consacrata appare ai nostri giovani come una vita molto distante da quella “normale” e ciò comporta un disinteresse diffuso e una scarsa accoglienza. Vivere la vocazione del mistero ordinato è vista come una restrizione della libertà della vita dei giovani.
L’esperienza ci evidenzia come una buona guida possa essere tracciata da parroci “giovani” che raccontando la propria esperienza di vita mettono in risalto la bellezza della vita consacrata.

4 – FEDE E VITA/1

1)Occorre ripartire dal documento del Pontefice sul neocatecumenato pre e post coniugale. Nel caso specifico si ritiene insufficiente il numero dei corsi prematrimoniali, i quali sono incentrati sul tempo e non sul donare al Signore e alla persone che ami.
L’educazione agli affetti è la grande emergenza dei nostri giorni in tutti gli ambiti: familiare, sociale, parrocchiale; in nessuno degli ambiti descritti viene coltivata come richiederebbe, viene lasciata soprattutto alla formazione/sensibilità personale e all’ambito familiare.
La persone , l’individuo non vive più una realtà basata su valori morali/etici/religiosi; non rispettiamo più il prossimo come individuo, come umano, come simile “a me”…come altro “me”!!! Abbiamo solo “interessi” da perseguire, di qualsiasi genere quindi anche gli “AFFETTI”, molto spesso, sono opportunistici.
Non tutte le comunità sono attrezzate per educare gli affetti, e anche dove sono attrezzate è molto difficile interessare, incuriosire e/o attirare l’individuo.

2)Le fragilità a cui siamo sottoposti sono le stesse del mondo:
-incomunicabilità e opportunismo
-incapacità di prendere la responsabilità del rapporto
-immaturità delle coppie
-mancanza di motivazione affettiva
-mancanza di formazione
-crisi della famiglia.
La fragilità non è da giudicare moralisticamente, va concepita come un’opportunità di incontro, di apertura, di rapporto in cui ci si mette in discussione e ci si confronta con l’esperienza di fede.

3) Il territorio perugino offre diverse iniziative al riguardo lasciate però alla disponibilità e ai talenti dei singoli. Le iniziative però sono poco seguite; il sacerdote ha sempre poco tempo per i parrocchiani (con le unità pastorali è sempre più ampio il territorio da seguire e le “anime” da aiutare, con poco aiuto qualificato), è ormai divenuto un burocrate, un amministrativo diciamo quasi un “amministratore delegato di una azienda”….si deve occupare di tutto ( sono pochi i laici che lo aiutano) rimanendo loro poco tempo per evangelizzare.

4) L’Amoris Laetitia è un punto di riferimento luminoso anche in questo ambito, come in altri. È una guida per i Consigli Pastorali in varie occasioni e anche per le equipé che lavorano con i futuri sposi o con i genitori dei battezzandi. È utile anche per le coppie di maggiore esperienza, che comunque hanno sempre bisogno di essere seguite e di sentirsi parte attiva della comunità cristiana.
Non tutte le realtà parrocchiali però la conoscono a fondo, anzi in alcune unità pastorali è risultata quasi sconosciuta.

5 – FEDE E VITA/2

1) La nostra società non contempla il riposo, molti vedono nel lavoro l’obiettivo più importante del vivere. Il lavoro viene visto come status symbol; solo se produci sei qualcuno e anche in base al lavoro che fai meriti più o meno rispetto. Il riposo per questo è visto come perdita di tempo sia per i cristiani che per i non credenti mentre potrebbe essere un momento di riflessione e introspezione.

2) La disoccupazione e il lavoro nero sono le piaghe della nostra società. A causa della difficoltà economica anche chi vive cristianamente si trova nella condizione di sottostare a questi fenomeni. I giovani sono i più svantaggiati e sfiduciati in questa situazione perché si ritrovano sfruttati e non valorizzati. I laici credenti dovrebbero cercare di operare rispettando le leggi e la legalità.

3) E’ palese che non viene più rispettato nemmeno il giorno del Signore, la domenica, basti pensare che tutte le attività commerciali sono aperte in questo giorno. In alcune occasioni sono stati organizzati momenti di comunione fraterna per socializzare all’interno della comunità interparrocchiale in cui c’è stata una discreta partecipazione. Il problema riscontrato è che di idee e iniziative da svolgere ce ne sarebbero tante manca solamente la “ forza lavoro” disposta a mettersi in gioco e ad aiutare a realizzarle.
Rispetto al tempo libero dei giovani ė urgente non lasciare i ragazzi soli, visto che hanno sempre meno occasioni di relazioni vere e pienamente umane. Il riposo non è divertimento, ma va comunicato il pieno senso del 4° comandamento, ringraziare il Signore per ciò che si vive e sapersi riposare, stare insieme, perché riconciliati con quello che si ė vissuto in passato e si vive nella settimana.

6 – FEDE E VITA/3

1) Partiamo dalla consapevolezza che tutti siamo fragili, per alcune categorie di persone è più evidente, come anziani, immigrati e giovani in difficoltà, ma esistono fragilità invisibili che si manifestano attraverso gesti eclatanti per la loro drammaticità come il Suicidio e/o violenze e omicidi familiari.
Si sono individuati due fattori prevalenti:
1. Le persone sono sole, la famiglia e le persone sono assoggettate alla cultura dell’individualismo. 2. Sistema oggi economico e finanziario è una macchina senza pietà ma se perdi il ritmo e per
qualsiasi motivo le aziende o le persone sono in difficoltà vengono tagliate fuori, si verifica un fenomeno di esclusione dal circuito economico e sociale che spesso porta alla povertà e alla emarginazione. Con una conseguente MANCANZA DI SENSO della VITA.
Per le fragilità serve uno “sguardo di vicinanza” (EG) ma serve nei singoli cristiani, non si può trasformare tutto in una associazione di beneficenza. Dobbiamo riscoprire il senso della Chiesa non come organizzazione assistenziale portando questo senso nelle istituzioni, non sostituendosi. L’atteggiamento prevalente dei singoli diventa evitare il contatto personale e diretto, favorendo il servizio.
Ci sono inoltre fragilità non materiali che sono meno visibili e che richiedono una rete molto estesa, fuori dalle Parrocchie, che può passare solo dalle famiglie e dalle relazioni.
E’ in aumento la povertà culturale con una omologazione al negativo e al basso.
I poveri sono i giovani, le fragilità sono spaventose, manca la capacità di affrontare la vita, sono infantilizzati. I Padri sono una situazione drammatica, in alcune realtà dormono nelle macchine.
circola un atteggiamento di attenzione comprensione ma non condivisione, in alcune realtà organizzate ci sono sportelli di ascolto, empori della carità, animazione per i giovani, molti sacerdoti sono accoglienti e disponibili, ma ci sono realtà isolate e in molte parrocchie non c’è più il parroco. in realtà manca l’aiuto nella prossimità: il vicino, quello della porta accanto, come ci insegna la parabola del buon samaritano.
Viviamo in una Società dove è venuta meno la dimensione spirituale della vita. Preghiera grazia di Dio e Sacramenti, Affinare il cuore e lo sguardo, l’altro non è un fastidio. Riscoprire la dimensione missionaria. In alcune parrocchie della diocesi c’è una accoglienza e presenza di alcune comunità di fedeli che si occupano di questo, offrono da anni disponibilità per operare con gli anziani, ci sono centri di ascolto, Centri di Aiuto alla vita presenti ma un po’ carenti, per l’alta richiesta.

2) Quanti feriti bussano? Molti alla porta del parroco (ormai solitamente non residente) anche non credenti, ma prevalentemente si presentano persone che hanno problemi economici.

3) Difficilmente intorno ai parroci c’è una rete strutturata di famiglie per portare avanti relazioni con chi ha difficoltà non economiche, anzi anche le famiglie svolgono ruoli parrocchiali legati ai sacramenti. e neanche chi frequenta la parrocchia condivide i problemi che vive con i “fratelli”
Va ricostruita la comunità cristiana che vive con gioia, con una rete di famiglie intorno al parroco… altrimenti siamo tutti soli di fronte a mille problemi del mondo e siamo tutti nel “fare”… e se uno è immerso “nel fare” non c’è tempo per le relazioni.

7 – FEDE E BENE COMUNE

1) Se da un lato l’attenzione alla dimensione “sociale” non è mai mancata, negli ultimi anni, in particolare con il pontificato di Papa Francesco, la tematica del povero, dell’ultimo, del debole è tornata prepotentemente in primo piano. Il tema dell’attenzione verso l’altro è dunque (da chi più, da chi meno) abbastanza sentito; il passo da compiere è quello di rendere tale attenzione operosa e fattiva nella comunità. L’attività di evangelizzazione locale ha il compito quindi di concretizzare e focalizzare nelle necessità della comunità parrocchiale tali attenzioni, più o meno diffuse.
L’aspetto “sociale” è spesso visto e vissuto come più operativo e fattivo che spirituale e/o propriamente evangelico; ci si pone più il problema del “come” piuttosto che del “perché” aiutare. Potrebbe pertanto risultare utile approfondire il tema evangelico dell’operosità verso gli altri, in modo che tale cammino di consapevolezza possa aiutare, da un lato, a trovare nuove forze e, dall’altro, a fornire nuovi e migliori strumenti e capacità a chi già opera.

2) Il servizio delle Caritas è attivo da decenni e negli ultimi anni l’offerta si è notevolmente arricchita con gli Empori. In alcune realtà si è più volte cercato di raccordare il servizio Caritas con gli altri servizi parrocchiali (in particolare con quelli di pastorale giovanile, sia all’interno dei cammini dei gruppi giovanili sia in occasioni di alcuni “momenti forti” come le raccolte viveri, che si effettuano per l’OMG da oltre 10 anni). Il rischio di un eccessivo “operativismo”, che tenga poco conto l’evangelizzazione della e alla carità, è un rischio sempre presente e connaturato sotto certi aspetti con la natura del servizio; negli anni sono però stati intrapresi degli incontri di formazione degli operatori del servizio Caritas che hanno aiutato non poco sotto tale profilo.
In altre realtà, dove sono presenti nel territorio Caritas, Centri d’Ascolto, associazioni di volontariato, cooperative sociali, uffici ASL nonché Uffici della Cittadinanza del Comune, a volte si corre il rischio di svolgere il ruolo di “smistatori” tra un servizio e l’altro.
È’ sempre importante dunque tenere focalizzata la persona in necessità, piuttosto che le sue problematiche, sia per dare una vicinanza umana e cristiana (non solo operativa) a chi ne ha bisogno, sia per evitare che il servizio si trasformi in una routine per chi lo compie; piuttosto per cercare di vivere e capire la ricchezza dell’incontro umano che il servizio stesso ci offre.
Da valutare le modalità più opportune per promuovere e dare visibilità e risalto alle attività svolte; andrebbe elaborata una strategia di valorizzazione che, da un lato, faccia comprendere alla cittadinanza il ruolo importantissimo che svolgono le struttura diocesane e che, dall’altro, tuteli l’anonimato, la privacy e la dignità di chi vi si rivolge.

3) L’impegno parrocchiale è spesso rivolto alla risoluzione delle problematiche delle persone che quotidianamente si rivolgono ai Centri d’Ascolto, alle Caritas, agli Empori.
Se da un lato, ovviamente, le parrocchie non possono da sole pensare di intervenire “a monte” delle problematiche sociali e politiche che si presentano, dall’altro una conoscenza delle dinamiche sottostanti, tramite l’indirizzo della Diocesi e/o la collaborazione con le istituzioni del territorio (Uffici della Cittadinanza, ASL, etc…), delle associazioni e delle cooperative sociali porterebbe un arricchimento degli operatori e sicuramente una maggiore efficacia nel servizio.
Manca, probabilmente, (sia a livello parrocchiale che diocesano) una consapevolezza e una spinta all’azione caritatevole e sociale a livelli anche diversi rispetto a quelli “ecclesiastici.
E’ comunque fondamentale tornare ad affermare con forza che la persona è il bene comune per eccellenza, è quindi urgente la necessità di istituire scuole di formazione politica.

Contributo della diocesi di Spoleto-Norcia

SINTESI  DEL  LAVORO DI DISCERNIMENTO IN PREPARAZIONE ALLA ASSEMBLEA ECCLESIALE DELLA REGIONE UMBRA

 

  1. VIVERE LA CHIESA – per una fede celebrata e condivisa: tessuto delle comunità, senso di appartenenza, qualità delle celebrazioni.

 

Il senso di appartenenza alla Chiesa si manifesta anzitutto nella gioia di esserlo; nella gioia di essere in questa nostra Chiesa; nel guardarla e sentirla con amore; nel vivere la sua vita; nel condividere le sue fatiche e le sue difficoltà. Sicuramente possiamo rendere grazie a Dio perché si è avviato un processo, che raccogliendo il frutto del  cammino ecclesiale fatto fino ad ora, si sta muovendo nella direzione di una maggiore consapevolezza del senso della diocesi, di una più evidente e comunque ricercata, anche se con fatica, “diocesanità” da parte dei presbiteri e dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, delle parrocchie con le loro varie associazioni. In molti sta crescendo la consapevolezza che “essere cristiani significa appartenenza alla Chiesa. Il nome è “cristiano”, il cognome è “appartenenza alla Chiesa”.” (papa Francesco). La scelta della pievania come organismo di comunione e di collaborazione tra più parrocchie vuole favorire proprio questo senso vivo di appartenenza alla Chiesa

La collaborazione fattiva, la condivisione di responsabilità e di momenti significativi tra tutti i membri della comunità sono i principali segnali che evidenziano il senso di appartenenza alla diocesi, alla pievania e alla parrocchia. La visita pastorale dell’Arcivescovo ha favorito, rafforzato e fatto crescere nelle comunità parrocchiali e nei singoli fedeli il legame con la diocesi e l’importanza della partecipazione alla sua vita con i suoi vari momenti e celebrazioni. In questa direzione è stata di grande incidenza l’Assemblea sinodale 2016-2017. Di fatto si comincia a comprendere, per via esperienziale, che la partecipazione alla vita diocesana, lungi dall’indebolire la vita parrocchiale, al contrario la rafforza e la motiva  dandole un respiro ampio e vitale che garantisce la tenuta e il futuro delle stesse comunità.

Abituati a farlo e a vederlo forse non ci rendiamo conto e non sappiamo a sufficienza rallegrarci del fatto che ogni domenica molti cristiani, anche se con una percentuale che tende a diminuire e in mezzo alle tante difficoltà che derivano dalla conformazione geografica del nostro territorio e dalla complessa organizzazione della vita sociale, familiare e personale, continuano a radunarsi per la celebrazione eucaristica domenicale. Diverse comunità hanno certamente migliorato, con l’opportuna preparazione, la qualità delle celebrazioni domenicali rendendole dignitose e capaci di toccare la vita e il cuore delle persone.

Uno sguardo d’amore sulla nostra Chiesa non può tuttavia nascondere le debolezze e le resistenze relative al senso di appartenenza ecclesiale; se fosse così non sarebbe  uno sguardo di sincero e vero amore.

Tale realismo infatti è fondamentale per capire le ragioni delle  fatiche e  delle stanchezze nel portare avanti insieme il cammino diocesano sia in ordine alla comunione ecclesiale che per quanto riguarda la condivisione pastorale.

Infatti è ancora debole e spesso non ritenuto importante e necessario il senso di appartenenza alla diocesi; in alcune situazioni sembra quasi essere presente una sorta di “antagonismo” con la diocesi per cui lo stesso Vescovo è visto più che come pastore e centro essenziale di comunione e di vita, come un amministratore  o un “dirigente dell’azienda-chiesa”. Molti fedeli e diverse comunità sono ancora convinti che “ parrocchiale ” è meglio e più bello che “diocesano”. E’ certamente più sentito il senso di appartenenza alla parrocchia che alla pievania da molti ancora non conosciuta a sufficienza. Campanilismo e autoreferenzialità delle parrocchie sono spesso tra le principali cause che rallentano il cammino di rinnovamento della vita e della pastorale.

Di riflesso si fa ancora fatica a condividere il criterio pastorale della “eucaristia parrocchiale” che raduna le comunità minori che compongono la parrocchia. Il principio del “meno messe e più messa” , che meglio si dovrebbe dire “ meno messe e più assemblea (cioè esperienza di Chiesa) “ da molti condiviso e attuato, da altri anche se condiviso teoricamente, di fatto non viene messo in pratica. La gradualità, come rispetto della sensibilità e delle esigenze delle piccole e a volte disagiate comunità, appare ancora un motivo per non attuare un vero rinnovamento in tal senso.  Per questo motivo abbiamo ancora celebrazioni domenicali improvvisate, poco significative della fede gioiosa nel Signore risorto, espressive più di un certo individualismo religioso  che dell’essere e del fare chiesa, povere di canto, di ministeri e di parola che parli alla vita. Poche parrocchie hanno un gruppo liturgico che settimanalmente si raduna con la convinzione che l’eucaristia domenicale è il momento fondante e fondamentale della parrocchia. Forse dipende anche dalla qualità delle celebrazioni, oltre che da altri fattori di tipo sociale, culturale e religioso, la scarsa partecipazione dei fedeli alla messa domenicale.

La domenica, che trova nell’eucaristia il momento che la qualifica e la fa essere un giorno diverso dagli altri giorni, da molti cristiani non è più considerata giorno di riposo, né di ringraziamento a Dio, e nemmeno giorno della famiglia e delle relazioni; è diventato un giorno come gli altri, giorno dello agonismo sportivo, del consumismo e dello svago.

In ordine al senso di appartenenza alla Chiesa, la maggior parte dei laici fanno fatica ad assumersi impegni seri e continuativi o perchè troppo presi da impegni lavorativi o perché non si sentono all’altezza del compito loro affidato, e certamente perchè spesso è mancata e manca la necessaria formazione; a volte avvertono la mancanza di un clima sereno nella parrocchia, a volte non trovano spazio adeguato a causa di un clericalismo tardo a morire, a volte il deterrente deriva dalla presenza di un gruppo più o meno consolidato che tende ad accentrare su di sé le attività e i servizio senza dare spazio all’ingresso di nuove persone. Si riscontra anche una conoscenza superficiale delle persone e dei loro carismi, per cui queste vengono invitate a fare cose diverse da quelle per cui sono portate e formate; anche l’avvicendamento dei sacerdoti a volte compromette la continuità degli impegni assunti.

In questo contesto i consigli di partecipazione, meglio di comunione, è cioè i consigli  pastorali e quelli degli affari economici nella parrocchia e i consigli pastorali nella pievania, eccetto poche realtà, fanno fatica ad esistere e a lavorare; spesso sono soltanto formali e non hanno una ricaduta sulla vita delle comunità.

Spesso avvertiamo la mancanza del senso della comunità.  Mancando un vero senso della comunità, tutto resta delegato al sacerdote, per il quale tuttavia resta difficile trasmettere la fede e il senso della gioia da solo. In tal senso si avverte la mancanza di adulti consapevoli e attivi all’interno delle comunità ecclesiali; essi sono ovunque pressoché latitanti; in tal modo anche i figli fanno fatica ad avvertire il senso di cosa sia una comunità cristiana. Si nota inoltre che le comunità sono spesso frastagliate anche a causa del moltiplicarsi delle Messe domenicali; il frazionamento delle realtà locali che è un dato di fatto, spesso trova un’unica risposta nell’assicurare tante Messe per accontentare tutti; queste tuttavia vedono la partecipazione di pochissime persone e ciò non favorisce di certo né la dignità delle celebrazioni né lo sviluppo di un senso di comunità che pure è fondamentale. Gli stessi Sacramenti diventano più una festa privata che una festa della comunità.  Spesso manca alle nostre celebrazioni la gioia del radunarsi che ha come conseguenza la pesantezza della liturgia nella quali manca  il senso della fraternità,della vicinanza e della festa: troppo spesso le celebrazioni non sono “attrattive e attraenti”; prevale una certa aridità che coinvolge tutti, a cominciare dai preti; le stesse omelie spesso mancano di gioia e non parlano alla vita delle persone, sono piuttosto paternali, in esse manca l’annuncio principale, cioè che Dio ci ama. Tutto ciò spiega il motivo per cui la stragrande maggioranza dei cristiani  disertano la liturgia domenicale e un certo numero di quelli che vanno le vivono ancora come un “dovere”.

 

 

  1. GLI ADULTI E LA FEDE – Per una fede pensata e adulta: priorità degli adulti, problema dei linguaggi.

 

Abbiamo bisogno anzitutto di rendere grazie a Dio perché nella nostra Chiesa la Parola di Dio “ cresce e si sviluppa”   …corre , pur in mezzo a tante fatiche e difficoltà. E’ necessario prendere atto dell’impegno quotidiano dei presbiteri e dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, dei catechisti e dei vari gruppi, degli adulti e delle famiglie che soprattutto nelle parrocchie annunciano e testimoniano la parola Dio con fedeltà e impegno, con gioia e pazienza, non vedendo spesso immediatamente i risultati di un servizio alla Parola sempre bello ma anche sempre molto esigente. Cresce il numero e la qualità dei laici che stanno maturando una  coscienza più viva del loro essere nella Chiesa diocesana, e quindi nella pievania e nella parrocchia, protagonisti responsabili della vita e della vitalità delle comunità cristiane . Il loro desiderio di formazione e la loro richiesta di maggiore coinvolgimento nell’annuncio del Vangelo, nella celebrazione liturgica, nella promozione della carità e nella partecipazione agli organismi di comunione ( consigli ) sono espressione di una crescita del senso di appartenenza alla Chiesa e alla diocesi, e quindi sono una segnale che va colto con gioia e al quale occorre dare una risposta significativa e robusta.

Il cammino ecclesiale che viene da lontano, ma che in ogni generazione si qualifica e si colora di scelte e sottolineature maggiormente rispondenti ai segni dei tempi, ci chiama a custodire e a rinvigorire in ordine all’annuncio della Parola, quanto in questi ultimi anni abbiamo posto come impegno pastorale prioritario: la lectio divina, la predicazione e in particolare l’omelia, il coinvolgimento delle famiglie nella trasmissione del vangelo alle nuove generazioni, il dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo che richiede una capacità di ascolto non sempre facile e un linguaggio a volte difficile da trovare, la missione tra la gente andando per le strade ed entrando nelle case.

In questo sguardo alla nostra Chiesa colpisce fortemente la presenza e l’attaccamento del popolo alle varie forme di pietà popolare che indubbiamente conservano un forte richiamo e manifestano una religiosità fatta di calore e di emozioni, spontaneità, immediatezza, e a volte di commozione. Emerge  tuttavia la necessità di riempire e restaurare “questo vaso” antico con la novità del Vangelo e con le ricchezze e le esigenze della parola di Dio.

L’assemblea sinodale, celebrata nel 2016-2017,  e il lavoro di preparazione all’Assemblea regionale  hanno tuttavia riscontrato un certo affaticamento, una certa stanchezza e a volte una evidente o velata rassegnazione nell’azione evangelizzatrice delle comunità. Tutto questo rischia di vanificare ogni progettazione pastorale, di nascondere e quasi rinnegare la gioia che viene dal Vangelo e dal suo annuncio, e quindi di non essere in grado di incrociare in modo significativo i percorsi e le domande degli uomini e delle donne del nostro territorio.

E’ abbastanza evidente che lo spessore della fede degli adulti delle nostre comunità è spesso debole: la fede è per molti devozionale, funzionale a ricevere i sacramenti, sganciata dalla vita vissuta. Emerge una fede “servita” più che una fede cercata e desiderata.  La lectio divina è partecipata da un numero ristretto di adulti forse anche perché non è proposta per quello che è, e cioè una lettura orante della Parola di Dio. La stessa omelia che rimane il nutrimento della fede per la maggior parte dei fedeli adulti tante volte invece di “riscaldare il cuore” lo appesantisce o lo lascia tiepido e distratto, e rende pertanto pesante sia l’ascolto che  la conseguente pratica della Parola ascoltata.

Gli adulti risultano essere in maggioranza quasi del tutto non evangelizzati, presi dalla vita quotidiana che non si interrompe mai nei suoi ritmi ripetitivi e frenetici. A parte alcune esperienze particolari e occasionali proposte agli adulti ( incontri dei genitori durante il cammino catechetico dei figli, un percorso diocesano di formazione per adulti partecipato da un piccolo gruppo,il cammino dei 10 comandamenti, itinerari di pochi movimenti) comincia ad essere sentito come una urgenza, un itinerario di fede per gli adulti che sia strutturato, sistematico e prolungato, e riparta da primo annuncio della fede. Tutto, sia per diversi preti che per molti laici, sembra troppo.

In questa situazione una delle cause maggiormente determinanti è il linguaggio, o meglio i linguaggi. A volte prevale un linguaggio sociologico, altre volte quello spirituale se non devozionale, come pure un linguaggio teologico-scolastico o banalmente discorsivo. Il limiti maggiore  è quello di un linguaggio a volte superato proprio nei termini, teorico e disincarnato che quindi non tocca la vita delle persone e non fa emergere le domande  e gli interrogativi importanti che comunque le persone si portano dentro e che attendono una risposta di senso.; prevale il pensato-teorizzato sul vissuto.

Per quanto riguarda gli adulti  non credenti o più o meno distanti dalla fede, non solo mancano spesso i luoghi e i momenti di confronto che comunque sono dati dalla vita quotidiana e dalle relazioni, ma soprattutto non abbiamo laici cristiani sufficientemente formati sia dal punto di vista della fede sia nella capacità di guardare e leggere in maniera “attuale” e “contemporanea” la realtà spesso complessa e pluralista.

 

 

  1. I GIOVANI E LA FEDE –  Per una fede “interessante” trasmessa alle nuove generazioni: coraggio innovativo.

 

Facciamo fatica ad ascoltare le nuove generazioni, ad incrociare i loro percorsi di vita, a lasciarci interrogare dalle loro domande e dai loro sogni, come anche dalle provocazioni dei loro discorsi e dei loro atteggiamenti: in rapporto a questo a volte ci sentiamo spiazzati  oppure rifuggiamo dal confronto. Di conseguenza diventa difficile e comunque faticosa ogni proposta vocazionale.

Per dare una risposta al non facile problema dell’educazione alla fede delle nuove generazioni, fermo restando che rimane “ un cantiere sempre aperto per una costruzione sempre nuova”,  danno  sentiamo che ci manca ancora la capacità di ascoltare i giovani prima di dare loro le risposte creando spazi di libero confronto; di conseguenza è necessario far partire qualsiasi proposta vocazionale dalle domande di senso della vita.

I giovani delle nostre comunità hanno molte paure: paura di non essere amati, di non essere considerati. Inoltre tengono in grande valore l’esteriorità, i “like”. C’è poi  la paura della precarietà: la mancanza di lavoro e di prospettive rendono generalmente molto complesso l’affidarsi e il fidarsi per i giovani; e da parte delle comunità c’è spesso la difficoltà all’ascolto senza pregiudizi o preconcetti.

In ambito ecclesiale si nota spesso una mancanza di luoghi dove incontrare i giovani, specie dopo il percorso della iniziazione cristiana. In diverse pievanie o parrocchie della diocesi esistono oratori o luoghi di incontro che svolgono, in sintonia con il Centro diocesano di pastorale giovanile, un certo servizio ai giovani con un percorso che prevede incontri periodici di vario tipo. Insieme ad un certo clima di gioia e di impegno emerge però a volte una certa “autoreferenzialità” delle esperienze quando invece sarebbe quanto mai necessaria l’apertura e il coinvolgimento negli altri settori della pastorale parrocchiale e diocesana. Va però tenuto presente che l’età è più adolescenziale che giovanile e questi luoghi sono oggi sempre meno attrattivi e a volte isolano rispetto agli altri giovani che non partecipano. E non è di grande consolazione, anzi di maggiore preoccupazione, il fatto che sono in crisi anche i luoghi di incontro e di aggregazione in ambito culturale, politico, sportivo e altro.

Emerge nelle nuove generazioni la mancanza, o meglio la fragilità, di una base umana che, in quanto tale, sta a monte di ogni proposta, e necessariamente condiziona l’annuncio e la trasmissione della fede. A questo si unisce di conseguenza una generale mancanza di interessi forti alimentata  da

una costante “catechesi al contrario”. Forte è il narcisismo di cui non soffrono soltanto i giovani ma anche gli adulti. Facciamo grande fatica a far incontrare le giovani generazioni con la persona di Gesù Cristo facendolo percepire come “interessante, affascinante, l’unico capace di rispondere alla ricerca di amore e di senso della vita”.Sicuramente gli annunci di fede sono stati piuttosto aridi e spesso superficiali, concettuali e poco esperienziali. È passata l’idea che la fede sia più un insieme di regole e concetti che non un esperienza di una Persona.

In tutto questo è quasi “drammatico” il problema del linguaggio che è lontano mille miglia da quello dei giovani.

Dall’altro lato si riscontra una grande difficoltà di crescere e di conseguenza di prendersi responsabilità. In ciò mancano spesso esempi di maturità da parte degli adulti che sono fondamentali perchè nasca nei giovani il desiderio di impegnarsi, mettersi in gioco, crescere con una progettualità.

Così affaticati e spesso  incerti e confusi  i giovani sono distanti dalla consapevolezza e dalla gioia  di  evangelizzare gli altri giovani; coloro che poi intraprendono un cammino di fede e si assumono l’impegno di annunciarla e testimoniarla vengono  spesso isolato dai coetanei. Manca al contempo una buona formazione per gli adulti che porti alla valorizzazione e che faciliti questo impegno dei giovani all’interno delle comunità; spesso i pochi giovani “impegnati” nelle comunità ecclesiali vengono poco ascoltati e anche tenuti in scarso conto; gli si fa fare di tutto ma non vengono mai spronati o coinvolti nelle decisioni da prendere. Non si può certamente generalizzare perchè in varie  comunità i giovani vengono valorizzati e accompagnati, con importanti esperienze significative  e impegni importanti; quando questo avviene allora i giovani diventano motivo di stimolo per gli adulti e riferimento per coetanei in difficoltà, che non di rado, seppur lontani dalla fede, vedono in questi giovani un aiuto sicuro nei momenti oscuri.

Le comunità e in particolare gli adulti fanno invece fatica a dar loro fiducia lasciandosi condizionare dal fatto che “ i giovani sono fragili”  Non riusciamo perciò a cogliere le attese e i sogni dei giovani perché siamo più intenti a proteggerli. Così facendo però  impediamo loro di uscire allo scoperto, di assumersi responsabilità, di scoprire quale è la loro strada, la loro vocazione. La volontà di proteggerli e controllarli da parte degli adulti è oggi giunta al punto che sogni, attese e vocazioni sono soffocate ed etero dirette dagli adulti stessi.

La percezione della vocazione al ministero ordinato sembra oggi leggermente migliorata; il fatto che i nostri seminaristi oggi partecipino visibilmente alla vita diocesana e si vedano spesso insieme, ha certamente favorito un miglioramento della suddetta percezione anche presso gli altri  i giovani, i quali se non altro sono portati ad interrogarsi per conoscere questa possibilità di vita. Anche il fatto che i seminaristi abbiano iniziato a proporre incontri con le varie realtà parrocchiali della Diocesi sembra aver favorito un miglioramento. Parimenti, le preghiere per le vocazioni, il pellegrinaggio alla Madonna della Stella ogni primo sabato di ogni mese e diverse iniziative hanno reso più accessibile a tutti il discorso intorno alla vocazione al ministero ordinato che di certo oggi sembra maggiormente sentito. Fa invece più difetto la percezione della vocazione alla vita religiosa, specie femminile, anche forse per la mancanza di visibili iniziative per farla conoscere e per la mancanza di un numero consistente di comunità religiose femminili nel nostro territorio diocesano.

 

 

  1. FEDE E VITA /1 – Per una fede capace di plasmare la vita: gli affetti.

 

Sappiamo che la realtà odierna è una realtà in cui si fa sempre più strada il disinteresse per l’altro; è una società che sfugge dalle responsabilità e dagli impegni; una società povera culturalmente e pervasa dal culto dell’apparenza; una società “economica” più che “umana”, una società “individualistica” più che “interessata al bene comune”; una società “relativista” più che “fondata sulla verità dell’uomo”. Di conseguenza una società con molti “ nervi scoperti “ riguardanti il rispetto della vita umana (concepimento, aborto, disabilità, fine vita), la centralità della famiglia ( sostegno alle famiglie e alla natalità, nuove forme di convivenza e di coabitazione, separazioni, divorzi), la visione della sessualità e dell’affettività (soprattutto nelle nuove generazioni), la priorità del bene comune nella politica ( personalismi, populismi e corruzione), la dignità, la necessità e la stabilità del lavoro (condizione indispensabile per la dignità umana e per la vita familiare). Parlare di affetti vuol dire riconoscere che la qualità della vita dipende dalla qualità delle relazioni; e questo vale sia sul piano umano che sul piano della fede.

Facciamo fatica a vivere l’importanza della presenza dell’altro e del contatto diretto, anche informale e non per questo meno vero e meno efficace, in tutte le situazioni e in tutti i luoghi in cui il cristiano si relaziona con gli altri, aprendosi al dialogo con rispetto e amore, e favorendo il confronto con i “lontani” e anche con chi pensa diversamente la vita, l’amore, la società. Facciamo fatica a credere davvero che il bene e l’amore, qualunque persona lo compia o lo viva, viene da Dio ed è secondo il suo progetto.

Il tema dell’affettività nelle nostre comunità è ancora un tabù al momento dell’annuncio, come se il Vangelo non lo toccasse affatto. Con i giovani qualcosa in proposito si cerca di fare ma spesso ciò avviene in modo collaterale, fuori certamente dal contesto dell’annuncio evangelico, come se il tema attenesse alla mera formazione umana e non toccasse la vita di fede.

Riconosciamo che come Chiesa abbiamo fortemente delegato la formazione all’affettività, con la conseguenza che le altre istituzioni che se ne occupano non sempre veicolano un insegnamento che collima con quello della Chiesa. Manca in generale tra gli operatori pastorali e anche tra i sacerdoti una buona formazione sul tema. Ci resta difficile offrire agli adolescenti e ai giovanissimi un percorso di educazione all’affettività e alla sessualità con la convinzione che una sana visione e impostazione di queste due dimensioni fondamentali della vita determina in maniera forte la costruzione dell’uomo e del cristiano; diversamente tutto diventa problematico e a volte drammatico.

La percezione che inoltre si registra tra i più, è che i cristiani e la Chiesa giudichi ancora in modo impietoso e sospettoso la sessualità. Non di rado i fedeli sentono da parte dei sacerdoti, specie in confessione, un certo giudizio e una certa condanna, atteggiamenti di certo non rispondenti al sacramento della riconciliazione e al ruolo balsamico che esso dovrebbe ricoprire nella vita di chi ha vissuto anche con sofferenza il peso del peccato.

Uno dei grandi problemi che oggi ci troviamo ad affrontare sia come comunità cristiana che società è quello dell’egoismo degli affetti. L’indipendenza e la sua ricerca spasmodica prevalgono sulla condivisione della vita. L’amore è percepito non come dono di sé all’altro ma come possesso “a tempo” dell’altro. Da questa impostazione di diffidenza verso i legami stabili deriva l’aumento dei cosiddetti single. Altro problema che si ravvisa è quello delle cosiddette famiglie allargate, frutto di quell’instabilità delle scelte che investe anche e soprattutto la vita di coppia e matrimoniale. Questo deriva certamente dalla mancanza di maturità affettiva; non si sa dare un nome ai sentimenti e molti di essi vengono persino scambiati per amore, anche se ne costituiscono l’esatto opposto: è  il caso del possesso, del dominio sull’altro e della ricerca del piacere personale.

Tra l’altro l’elevato numero di separazioni creano anche attriti tra genitori che non di rado ricado sui figli indebolendoli o segnandoli negativamente nell’affettività fin dai primi anni di vita.

Gli ambiti principali in cui si riscontra un impegno della diocesi nell’evangelizzazione degli affetti sono da un lato i corsi prematrimoniali e per fidanzati che certamente offrono alle coppie una buona opportunità e sono accettati ormai volentieri, ma che lasciano il discorso in sospeso; dall’altro si è tentato un percorso per i “separati” ma con scarsi risultati. Anche i movimenti offrono sia ai giovani che agli adulti proposte di cammini in tal senso..

Spesso l’Amoris Laetitia è pressoché ignorata.  Alcune iniziative sono state fatte: dagli  incontri di catechesi tenuti dai sacerdoti della Diocesi sulla stessa esortazione apostolica all’istituzione dei già citati corsi per separati. Pur tuttavia tanto i parroci quanto i fedeli impegnati spesso risultano poco formati ad affrontare i delicati temi e problemi presi in analisi dal Papa. Se qualcuno esprimesse il bisogno di un aiuto su questa materia, non di rado troviamo difficoltà a dare

risposte competenti ed in linea con il documento. Manca in generale apertura di cuore ed essa non

viene spesso nemmeno favorita, a cominciare dai sacerdoti stessi.

Facciamo fatica a mettere in atto una rinnovata ( nelle forme, nei tempi e nei contenuti ) evangelizzazione sul sacramento del matrimonio che mostrando la bellezza, la bontà e anche la fragilità dell’amore umano aiuti le nuove generazioni anzitutto a non avere paura di sposarsi, a progettare davvero il loro matrimonio e a non spaventarsi delle difficoltà e delle fatiche che accompagnano sempre la vita umana; in tale evangelizzazione rientra l’educazione all’affettività e alla sessualità dei giovanissimi perché le visioni distorte, le esperienze sbagliate e le ferite ricevute in questa età pregiudicano seriamente il resto della vita.

Facciamo fatica e a volte resistenza ad accogliere davvero, secondo lo spirito dell’Amoris laetitia quanti hanno visto fallire il loro matrimonio e ne portano le ferite avendo chiaro che le situazioni non sono tutte uguali e che quindi il fallimento non pone tutti nella stessa condizione ecclesiale. Se la legge morale non può che essere oggettivamente valida per tutti, la valutazione morale poi non può che essere personalizzata: trattare tutti allo stesso modo diventa ingiusto. Non è ancora maturato, sia nei pastori che nei laici, un nuovo approccio ecclesiale. 

 

 

  1. FEDE E VITA /2 – Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero.

 

Nella nostra realtà sociale e quindi anche ecclesiale sembra che oggi il lavoro venga vissuto come un’ossessione, non solo per chi effettivamente lavora ma anche per coloro che sono preoccupati che i figli e i nipoti non avranno lavoro. Inoltre molti fanno un lavoro che non li soddisfa o che è precario. Il lavoro è l’ossessione di oggi. Quanto al riposo o è minimo, anche a causa della reperibilità continua resa tale dalle e-mail e dai cellulari, oppure diviene un altro stress.

Di lavoro si parla come di un problema; non è più un valore perché gli è stata tolta la sua connaturale dignità; tutto è letto e si sviluppa nell’ottica del mero profitto e questo crea frustrazioni che sviliscono anche il poco tempo libero che si ha a disposizione. La sola logica del profitto fa si che addirittura le donne debbano arrivare a nascondere la maternità o lavorare il fine-settimana per andare avanti. L’aumentare del bisogno di lavoro fa diffondere, specie tra i giovani, l’abitudine alla precarietà legata poi a scarsi pagamenti e ad uno sfruttamento istituzionalizzato. Questo fa si che i giovani programmino tutto in vista del lavoro ma al contempo, data la crescente precarietà, non possono fare programmi a lungo termine. In più è diffusa la percezione che lo studio non renda in termini lavorativi e dunque preferiscono non studiare; anche lo studio è dunque letto in un’ottica meramente utilitaristica e non come un valore in sé.

Tutto questo genera una lotta tra poveri che porta a vedere in chi ha più successo, specie se stranieri, un nemico. La percezione tanto del significato del lavoro quanto del tempo libero è uguale tra credenti e non credenti.

Spesso si ravvisa la mancanza di una moralità del lavoro anche tra i credenti. Sono molti i casi di imprenditori e di lavoratori che si dicono credenti eppure sottostanno alla logica del lavoro nero. Se qualcuno prova a far vedere uno stile diverso viene “guardato male”.

A livello di disoccupazione le parrocchie cercano di agire in qualche modo, ad esempio coinvolgendo disoccupati in servizi retribuiti a favore della comunità. Le richieste di personale da parte di imprese rivolte alla Caritas Diocesana d’altra parte è scarsissima.

La dottrina sociale della Chiesa è largamente ignorata, anzi si ha la percezione che la Chiesa su questi temi  dica nulla o poco, anche a livello locale. Talvolta addirittura sembra che ci sia la connivenza con un sistema errato; si sente poco parlare di peccati sociali. In più non si fa nulla per condannare i favoritismi e le raccomandazioni, specie nel pubblico, ove la Chiesa sembra stare dalla parte di chi usa scorciatoie.

In Caritas si è cercato di fare qualcosa per aiutare chi non trova lavoro, favorendo l’accesso a vie lecite per l’occupazione; tuttavia non si ha il coraggio, anche a livello ecclesiale, di prendere le responsabilità per gli innumerevoli casi di raccomandazioni. Manca poi un coinvolgimento dei cattolici a livello politico e sociale, i quali portino avanti “con la schiena dritta” questi valori.

Purtroppo in questo ancora non ci sono troppe differenze con i non credenti.

Oggi la società non ha altra percezione del tempo libero se non quella consumistica ed evasiva. La società non offre altro se non centri commerciali e svago. Certo è vero che i centri commerciali danno lavoro ed è altrettanto vero che è molto complesso offrire, a livello parrocchiale e di  comunità cristiana, cose alternative “competitive”. In diocesi ogni anno è offerta la festa della famiglia; il centro giovanile diocesano offre varie occasioni di incontro festoso.  In qualche parrocchia sono stati fatti alcuni tentativi, di breve durata, per fare della domenica un giorno di incontro fraterno e distensivo che completasse  il senso della festa, che trova nell’eucaristia il suo centro, facendo ritrovare famiglie e ragazzi negli spazi parrocchiali. La breve durata di tali esperienze ha messo in luce che il problema è soprattutto culturale: la cultura prevalente non accetta l’idea che il tempo libero non sia solo per se stessi ma che si possa usarlo anche per gli altri, a servizio di una comunità. Sia per quanto riguarda il lavoro come anche il tempo libero rarissimi sono stati i momenti offerti dalla comunità ecclesiale per una riflessione chiara e intelligente.

 

 

  1. FEDE E VITA/3 – Per una fede risanante e consolante: le fragilità.

 

Nel nostro territorio l’atteggiamento più diffuso nei confronti delle persone ferite dalla vita è quello del giudizio morboso. Si vuol conoscere perché una persona si trova nella situazione di sofferenza che la caratterizza; questo interessamento non risulta il più delle volte finalizzato  alla solidarietà e dunque non si traduce in aiuto concreto.

Anche se c’è chi si impegna ad essere punto di riferimento e sostegno per chi mostra ferite e sofferenze, questi sono purtroppo una esigua minoranza.

Coloro che sono nella sofferenza sono molto poco incoraggiati a bussare alla porta della comunità. Da un lato la comunità stessa è chiusa o poco disposta all’accoglienza; prevale l’idea che si possa fare poco per risolvere i problemi e questo crea l’immagine di una comunità che fatica ad accogliere chi ha difficoltà.

Certamente è presente una certa distanza tra le domande, i bisogni e le attese che manifestano la fatica del vivere degli uomini e delle donne presenti nel territorio della nostra diocesi, e le risposte effettive che le comunità cristiane e i cristiani che le compongono riescono a dare.

Tuttavia non possiamo non mettere in luce i tanti segni e segnali di attenzione, di “compassione”, di “simpatia” e di “misericordia” che la nostra Chiesa con le comunità, soprattutto parrocchiali, che la compongono, ha messo e mette in atto continuamente, mostrando così la docilità allo Spirito che la sospinge e la sua attenzione “cordiale e fattiva” alle persone soprattutto ai più poveri, ai più sofferenti, e ai più in difficoltà.

Come non riconoscere i tanti uomini e soprattutto le tante donne, gli operatori delle caritas, i volontari a vari livelli, i ministri straordinari dell’Eucaristia che prestano servizio, quasi sempre gratuitamente, a quanti fanno fatica a vivere ?

Come non tener presenti le caritas parrocchiali, i centri di ascolto, i centri di distribuzione di beni di prima necessità, la Mensa della misericordia, l’OAMI, il Centro educativo dell’Opera di S. Rita di Roccaporena, le Lacrime, la presenza dei volontari nelle carceri…?

La caritas diocesana e le caritas parrocchiali o di pievania con il loro servizio costante, nascosto e umile, silenzioso e spesso difficoltoso, ormai da anni mostrano il volto “materno, paterno, fraterno e amicale” della nostra Chiesa.

Il riconoscimento pubblico del valore e della importanza di tale servizio apprezzato dalle strutture pubbliche di solidarietà, e  la collaborazione ricercata da esse, mostrano quanto  sia importante, preziosa e ormai insostituibile tale azione caritativa e solidale della diocesi nel nostro territorio.

Qualunque cosa si riesca a fare in ordine alla carità e alla solidarietà sappiamo bene che c’è ancora molta strada da fare e che non possiamo ritenerci semplicemente soddisfatti o arrivati: l’amore evangelico che Cristo chiede alla sua Chiesa è sempre un traguardo che ci sta davanti e che rimarrà davanti alle comunità cristiane sino alla fine della storia l’amore vero infatti è quello che non ha misura.

D’altronde uno sguardo realistico alla storia e alla società in cui viviamo, e un’attenzione intelligente e leale al nostro territorio ci permettono di scoprire e quindi di venire a contatto con le nuove forme di povertà che esprimono in molto più complesso e drammatico la fatica del vivere: anziani sempre più soli; adulti e giovani senza lavoro; famiglie vittime dell’usura; separati appesantiti dalle conseguenze affettive ed economiche della separazione; giovanissimi, giovani e adulti dipendenti da alcool, droga, divertimento trasgressivo, gioco; utilizzo schiavizzante delle nuove tecnologie e dei social net-work;  isolamento e chiusura dei giovani con conseguente limitatezza delle relazioni, visione pessimistica della realtà, orizzonti progettuali confusi e limitati, paura di affrontare i problemi, difficoltà nel chiedere aiuto o nel lasciarsi aiutare, non apprezzamento della vita fino al suicidio. Anche la pastorale familiare ha approntato servizi di ascolto per coppie in difficoltà ma anche in questo caso si ravvisa una carenza di collaboratori e la connessa incapacità di rispondere adeguatamente a tutte le problematiche che si presentano

Tutto questo chiama la nostra chiesa e le sue comunità a mettere in circolo le forze migliori, a ripensare in modo nuovo e coraggioso l’azione delle caritas parrocchiali, a interagire, nel rispetto delle rispettive finalità e dei differenti ambiti, con i vari enti, associazioni e istituzioni pubbliche per una azione maggiormente efficace e per quanto possibile risolutiva dei problemi. Tale collaborazione con l’assistenza sociale pubblica è presente ma non basta. Tra l’altro le numerose regole e leggi limitano spesso l’attività dei volontari. La sinergia con le strutture pubbliche si esprime principalmente nei centri di ascolto, ma si ravvisa la carenza di una loro diffusione capillare nel territorio, quando invece essi costituiscono un elemento fondamentale onde favorire suddetta collaborazione.

E’ dunque evidente che l’azione delle comunità cristiane non può ridursi, come non di rado avviene, alla distribuzione di cose, all’assistenzialismo e alla improvvisazione delle opere della carità. Occorre un’azione caritativa più intelligente e più capace anzitutto di ridare speranza alle persone in difficoltà e di mettere in atto processi di liberazione dalle cause soprattutto delle “nuove forme di povertà” che sono più complesse, insidiose, invasive e devastanti.

Per questa ragione spesso le nostre comunità, pur con la loro azione apprezzabile e generosa, si scoprono “indietro” e a volte  “ in ritardo” rispetto alle domande e alle attese della gente. Spesso diamo l’impressione di essere cristiani che vanno  incontro ai poveri di tanto in tanto con i vari interventi, più che compagni di viaggio che sanno stare accanto “togliendoci i calzari”.

Questo fa capire che è carente la formazione spirituale, culturale, umana e operativa di quanti hanno il “servizio della carità”.

 

 

 

  1. FEDE E VITA/4 – Per una fede incisiva e decisiva nella e per la costruzione delle città a partire dai più deboli e ultimi: politica e solidarietà.

 

Le nostre comunità fanno fatica ad incrociare le strade degli uomini e delle donne del nostro tempo, e appaiono tante volte ripiegate su se stesse e malate di una certa “chiusura intraecclesiale”. Ma questo non può farci dimenticare quanto esse siano legate al vissuto della gente. Basterebbe ricordare la presenza capillare delle parrocchie nel territorio e la vicinanza dei presbiteri e dei fedeli accanto alle persone che faticano, soffrono e sperano nel cammino di ogni giorno.

Le nostre parrocchie, pur con tutti i limiti e le stanchezze, rimangono “la fontana del villaggio” alla quale tutti possono attingere gratuitamente, senza misura e con facilità. Vanno  poi ricordati i tanti cristiani che nella vita di tutti i giorni e nei vari contesti di vita: famiglia, scuola, lavoro, relazioni occasionali, politica, volontariato, mondo sanitario, emarginazione e disagio giovanile e familiare..) vivono dentro le situazioni di frontiera e sanno dire “parole di Vangelo” e compiere “azioni di vangelo”. A questo si aggiungano i segnali che la diocesi sta dando con alcune iniziative ricorrenti che mettono in luce la preoccupazione di essere in uscita verso le famiglie, i giovani, i luoghi dove la gente vive e cioè la casa e la strada.

Per poter rafforzare questo orientamento, oggi urgente, occorre evitare il rischio, in cui cadiamo frequentemente, di demonizzare il mondo e di non vedere nella sua complessità, nel suo pluralismo e perfino nel suo relativismo, i segnali di un mondo che sta finendo e soprattutto i segnali di un mondo nuovo che ha bisogno soprattutto dei cristiani per realizzare un “nuovo inizio”. S. Paolo non parlava già allora che il mondo geme e soffre come nelle doglie del parto ? ( cfr. Rom. 8 ).  Ora questa gestazione è sempre in atto e vale anche per il nostro territorio e la nostra Chiesa.

Dunque, pur vedendone le contraddizioni, le derive e le ferite, siamo chiamati a guardare con uno sguardo amoroso  il mondo, la gente, il territorio per cogliere “ i semi del Verbo” in essi presenti, per riconoscere che laddove gli uomini vivono, lavorano, lottano e sperano, mostrano la loro debolezza e perfino confusione, lì è presente ed agisce lo Spirito di Dio. Facciamo molta fatica a credere questo.

Molti cristiani e non poche comunità, gli adulti e soprattutto i giovani,  faticano a  fare una lettura critica della realtà senza la quale non c’è crescita e novità. A volte si ha la sensazione che abbiamo rinunciato alla missione profetica che ci è stata affidata e che consiste nel saper “leggere la realtà”  vedendo in essa la presenza del Signore che guida sempre la storia, i passi ulteriori da compiere, i cambiamenti da realizzare, le denunce da fare: e tutto questo per favorire un umanesimo integrale, cioè il bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. Siamo infatti convinti che il nostro territorio non è meno attraversato, a motivo della sua configurazione geografica e delle sue caratteristiche ambientali, dalla mentalità e dai comportamenti che sono presenti nell’intera società. Siamo poco “attrezzati” in ordine alla conoscenza della realtà con le sue fatiche nascoste e le sue ferite profonde, conoscenza  che nasce da un dialogo senza pregiudizi, da un discernimento intelligente, da una  capacità critica sapiente. Abbiamo bisogno pertanto superare una certa “povertà culturale” che ci rende poco capaci e abituati a  pensare, discernere e  progettare insieme il vivere degli uomini di questo tempo.

E’ scarsamente presente nella coscienza dei cristiani, preti e laici, che, secondo l’insegnamento costante della Chiesa,  “il primato della persona” è il criterio non negoziabile e sicuro per fare un vero discernimento sulla realtà e per valutare comportamenti, idee, visioni di vita e di società. Tante volte si ha la sensazione che in molto cristiani la fede in Gesù e l’accoglienza del vangelo non incidono sul modo di vedere la società  e di stare dentro di essa in maniera significativa.

In questo ambito, anche se qualcosa di sporadico è stato fatto (come i tavoli di lavoro dopo l’Assemblea sinodale e alcune conferenze cittadine), non abbiamo il coraggio di  promuovere un percorso di formazione politica per preparare i laici cristiani a stare dentro l’impegno socio-politico immettendovi i fermenti del Vangelo; d’altronde è chiaramente urgente la formazione delle nuove generazioni ad una rinnovata passione politica che cerchi il bene sociale. La fatica a coinvolgere i giovani sia nell’azione caritativa come in quella politica crea preoccupazione per la società che stiamo costruendo.

E’ dunque evidente che l’azione delle comunità cristiane non può ridursi, come non di rado avviene, alla distribuzione di cose, all’assistenzialismo e alla improvvisazione delle opere della carità. Occorre un’azione caritativa più intelligente  cioè una carità che sia politica e una politica che sia “forma alta di carità” soprattutto di fronte alle. “nuove forme di povertà” che sono più complesse, insidiose, invasive e devastanti.

Per questa ragione spesso le nostre comunità, pur con la loro azione apprezzabile e generosa, si scoprono “indietro” e a volte  “ in ritardo” rispetto alle domande e alle attese della gente mentre appare sempre più urgente, e tanti cristiani non se ne rendono conto, la necessità di elaborare un nuovo progetto di società che, ponendo più chiaramente al centro la persona, promuova un vero umanesimo integrale. Tanti nostri cristiani non pensano o non riescono a pensare questo.

Se così è, allora rischiamo di rimanere indifferenti, anzi quasi di collaborare, al rafforzamento  una società “economica” più che “umana”, una società “individualistica” più che “interessata al bene comune”; una società “relativista” più che “fondata sulla verità dell’uomo”. Di conseguenza una società con molti “ nervi scoperti “ riguardanti: il rispetto della vita umana (concepimento, aborto, disabilità, fine vita), la centralità della famiglia ( sostegno alle famiglie e alla natalità, nuove forme di convivenza e di coabitazione, separazioni, divorzi), la visione della sessualità e dell’affettività (soprattutto nelle nuove generazioni), la priorità del bene comune nella politica ( personalismi, populismi e corruzione), la dignità, la necessità e la stabilità del lavoro (condizione indispensabile per la dignità umana e per la vita familiare).

Questi fenomeni attraversano chiaramente la società civile e la comunità ecclesiale e chiamano tutti i fedeli ad essere cittadini esemplari e cristiani impegnati portando, come anni or sono diceva un vescovo italiano, la vesta battesimale nel mondo e la tutta di lavoro nella Chiesa: non siamo infatti dei separati dal mondo ma dentro il mondo. Occorre colmare il divario tra fede e vita, tra società e Chiesa.