Assisi – celebrazione della Messa Crismale. Mons. Accrocca: “Dio è amore, possa fare di noi un corpo coeso nel servizio reciproco”

Cari confratelli, cari fratelli e sorelle, siamo stati benedetti dal Vangelo e questa parola del Vangelo è posta in alto perché sia visibile a tutti che la Chiesa è sotto la parola di Dio. E questa parola stasera ci ha dato la notizia straordinaria attraverso l’autore dell’Apocalisse che Dio ci ama, Dio ci ama. Lo dice anche l’Apostolo Paolo nella Lettera ai Galati.
Questa vita che vivo nella carne, dice, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Dio ci ama e ci ha liberati col suo sangue e ha fatto di noi un regno e un popolo sacerdotale. Sì, siamo un popolo sacerdotale.
Questa messa, come dicevo, è epifania della Chiesa perché vuole raccolte nel Tempio tutte le membra del popolo di Dio nella loro molteplicità. E tutti abbiamo l’unzione, dice San Giovanni. Fratelli, voi tutti avete l’unzione.
E dice anche parole, direi, che possono portare anche a una deriva antistituzionale, ma non ha timore di dirlo e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri. Agostino dice che questa unzione, commentando questo passo della prima Giovanni, che questa unzione è il maestro interiore, è lo Spirito Santo. Dobbiamo allora aprirci sinceramente alla Sua voce.
Tutti, tutti, Dio ci ama e quindi deve essere riamato da noi. Non per timore d’inferno, neppure per desiderio di paradiso, ma perché amore. E non sto dicendo parole mie.
Basilio il Grande, nel prologo alle sue regole diffuse, dice possiamo servire Dio per timore d’inferno. Questo, dice Basilio, è amore da schiavi. Possiamo servirlo per brama di paradiso, ma questo, dice, è amore da mercenari.
Possiamo servirlo perché è Dio, perché è amore. E questo è il rapporto dei figli. Ecco, veramente, potessimo assumere questa chiave di lettura nella nostra vita cristiana.
E’ queste che, seppur minorietari, hanno una lunga storia nel popolo cristiano. Voi con fratelli Cappuccini le ritrovate quasi alla fine delle Costituzioni del 1536, queste affermazioni, dovute probabilmente alla mano di colui che fu eretico di tutte le fedi, ma che anche solo per questo credo che il Signore gli userà benevolenza. Amare Dio perché è amore, e quindi smetterla anche con l’idea di un Dio che sta lì per punirci pronto, vendicativo.
Siamo noi che abbiamo desiderio di vendetta, e vorremmo che Dio fosse a nostra (4:27) misura. Non è il Dio cristiano, questo qui. E allora, se noi tutti abbiamo quest’unzione, (4:40) dobbiamo vivere intensamente la nostra vocazione.
Cari fratelli, io, sacerdote vescovo, davanti a voi non ho diritti in più. Ho più doveri, perché è per primo, e con me e i confratelli, sacerdoti e diaconi, l’ordine ci dà anzitutto dei doveri, il dovere della testimonianza. Ma poiché siamo tutti il corpo crismato, questo dovere è dei battezzati.
È un dovere, una grazia, che Dio ci ha dato nel giorno del battesimo. E se, qualche giorno fa, facendo l’ingresso e sedendo sulla cattedra della città serafica, dicevo che questa Chiesa dovrebbe, ho un sogno di una Chiesa che sappia dire al mondo una parola di pace, in modo anche forte, paradossale, evangelico. Ecco, stasera dico a me e a voi che questa testimonianza deve essere anzitutto tra noi, in una comunione vera, in una tensione all’unità, in una capacità di porre in evidenza i beni altrui.
Francesco non dice che chiunque è invidioso dei beni che Dio opera attraverso un altro commette peccato di bestemmia? Dice perché invidia lo stesso Dio. Quanto è bello, invece, quando i fratelli gioiscono per il bene che Dio opera attraverso un altro, per i doni che un altro ha ricevuto? Ecco, possa essere questa la testimonianza grande che noi dobbiamo dare a questo territorio e, in fondo, vista la peculiarità di questa Chiesa anche al mondo. È così che potremmo diffondere come corpo crismato il profumo di Cristo.
Noi siamo il profumo, lo dice l’Apostolo. Questo profumo, il profumo della vita cristiana, chiede davvero la nostra vita. Chiudo ricordando quella ammonizione sesta che ha dato il titolo all’enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti.
L’espressione torna in tanti altri luoghi degli scritti di Francesco, come a dire che questo suo desiderio e convinzione di fraternità è radicato nella sua persona. Ma in quella ammonizione dice, guardiamo con attenzione le pecore del Signore, quelle fedeli che ci hanno seguito il Signore nelle traversie della vita. C’è perciò grande vergogna per noi.
Magna verecundia es nobis, grande vergogna che i Santi hanno fatto le opere e noi, predicandole, raccontandole, vorremmo ricevere gloria e onore. Eccoci aiuti il Signore a testimoniare sul serio. Giordano Da Giano dice una parola anche più dura riguardo ai fatti che dettero origine probabilmente a questa ammonizione, a questo discorso di Francesco, quando dice ognuno si glorie della propria croce e non di quella degli altri.
Ecco, ci aiuti il Signore a vivere in fedeltà, per diffondere tra il mondo il profumo del suo amore. Aiuti noi, i catecumeni che si preparano al battesimo. Aiuti gli infermi che verranno unti col santo olio a testimoniare nel momento della croce vissuta l’amore di Cristo.
Aiuti quanti verranno unti col sacro crisma a testimoniare il sacerdozio regale e quello ordinato nella quotidianità della vita. Possa davvero il Signore fare di noi un corpo davvero coeso, unito nell’amore e nel servizio reciproco.