Gemellaggio di fede con la Mongolia nel nome di Santa Rita: Messa nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Ulaanbaatar e consegna della reliquia di Santa Rita

Giovedì 16 luglio 2026 l’Arcivescovo, don Cristoforo Maria Bialowas e don Davide Travagli, dopo aver celebrato la Messa nella Cappella delle Missionarie e dei Missionari della Consolata a Arvajhėėr sono partiti alla volta dell’antica capitale della Mongolia, Harhorin o Kharkhorin. Guida d’eccezione è stato sempre il card. Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaator. Arvajhėėr-Harhorin: alla scoperta delle tradizioni mongole. Una parte del tragitto è stato su strada sabbiosa così da poter ammirare le splendide e immense praterie mongole, abitate da pastori che allevano cavalli, mucche, pecore, capre e jak, dove tutto rimanda all’infinito, a Dio creatore del mondo. E in una delle tappe, infatti, l’arcivescovo Boccardo ha commentato questo paesaggio con le parole di Pietro Metastasio, poeta, drammaturgo e presbitero, tratte dall’Oratorio della Passione di Gesù Cristo: “Dovunque il guardo giro, immenso Dio ti vedo: nell’opre tue t’ammiro, ti riconosco in te. La terra, il mar, le stelle parlano del tuo potere, parlan del tuo poter. Tu sei per tutto, e noi tutti viviamo in te”. In un’altra tappa si è entrati in contatto con la tradizione sciamanica dei mongoli attraverso la visita ad uno dei diversi Ovoo presenti, ossia un cumulo di sassi e rami, luogo sciamanico di rispetto degli spiriti del luogo. L’Arcivescovo e il resto della delegazione hanno potuto ammirare anche i Khirigsuur (a volte traslitterati come kheregsüür), ciò che rimane dei monumenti funerari e rituali più imponenti della Mongolia, risalenti all’Età del Bronzo (tra il 1200 e il 700 a.C.).

Il francescano umbro Giovanni da Pian del Carpine, nel 1246, è stato il primo europeo a recarsi in Mongolia. Giunti nell’antica capitale dell’Impero, Harhorin, c’è stata la visita al museo della Città, dove si ripercorre la storia della Mongolia. Vi sono esposte anche le lettere storiche scambiate tra il Papa Innocenzo IV e l’imperatore Gran khan Guyuk. Il Pontefice, infatti, voleva evitare uno scontro con l’esercito mongolo che premeva sui confini orientali dell’Europa. Affidò allora al francescano umbro, fra Giovanni da Pian del Carpine (l’attuale Magione (PG), la missiva Cum non solo homines da consegnare all’Imperatore e che conteneva accordi per una possibile e auspicabile pace fra i due popoli. Il francescano riuscì a consegnare la missiva papale che, tuttavia, cadde inascoltata. Per il popolo mongolo pace era sinonimo di sottomissione e non di alleanza militare. Nonostante il fallimento, fra Giovanni è stato il primo europeo a visitare la corte di un Gran khan mongolo, prima ancora del veneziano Marco Polo.

Nella mattina di venerdì 17 luglio, il card. Marengo ha accompagnato gli ospiti a visitare il principale monastero buddista di Ulaanbaatar, il Gandan Tegchenling. Situato nel centro-ovest della città, ospita circa 900 monaci ed è celebre per l’enorme statua di Avalokiteshvara alta 26 metri. È una delle statue da interni più grandi del mondo. Realizzata in rame ricoperto di foglie d’oro e abbellita con pietre preziose, la statua attuale è stata inaugurata nel 1996 ed è ricca di elementi sacri al suo interno, tra cui: centinaia di sutra (testi sacri) e milioni di mantra; 27 tonnellate di erbe medicinali; un’intera yurta (ger) tradizionale mongola arredata. Questa scultura è una ricostruzione: l’originale del 1911 fu fusa dalle truppe sovietiche per ricavarvi dei proiettili.

Nel pomeriggio di venerdì 17 luglio, finalmente, c’è stato il momento più atteso: la solenne concelebrazione eucaristica nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Ulaanbaatar presieduta, in lingua mongola, dal card. Giorgio Marengo, con omelia dell’arcivescovo Boccardo. Il Porporato indossava la casula con l’effige di Santa Rita donata dal Santuario di Roccaporena. L’Arcivescovo è stato accolto nella Gher posizionata nel giardino della Cattedrale, dove papa Francesco nel 2023 ha incontrato alcuni fedeli. Il card. Marengo ha presentato a mons. Boccardo i collaboratori della Cattedrale.

Nell’omelia mons. Boccardo ha detto che «siamo qui per lasciare un ricordo di Santa Rita, donna che parla ancora alle donne e agli uomini del terzo millennio. A Cascia e Roccaporena accogliamo migliaia e migliaia di persone ogni anno». Poi il Presule ha condiviso alcuni interrogativi: «Come mai tanta gente guarda a Santa Rita? Quale il suo segreto? Come mai ottiene da Dio grazia e benedizione per coloro che si rivolgono a lei?». L’Arcivescovo è stato molto chiaro nel dare la risposta: «Rita è potente presso il cuore di Dio perché è stata fedele discepola del Signore Gesù. La vita cristiana non è tanto rispettare dei precetti, ma piuttosto accogliere Gesù nella propria vita. Rita ha aperto il suo cuore all’azione di Dio ed ha imparato ad essere misericordiosa come Dio stesso, ad essere donna di perdono e riconciliazione. L’esempio della sua vita ha lasciato una scia di luce e la gente chiede a lei di portare a Dio la propria preghiera, le proprie sofferenze, i propri progetti di vita. La memoria di Rita ci invita ad impegnarci per essere anche noi amici di Dio: nel piccolo delle nostre giornate – ha detto – proviamo a vivere come lei, diventando operatori di pace, imparando a perdonare, seminando attorno a noi gesti di bene, ma soprattutto impegnandoci a mettere in pratica la parola di Gesù». Poi, un passaggio sulla reliquia di Santa Rita, dono delle Monache agostiniane di Cascia per la Cattedrale di Ulaanbaatar: «Sia un richiamo continuo alla bellezza della vita cristiana, sia la memoria di un legame che si instaura tra la Chiesa di Mongolia e quella di Spoleto-Norcia». Poi, l’invito di mons. Boccardo: «Prendiamoci un impegno reciproco: voi e noi, da una parte all’altra del mondo, quando ci ritroviamo attorno all’altare del Signore ricordiamoci nella preghiera affidandoci reciprocamente all’intercessione di Santa Rita».