Spoleto – Te Deum di fina anno. Mons. Boccardo: «Ogni giorno che ci è stato dato è come un canestro dove il Signore ha riposto la sua generosità e il suo soccorso alla nostra vita»

La Chiesa ha salutato l’ultimo giorno dell’anno con un inno di lode e ringraziamento, il Te Deum, cantato in tutte le chiese del mondo come preghiera che si alza a Dio durante i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Anche la comunità diocesana di Spoleto-Norcia si è radunata attorno all’arcivescovo Renato, nella Cattedrale di Spoleto, nel pomeriggio del 31 dicembre per il suggestivo rito di ringraziamento. Erano presenti i fedeli e i sacerdoti della Pievania di S. Ponziano.

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Sul presbiterio è stata posta la Madonna col Bambino proveniente dalla chiesa di S. Giovanni Battista a Castelvecchio di Preci, scultura polimaterica policroma della prima metà del XVI secolo, il cui autore è ignoto. Recuperata dalla chiesa di Castelvecchio dai Vigili del Fuoco il 6 novembre 2016, dopo il terremoto del 30 ottobre, è stata restaurata da CBC Conservazione Beni Culturali Soc. Coop. di Roma grazie ai fondi della Soprintendenza Speciale per le Aree colpite dal Sisma, reperiti attraverso lo strumento dell’Art Bonus per il Terremoto “Sculture lignee Valnerina”.

Lo scorrere dei giorni, una processione dei regali di Dio. «Radunati in riflessione e in preghiera nelle ultime ore dell’anno civile, siamo chiamati – ha detto mons. Boccardo nell’omelia – a tentare la bella e difficile impresa di arricchire e trasfigurare il sentimento delle stagioni che passano senza rimedio componendolo con quello cristiano della gratitudine per i giorni che ci sono stati donati. La visione cristiana supera la concezione che scorge nel tempo soltanto la misura del nostro logoramento per proporci di guardare allo scorrere dei giorni come ad una ininterrotta processione dei regali di Dio: ogni giorno che ci è stato dato è come un canestro dove il Signore ha riposto, e spesso anche nascosto, la sua generosità e il suo soccorso alla nostra vita quotidiana. Distratti come siamo dall’impegno dell’esistere e anche dalle mille futilità che lo avvolgono, ci dimentichiamo spesso di esprimere la nostra gratitudine: arriva dunque opportuna e riparatrice l’ultima sera dell’anno, a proporci un atto doveroso di ringraziamento».

Per ringraziare bisogna saper vedere il bene e saper riconoscere il bene. «Preghiamo – ha detto ancora il Presule – perché ci sia dato di vedere quanto è buona e bella la vita che il Signore ci dà; buona e bella anche nei suoi momenti difficili, nelle sue amarezze, nelle sue ore di pena e di prova. Il cristiano sa che niente va perduto; che tutto quanto gli succede è un messaggio d’amore; che tutto, anche il dolore, è – in una visione di fede – dono affettuoso di un Dio provvidente (cf Rom 8, 28). E così scopriamo che la vita terrena è stupenda, purché la si voglia vedere come essa è: regalo che esce dalle mani benefiche del Creatore e strada, pur spinosa e dura, che conduce alla casa del Padre. Riconoscenza è l’altro nome della gratitudine. Dobbiamo riconoscere che niente è nostro e tutto ci è stato gratuitamente donato: l’aria che respiriamo, l’acqua, il cibo, l’attitudine a ragionare e a capire, l’impulso e la forza di voler bene, la capacità di sorridere e la capacità di piangere. Tutto è puro dono. Noi non abbiamo diritti di fronte al mistero di Dio, che è la sorgente di ogni vita e il sostegno di tutto ciò che esiste. Abbiamo solo la fortuna di essere i destinatari, spesso immeritevoli e ingrati, di questo incredibile amore. “Grazie” diventa quindi il vocabolo che più di ogni altro esprime la nostra verità interiore e la nostra condizione più reale. E poiché molta della spirituale miseria dell’uomo deriva dallo smarrimento di questa parola, ritornare a dire grazie significa ridare alla gioia la possibilità di riprendere a fiorire dentro di noi».