L’ingresso solenne di mons. Gualtiero Sigismondi nella diocesi di Orvieto-Todi

Mons. Gualtiero Sigismondi comincia il suo ministero episcopale nella nuova diocesi da un luogo simbolo, quel ponte di “Rio Chiaro” dove nel 1263 si incontrarono il vescovo Giacomo, che recava con sé il Corporale del miracolo di Bolsena, e il pontefice Urbano IV. Qui, il vescovo Gualtiero ha ricevuto il primo saluto e l’accoglienza calorosa di una delegazione della comunità orvietano-tuderte.

Poco dopo, il corteo è arrivato in piazza del Duomo dove mons. Sigismondi era atteso da autorità religiose, militari e civili, con i gonfaloni dei Comuni. Ad accoglierlo davanti alla celebre cattedrale orvietana c’era il suo predecessore – ormai vescovo emerito – mons. Benedetto Tuzia e c’erano anche i cardinali Ennio Antonelli e Gualtiero Bassetti, i vescovi delle diocesi dell’Umbria e anche di fuori regione.

Il saluto di mons. Sigismondi alle autorità civili
Sono lieto di incontrare le Autorità civili, politiche, socio-economiche e militari di questa “città sul monte”, “antica dimora dei Papi, che intreccia – secondo Paolo VI – le sue secolari vicende con quelle non solo del loro dominio temporale, ma altresì del loro ministero apostolico”.

Saluto le istituzioni regionali nella persona della Consigliera Dott. Eleonora Paci, S. E. il Prefetto di Terni, Dott. Emilio Dario Sensi, il Presidente dell’Opera del Duomo, Dott. Gianfelice Bellesini, e ringrazio la Dott. Roberta Tardani, Sindaca di Orvieto, che mi ha dato il benvenuto a nome di tutti i Sindaci, fra i quali vedo con piacere l’Avv. Stefano Zuccarini, Sindaco di Foligno.

La Chiesa, consapevole che alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra quello che è di Cesare e ciò che è di Dio (cf. Mt 22,15-22), rispetta ogni istituzione umana, nutre un sincero apprezzamento per la funzione pubblica e prega per i suoi rappresentanti, affinché cerchino il bene comune. La collaborazione tra comunità politica ed ecclesiale si realizza nel leale rispetto della loro reciproca indipendenza.

“Alla società – osserva p. Francesco Occhetta – il cattolico non fornisce collateralismo al potere, ma lievito e servizio al popolo”. La Chiesa non è un agente politico, e tuttavia ha un interesse profondo per il bene della comunità civile. Opera in modo da non intromettersi in sfere che non le competono, ma non consente restrizioni alla propria libertà di annunciare il Vangelo apertamente. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concede di avanzare una richiesta. Il giovane sovrano non osa domandare successo, ricchezza o lunga vita, ma un cuore docile, in grado di rendere giustizia al popolo e di distinguere il bene dal male (cf. 1Re 3,9).

Per chi è chiamato a guidare una comunità civile o ecclesiale niente è più desiderabile della pace. Nella comunità ecclesiale la pace è il germoglio che spunta dalla radice dell’unità; nella società civile la pace è il frutto maturo della giustizia. Se nella Chiesa gli “operatori di pace” sono “tessitori di comunione”, nella Città i “testimoni di pace” sono, per così dire, “promotori di giustizia”, la quale, in linea di principio, non può essere delegata o appaltata alla carità.

Come Vescovo sono cosciente che “l’attenzione alla città non è separabile dall’impegno ecclesiale”: “carità politica” e “carità pastorale” sono destinate a frequentarsi soprattutto sul terreno solidaristico, educativo e culturale. È proprio nel comune impegno per la promozione integrale dell’uomo che è possibile individuare il punto di contatto o di tangenza tra le istituzioni civili ed ecclesiastiche.

Questa piazza, illuminata dallo splendore della facciata del Duomo, è simbolo reale dell’incontro e del dialogo tra gli “uomini di buona volontà”. Nella “nobile semplicità” e nella “pacata grandiosità” di questo luogo presento le mie credenziali di “seminatore di speranza” e di “collaboratore della gioia del Vangelo”.

Dopo il saluto del sindaco di Orvieto, Roberta Tardani, mons. Sigismondi ha fatto il suo ingresso in Duomo per la cerimonia dell’insediamento in Cattedra seguita dalla solenne liturgia eucaristica.

L’omelia del vescovo Gualtiero in Duomo
“Con la tua continua misericordia, Padre, purifica e rafforza la tua Chiesa e poiché non può sostenersi senza di te non privarla mai della tua guida”. Questa orazione ha accompagnato la mia attesa del nostro primo incontro nel Duomo di Orvieto, che per la finezza della sua armonia è “fuori scala”.

“Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica” (Gv 4,38). Quanto Gesù ha detto ai discepoli al pozzo di Giacobbe oggi è diretto a me. Con semplicità e letizia mi inserisco nella storia di questa Diocesi, guidata finora da S. E. mons. Benedetto Tuzia, il quale il giorno dell’annuncio del mio trasferimento mi ha inviato questo messaggio: “Benedetto Gualtiero, colui che viene nel nome e nella grazia del Signore”.

Carissimo Vescovo Benedetto: “Chi semina gioisca insieme a chi miete” (Gv 4,36). Questo invito sinodale alla gioia unisce, nella stessa lode, il seminatore al mietitore; entrambi sono “collaboratori di Dio”: “né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere” (1Cor 3,7). Lo stesso pensiero lo rivolgo a S. E. mons. Giovanni Scanavino, la cui graditissima presenza mi ricorda che l’ingresso di un vescovo in diocesi è paragonabile a quello del Signore in Gerusalemme.

Con il mandato del Papa, a cui rinnovo fedele obbedienza, inizio il mio ministero pastorale, ben sapendo che l’autorità episcopale non è a beneficio di chi la esercita ma a vantaggio di coloro ai quali si rivolge. Sciolto il vincolo con la Chiesa particolare di Foligno – per ora solo allentato, in quanto Amministratore Apostolico –, il Signore mi invita a creare nuove paternità e fraternità, che mi autorizzano a farvi qualche confidenza.

Alla vigilia dell’anno duemila venni invitato a Bolsena alla Marcia della fede, che precede l’alba del Corpus Domini. Pensando al travaglio della “incredulità credente” sperimentato all’altare da un sacerdote boemo, ripetevo in silenzio il versetto del salmo che avrebbe illuminato quella notte: “Voglio svegliare l’aurora” (Sal 57,9). Giunto il momento di dare il via al cammino, consegnai ai pellegrini questo messaggio: “I vostri passi precederanno l’aurora e, all’alba, vedrete la sagoma del Duomo; a quella vista, stanchi ma raggianti, ricordate che l’Eucaristia, da cui nasce e si edifica sempre la Chiesa, sveglia l’aurora dell’eternità nella notte del tempo”.

Da vescovo sono venuto in questa Cattedrale con il presbiterio folignate in occasione del Giubileo Eucaristico straordinario. Durante la Messa ho divagato con la mente nella navata centrale e ho tenuto fisso lo sguardo sul rosone, chiedendomi: come mai questa casa della Chiesa, edificata per custodire viva memoria del Miracolo di Bolsena, è intitolata a Santa Maria Assunta? Ho cercato la risposta per tutto il tempo della celebrazione, ma sono riuscito a trovarla solo al momento della Comunione eucaristica, “vero Corpo e Sangue del Risorto nato da Maria Vergine”. La Madre di Dio, “mistica aurora della redenzione”, è realmente il Ss. Corporale di Gesù, inamidato dal suo candore verginale e inondato dallo splendore della luce pasquale.

Inizio il mio ministero pastorale in mezzo a voi custodendo e meditando le letture proposte dalla Messa vespertina nella vigilia della solennità dei Principi degli Apostoli. Pietro, presso la porta del tempio di Gerusalemme detta Bella, dichiara a uno storpio: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do” (At 3,6). Con queste stesse parole mi accredito anch’io, chiedendo al Signore di non abbandonarci alla tentazione di cui parla Paolo nella sua autobiografia: “Perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo” (Gal 1,13). Sebbene le potenze degli inferi non possano prevalere sulla Chiesa (cf. Mt 16,18), “colonna e sostegno della verità” (1Tm 3,15), tuttavia essa rimane esposta all’insidia della devastazione sino alla fine dei tempi. Non facciamoci illusioni: è la carestia del “cemento della concordia” a devastare la Chiesa!

La comunione, frutto e condizione della Pentecoste, è il presupposto della missione apostolica affidata dal Risorto a Simon Pietro sulla riva del mare di Tiberiade (cf. Gv 21,15-19), là dove l’aveva tratto all’amo come “pescatore di uomini” (cf. Lc 5,10). Che il Signore sia vivo, non solo “corporalmente” ma anche “sentimentalmente”, lo rivela il dialogo che Egli stabilisce con Simone. Per due volte gli chiede quanto lo ami – “agapào” (cf. vv. 15-16) –, mentre la terza, domandandogli se gli voglia bene – “filèo” (cf. v. 17) –, il Risorto non abbassa il livello della sua richiesta ma lo innalza. La risposta di Simone fa appello al Maestro, che “scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (v. 17).

Nessuno può osare dire per intero questa frase: riusciremo a farlo se ci sosterremo a vicenda nella carità. Lo chiedo anzitutto a voi, ministri ordinati, a cui rivolgo il mio sguardo benedicente. “La testimonianza di un sacerdozio vissuto bene – assicurava Benedetto XVI – nobilita la Chiesa. Suscita ammirazione nei fedeli, è fonte di benedizione per la comunità, è la migliore promozione vocazionale”. Il dono ricevuto con l’imposizione delle mani, collegato strutturalmente all’Eucaristia, lo si ravviva curando la vita interiore: prima attività pastorale, la più importante. Il nostro ministero di “servi premurosi del popolo di Dio” si ridurrebbe a una rincorsa affannosa se, cammin facendo, trascurassimo la preghiera e il servizio della Parola, la cui eco risuona nel grido dei poveri, con i quali Gesù ha voluto identificarsi, e nel libro della storia che non è allergica ai “semi del Verbo”.

“Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge”. La concretezza di questa immagine, suggerita dalla liturgia, me l’ha mostrata un anziano pastore, sorpreso a trascinare un grande ramo pieno di foglie all’interno del recinto del suo gregge: “È la cena per i miei agnelli; ieri ho avvistato un lupo, oggi non ho osato condurli al pascolo”. Ammaestrato da questa lezione d’amore, accolgo con cuore libero e ardente quanto mi raccomanda Papa Francesco nella Bolla di nomina: “Ama la tua nuova Chiesa con viscere di misericordia, benignità e umiltà”.

La Vergine Maria, San Giuseppe suo Sposo, San Fortunato e la beata Madre Speranza di Gesù mi ottengano dal “Pastore dei pastori” di perseverare in questo santo proposito, “fino alla fine”.

Testi e immagini della giornata di ingresso del vescovo Gualtiero sono disponibili sul sito web della diocesi di Orvieto-Todi. Qui lo streaming video trasmesso da TeleOrvietoWeb e dalla Tv Diocesana…

 

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Mons. Sigismondi nominato amministratore apostolico di Foligno nel giorno dell’ingresso a Orvieto-Todi

Nel giorno dell’ingresso solenne nella nuova diocesi di Orvieto-Todi, mons. Gualtiero Sigismondi viene nominato amministratore apostolico della diocesi di Foligno. Mantiene quindi i diritti, le facoltà e gli obblighi che spettano al vescovo, anche nella comunità che ha guidato negli ultimi dodici anni. Lo ha annunciato alle ore 12 di oggi nella Curia folignate il delegato “ad omnia”, mons. Giovanni Nizzi, come da disposizioni della Nunziatura apostolica in Italia.

“Nel giorno in cui ha inizio il mio ministero pastorale nella Chiesa particolare di Orvieto-Todi – ha esordito mons. Sigismondi nella nota letta in contemporanea con l’annuncio – faccio partecipe il popolo di Dio che è in Foligno di quanto Papa Francesco ha deciso circa la cura pastorale e il governo della nostra Diocesi, affidata alla protezione di san Feliciano”.

Mons. Sigismondi commenta il decreto della Congregazione per i Vescovi arrivato insieme alla nota della Nunziatura apostolica in Italia, sottolineando come il compito dell’amministratore apostolico sia quello di governare la diocesi in forma vicaria, ossia a nome del Papa.

“Questa chiamata – ha aggiunto il vescovo Gualtiero – mi è giunta mentre mi preparavo a sciogliere gli ormeggi, per salpare verso Orvieto-Todi. Non ho esitato ad accoglierla con cuore libero e ardente, non solo perché l’obbedienza me lo chiede, ma anche perché la gratitudine verso il popolo folignate me lo domanda. Mi dispongo a continuare, seppur in veste di amministratore apostolico, il mio servizio episcopale a Foligno, per il tempo che il Santo Padre riterrà necessario e nelle modalità che la guida della diocesi di Orvieto-Todi e il compito di assistente generale di Azione Cattolica Italiana renderanno possibili.

Le spalle reggono – continua Sigismondi – se il cuore non cede! È con questa consapevolezza che rinnovo il mio abbandono alla fedeltà di Dio ed esprimo, a nome di tutti, profonda gratitudine a Papa Francesco il quale, con questa decisione, mi ha fatto ricordare che tra Foligno e Orvieto, sebbene non vi sia contiguità territoriale, vi è un ponte spirituale: quello costruito dalla beata Angelina da Montegiove, i cui familiari, come documentano alcuni codicilli del Registro dell’Opera del Duomo di Orvieto, hanno contribuito a edificare la Cattedrale di Santa Maria Assunta. La traslazione delle sacre spoglie della beata Angelina, dalla Chiesa di San Francesco al Monastero di Sant’Anna in Foligno, è avvenuta il 27 giugno 2010; dieci anni dopo, lo stesso giorno, ho ricevuto il decreto di nomina che porta la data di oggi. Davvero, il Signore tutto dispone con forza e dolcezza – conclude mons. Sigismondi – attraverso la mediazione del discernimento ecclesiale”.

(www.lavoce.it)

Perugia – Il V Rapporto sulle povertà “Siamo tutti chiamati a remare insieme” curato dall’Osservatorio della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve. Uno studio relativo ai dati 2019 con una propaggine al trimestre marzo-aprile-maggio 2020 al tempo del “Coronavirus” e un focus sui servizi del Consultorio sanitario della Caritas, novità del V Rapporto

Scaricabile dal sito: www.caritasperugia.it, il V Rapporto sulle povertà nell’Archidiocesi di Perugia-Città della Pieve, curato dall’omonimo Osservatorio della Caritas diocesana, ha per titolo: “Siamo tutti chiamati a remare insieme”, presentato alla stampa il 26 giugno dal diacono Giancarlo Pecetti, direttore della Caritas diocesana, dall’economista Pierluigi Grasselli, coordinatore dell’Osservatorio, e dallo statistico Nicola Falocci. Quest’ultimo, insieme all’imprenditrice e già direttrice della Caritas Daniela Monni, alla dottoressa Fiammetta Marchionni, responsabile del Consultorio sanitario della Caritas, all’assistente sociale Silvia Bagnarelli, responsabile del Centro di Ascolto (CdA) diocesano, e ad Alfonso Dragone, responsabile dell’Area progetti della Caritas, fa parte dell’equipe dell’Osservatorio diocesano sulle povertà e l’inclusione sociale.

Covid-19 e Consultorio sanitario. Il Rapporto, ricco di dati contenuti in 25 tabelle e in diversi grafici che sintetizzano il fenomeno, non si limita ad analizzare la povertà nel 2019, ma ha una propaggine nell’anno in corso, per l’esattezza il trimestre marzo-aprile-maggio 2020 caratterizzato dalla pandemia da Covid-19. Inoltre questo V Rapporto, le cui fonti principali di ricerca sono in primis il Centro di Ascolto diocesano e quelli parrocchiali e gli Empori della Solidarietà, si sofferma per la prima volta sull’attività del Consultorio sanitario istituito dalla Caritas nel 2015, la novità di questo studio. Circa un quarto delle 147 persone ascoltate sono italiane e complessivamente il Consultorio risponde a richieste di informazioni sulle terapie più idonee a curare le patologie sofferte da coloro che chiedono assistenza. L’attività principale, svolta da tre volontari, consiste nella consegna di farmaci da banco non prescrivibili da parte del SSN (1.110 di questi sono stati distribuiti nel 2019), oltre a 408 buoni erogati per acquisti di farmaci, per il pagamento di ticket e di esami diagnostici. Ciò che evidenzia il Rapporto non sono tanto i numeri forniti dal Consultorio, ma lo stato d’animo in cui arriva la persona in difficoltà. Il paziente è convinto di non potersi curare per mancanza di mezzi.

Dati povertà in linea negli ultimi anni. Innanzitutto, come sottolinea nella presentazione il direttore Pecetti, il Rapporto 2019 «non presenta differenze di rilievo con i dati del 2017 e 2018… Se da un lato questo ci può far stare tranquilli, dall’altro ci preoccupa molto perché evidentemente non riusciamo ad incidere profondamente nel tessuto dei bisogni espressi dalle famiglie del nostro territorio. Una delle preoccupazioni alle quali attribuire questa situazione è la mancanza di politiche che possano rimettere in moto il mercato del lavoro». Proprio la difficoltà occupazionale, insieme a quella economica, abitativa, familiare, di migrazione/immigrazione e di salute, sono le principali cause di povertà degli utenti che nell’ultimo anno si sono recati al CdA diocesano. Complessivamente 1.039 sono state le persone (famiglie) censite nel 2019 dal suddetto CdA di cui 250 con cittadinanza italiana, mentre nel 2018 erano 1.015 (251 gli italiani).

L’aumento consistente nel tempo del Covid-19. Dati che non presentano differenze di rilievo, ma a questi non possono non essere sommati quelli relativi ai primi tre mesi dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Esattamente le circa 120 persone o famiglie che in passato non si erano mai rivolte al CdA diocesano, come anche i 400 accessi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente all’Emporio “Tabgha” di Perugia città e l’aumento del numero dei pasti distribuiti quotidianamente dal “Punto di ristoro sociale San Lorenzo”, tra marzo e maggio 2020, passati da 75 ad 87. Dietro a queste cifre ci sono delle vite il cui bisogno più urgente, si legge nel Rapporto, è la necessità di un sostegno alimentare…, ma nel clima di incertezza che si respira, sono stati richiesti ascolto, prossimità, conforto e speranza. E’ stato necessario orientare e consigliare le persone tra le tante misure di sostegno al reddito individuate dai D.L. e fornire informazioni e chiarimenti in merito ai DPCM. Rimane costante il bisogno di un sostegno economico per il pagamento di utenze domestiche e affitto. Per aumentare la disponibilità degli operatori all’Ascolto, si è attivata una linea telefonica mobile (389.8944509) reperibile anche negli orari di chiusura degli uffici.

Nel tempo del Covid-19 aumentati anche i volontari e le donazioni. Questo tempo surreale ha creato occasioni di bene. Tanti volontari, anche giovanissimi, hanno scelto di donare il proprio tempo e le proprie capacità per servire gli ultimi. Sono raddoppiate anche le donazioni economiche in questo trimestre. Le donazioni di generi alimentari, destinate all’Emporio “Tabgha”, si sono moltiplicate con un andamento in costante espansione. Una prima prudente e sommaria stima, che verrà precisata e validata dal prossimo report annuale, indica come l’aumento delle donazioni in questo trimestre sia per lo meno triplicato. A marzo hanno poi iniziato ad intensificarsi anche donazioni da parte di aziende commerciali in particolare del settore ristorazione, che mai prima avevamo avuto come nostri donatori. Nel mese di aprile, e soprattutto a maggio, il flusso è ulteriormente aumentato fino a raggiungere ritmi bigiornalieri… Ma in questi ultimi tre mesi si è moltiplicato anche il volume delle donazioni effettuate da singoli cittadini, studenti, piccole associazioni, quartieri, gruppi di amici, ecc. In questo caso la quantità delle donazioni rispetto al normale flusso, da una prima stima, è sicuramente più che triplicata. La motivazione in questo caso è stata la voglia di dare una mano a chi, causa Covid-19, era rimasto senza lavoro e sostentamento.

Su questa barca ci siamo tutti. Come osserva l’assistente sociale Silvia Bagnarelli, “ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti” (Papa Francesco, tratto dall’omelia della preghiera in tempo di epidemia).

I poveri raddoppiati in Italia per il Covid-19. Il fenomeno povertà, che ha avuto un’accelerata a causa di questa pandemia, potrebbe ulteriormente crescere nell’anno in corso terminati gli effetti dei decreti governativi in risposa all’emergenza economica, soprattutto quella legata alla preoccupante disoccupazione. Secondo una recente rilevazione delle Caritas italiana, compiuta presso tutte le 220 Caritas diocesane, il numero dei nuovi poveri risulta più che raddoppiato rispetto alla situazione di pre-emergenza.

Uno sguardo alla situazione italiana ed umbra. Prima di offrire una sintesi dei contenuti di questo V Rapporto, l’economista Pierluigi Grasselli, accenna alla situazione italiana ed umbra richiamandosi ai recenti dati Istat dai quali emerge «una riduzione dell’incidenza delle famiglie in povertà assoluta», passando dal 7% del 2028 al 6,4% del 2019. «Si ritiene che ciò sia dovuto agli aumenti di spesa delle famiglie meno abbienti – commenta l’economista –, consentiti dall’introduzione del Reddito di cittadinanza, andando a beneficio, nella seconda metà del 2019, di oltre un milione di famiglie in difficoltà». Mentre per la povertà relativa, spiega Grasselli, «l’Umbria subisce una riduzione notevole, passando dal 14,3% del 2018 all’8,9%, inferiore al valore stimato per l’Italia (11,4%), ma superiore a quello calcolato per il Centro Italia (7,3%). Occorre ancora un grande impegno, sviluppato congiuntamente da tutti i livelli di governo, per combattere la povertà e l’esclusione sociale. Questo anche perché, per il 2020, si ritiene che l’epidemia da Covid-19 determini una forte espansione della povertà».

Il profilo delle povertà secondo il CdA diocesano perugino. Presentando il V Rapporto, Grasselli si sofferma sulla cittadinanza degli utenti del CdA diocesano: «Sono in prevalenza stranieri (il 72%), soprattutto femmine (il 57%), con un’età media nettamente più elevata tra gli italiani (le classi più consistenti sono quelle 35-44 anni e 45-54 anni, n.d.r.), in particolare tra i maschi, un basso livello medio di scolarizzazione, che può giustificare il timore di una diffusa povertà educativa, una condizione abitativa segnata da molte criticità, una decisa prevalenza della condizione di disoccupato (70%), soprattutto tra gli stranieri, il forte prevalere, assai più marcato tra gli stranieri, di quelli che vivono con familiari/parenti, con un’elevata aliquota di maschi italiani che vivono da soli, una molteplicità di bisogni dichiarati: sostegno economico, lavoro dignitoso, abitazione decorosa, e poi servizi efficaci, per la salute, per la vita di famiglia, per una società solidale e coesa. Questi bisogni, che esercitano su ciascun povero una pressione crescente negli anni recenti, possono richiedere interventi molteplici, non limitati a sussidi economici, interventi inseriti in progetti personalizzati, attivati da attori coordinati tra di loro, operanti in reti ben funzionanti».

Non solo trasferimenti monetari, ma anche servizi ben coordinati. La sussidiarietà al centro. «Anche la nuova situazione causata dal Covid-19 – conclude Pierluigi Grasselli – spinge in direzione di un ventaglio di interventi, e di una molteplicità di attori alle condizioni indicate nel Rapporto. Si osservi al riguardo il ruolo determinante della sussidiarietà: rifuggendo da statalismo e assistenzialismo, si punta a stimolare e a rafforzare le energie che nascono dal basso, e cioè le capacità della società di trovare soluzioni e dare risposta ai bisogni, in linea con il recente “Appello della società civile per la ricostruzione di un welfare a misura di tutte le persone e dei territori”. Al riguardo può auspicarsi, come di recente è stato chiesto per l’economia, un confronto con la Regione Umbria, per assicurare la sostenibilità del sociale (ivi incluso il contrasto alla povertà), in forte connessione con quella dell’economico, che veda coinvolte Istituzioni, forze sociali, organizzazioni del TS, e associazioni di cittadini, con il loro sapere sociale, con le loro professionalità e pratiche di prossimità. All’origine, può muoverci la Responsabilità: la pandemia ci ha fatto capire che ciascuno è sicuro quando tutti sono sicuri. La Responsabilità può intrecciarsi con la Solidarietà (intesa come determinazione a impegnarci per il Bene Comune) ed entrambe possono promuovere la Sussidiarietà. Lungo questo percorso procediamo verso la Sostenibilità».

Il cardinale Gualtiero Bassetti riflette su «Un mondo da rammendare. La società contemporanea, la pandemia e i nuovi untori»

«Mai come oggi è opportuno utilizzare la virtù della prudenza. Ci sono infatti segnali contrastanti sulla pandemia che ormai da mesi sta caratterizzando l’esistenza degli abitanti dell’intero pianeta. Mentre in Italia si sta cercando di tornare a uno stile di vita “normale”, con milioni di cittadini che sognano le vacanze, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che nel mondo la pandemia “continua ad accelerare”». Lo scrive il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei Gualtiero Bassetti nel suo ultimo articolo dal titolo: “Un mondo da rammendare. La società contemporanea, la pandemia e i nuovi untori”, pubblicato nella sua rubrica quindicinale Il pane e la Grazia nel settimanale La Voce in edicola venerdì 26 giugno, consultabile anche sul sito: Il pane e la Grazia – LaVoce .

Una nuova Babele. «Di fatto, ai nuovi allarmi sanitari che provengono dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Brasile e dalla Cina – prosegue il cardinale nella sua riflessione –, si sovrappongono le cronache quotidiane, le statistiche ufficiali, le testimonianze eroiche di medici e, infine, anche una lunga serie di ardite teorie sull’origine o sulla reale consistenza della pandemia. Una ridda di voci, commenti e giudizi si affastellano uno sull’altro dando vita a una sorta di nuova Babele».

Gli untori contemporanei. «Molti commentatori, in questi mesi di quarantena, hanno evocato I Promessi sposi di Manzoni. In quel prezioso capolavoro della letteratura italiana ci sono, infatti, molti spunti di attualità: dalla “miscredenza” iniziale alle misure drastiche di controllo dell’epidemia; dalla morte tragica nel lazzaretto di Milano fino ai “deliri” prodotti dagli “uomini di passione” nei processi agli “untori”. Quest’ultimo elemento è forse uno degli aspetti più inquietanti del mondo contemporaneo».

La rabbia sociale e la lista dei colpevoli. «Il rischio più grande di questo periodo – evidenzia il presidente della Cei – è che dalla paura della pandemia si passi alla rabbia sociale. Una rabbia che si dimentica del virus, il cosiddetto “nemico invisibile”, e si scagli invece, di volta in volta, contro i nuovi “untori” che possono essere rintracciati nell’ordine: in una potenza straniera colpevole di aver prodotto o esportato il virus; in un’istituzione statale (una regione o una scuola) giudicata incapace di gestire la crisi; in una categoria sociale ritenuta ingiustamente protetta (gli statali); in una comunità ecclesiale responsabile di aver diffuso la malattia. La lista dei colpevoli, dei nuovi capri espiatori, potrebbe essere lunghissima. Ed estremamente pericolosa».

Due angosciose dimensioni sociali. «Questa lista di nuovi “untori”, infatti, è drammaticamente amplificata dal nostro mondo così interconnesso e globale ma anche così profondamente ferito e diviso. Il tessuto sociale della società contemporanea è ormai da tempo lacerato e sfibrato. Una lacerazione sempre più visibile che sta progressivamente facendo venir meno il significato profondo di fraternità, comunione e del vivere insieme. Al suo posto sembrano regnare un individualismo esasperato e un pervicace relativismo etico. È da queste due angosciose dimensioni sociali dell’uomo contemporaneo, l’individualismo e il relativismo, che sorge la necessità di trovare nell’altro un “untore” – un colpevole – e non una persona amica, una persona in cui vedere il volto di Cristo».

Lo sguardo del samaritano per il mondo post-pandemia. «Compito dei cristiani e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà – conclude il cardinale Bassetti – è rovesciare questa prospettiva. Con zelo, gioia e umiltà abbiamo una grande missione per l’oggi e l’avvenire: rammendare questo mondo lacero. L’individualismo e il relativismo etico sono due false risposte ai grandi problemi odierni. Ciò che serve oggi, invece, è lo sguardo del samaritano e il gesto di amore di chi si china per ricucire ciò che è strappato, per unire ciò che è diviso, per amare ciò che viene odiato. Si tratta di una grandissima missione di carità ed evangelizzazione perché non sappiamo come sarà il mondo dopo la pandemia. E per usare le parole di Alessandro Manzoni “non sempre ciò che viene dopo è progresso”».

Presentato a Roma il libro di monsignor Sorrentino. Il cardinale Bassetti: “Il Coronavirus ci impone un ripensamento di tanti stili di vita e parametri culturali”

È stato presentato mercoledì 24 giugno nella sala Convegni della Comunità di Sant’Egidio l’ultimo libro scritto dal vescovo della diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino, monsignor Domenico Sorrentino, intitolato “Crisi come grazia. Per una nuova primavera della Chiesa”, pubblicato da Edizioni Francescane Italiane. Sono intervenuti, insieme all’autore, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Questa presentazione, organizzata in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, è stata moderata dalla giornalista Safiria Leccese.

All’inizio dell’incontro il cardinale Bassetti in riferimento al momento attuale che il mondo sta vivendo a causa del coronavirus ha spiegato che il libro scaturisce da una causa recente, anzi tristemente attuale, ma viene da lontano. “Nasce – ha detto – da un lungo percorso di studio e di meditazione, maturato ad Assisi, alla splendida, luminosa ombra di San Francesco. Il libro viene da lontano anche perché la riflessione teologica incrocia il percorso bimillenario della Chiesa di Gesù Cristo che il Poverello ha tanto amato e a cui è rimasto sempre fedele. In questo denso volume si ragiona di come la Chiesa abbia camminato, di quale crisi abbia attraversato fin dai primordi e di quanto abbia potuto e possa ancora trasformarle in occasione per dialogare con il mondo attuale proiettando verso il futuro. Il virus, la pandemia di cui stiamo ancora scontando gli effetti ha sconvolto su scala mondiale le nostre società anche quelle che sembravano organizzate al massimo grado di efficienza ponendole di fronte alla loro fragilità e costringendole, oltre alla soluzione dell’emergenza per arginare i danni e limitare il numero delle vittime, a un ripensamento complessivo di tanti stili di vita e parametri culturali. Anche la Chiesa si è trovata e si trova di fronte a una sfida che non è solo motivata dal virus. Per il cammino ecclesiale la crisi non è una novità, ma può essere una riscoperta”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Riccardi, durante il suo intervento ha spiegato che nel libro l’autore affronta la crisi come un uomo di fede quindi senza paura, ma anche con la sua preparazione e la sua impostazione di storico. “Monsignor Sorrentino – ha detto Riccardi – ha il coraggio di parlare di crisi, ma per parlare di crisi bisogna leggere il nostro tempo. Credo – ha aggiunto – che il tempo del coronavirus non è solo il tempo della crisi, ma il tempo della rivelazione di quella crisi che ci portavamo dentro come società e come Chiesa. Leggere questa realtà ci dà la forza di riprendere il cammino con più coraggio”. Parlando del tema dell’evangelizzazione ha spiegato che per monsignor Sorrentino evangelizzare vuol dire andare nel senso di una chiesa di minoranza. “La chiesa di minoranza che l’autore propone – ha detto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio – è una chiesa costruita come famiglia e non una chiesa residuo di una maggioranza che sta larga nei suoi templi”. Nell’affrontare la crisi della Chiesa ha parlato anche della stretta connessione tra questa e l’Europa. “Non dobbiamo arrenderci alla psicologia del tramonto – ha aggiunto – anche se questa nostra uscita dal coronavirus è un’uscita stanca, non mossa da grandi idee. Dobbiamo dare spazio all’entusiasmo di ricostruire qualcosa di antico. Siamo in un tempo denso di domande religiose, di domande di fede. Penso che la sfida di questo tempo è quella di un nuovo entusiasmo creativo per il Vangelo che coinvolga tutti: presbiteri, laici, religiosi con una coscienza responsabile del momento. Credo che in questo momento dobbiamo dire guai a quelli che riaprono le porte e pensano di poter ricominciare come prima. Non si può ricominciare come prima perché è successo qualcosa di profondo o forse ci siamo accorti solamente di una grande emergenza che stavamo vivendo. Credo alla Chiesa europea. Credo che il cristianesimo in Europa assimilato da secoli anche se oggi sembra secco ha in sé la forza di una primavera che sarà rigeneratrice di un vivere ecclesiale, ma anche rigeneratrice dell’essere europei”.

Le conclusioni sono state affidate al vescovo monsignor Domenico Sorrentino il quale ha sottolineato che “oggi è venuto il tempo di un Francesco che richiama le Chiese, che le richiama a ripartire. Questo libro – ha spiegato – ha una vena ottimistica che parte dalla fede, ma con l’occhio dello storico. Questo è un libro che vuole guardare la realtà in maniera cruda. Il senso di questo libro è un sasso nello stagno e dunque qualcosa che in qualche maniera, se il Signore vuole metterlo nel cuore di qualcuno, è qualcosa che vuole costringere a pensare e forse anche ad agire”.

Perugia – solennità del Corpus Domini. Il cardinale Gualtiero Bassetti: «Nutrirsi dell’Eucaristia per vivere in pienezza la nostra vita»

Carissimi fratelli e sorelle, nella pagina del libro del Deuteronomio, poco prima che il popolo di Israele entri nella Terra promessa, Mosè ricorda quanto Dio ha compiuto per essi: ha liberato gli Ebrei dall’Egitto, e non ha fatto mai mancare la sua Provvidenza: pensate ai quarant’anni nel deserto. Due sono i segni su cui Mosè si sofferma nella lettura ora proclamata: l’acqua, elemento essenziale per la vita, e la manna.

La Chiesa e il deserto globalizzato. Mi torna alla mente quanto ho avuto occasione di scrivere alla nostra Chiesa di Perugia, il 23 aprile, proprio nel tempo di deserto, che la pandemia ci ha costretto a vivere. Dicevo: «A un tratto ci siamo trovati nel deserto, esattamente come è accaduto al popolo di Israele. Quante volte, nel mondo cristiano, ci siamo riempiti la bocca di questa parola, il deserto: “facciamo un momento di deserto!”. Cioè prendiamoci uno spazio, un tempo di preghiera e solitudine. Ma si trattava di un deserto che avevamo scelto noi e che, alla fine, ci dava anche un po’ di gratificazione. Oggi, invece, – scrivevo – ci troviamo in un deserto che non abbiamo scelto, che ci appare pieno di pericoli mortali e del quale non si vede ancora la fine. E la Chiesa condivide con l’intera umanità questa improvvisa condizione di deserto globalizzato. Come riuscire a viverla? Questo è il punto su cui può venirci in aiuto la parola di Dio: che cosa ci può dire la Scrittura in relazione al deserto? E al deserto dei nostri giorni?».

L’Eucaristia, il pane che ci nutre ogni giorno. Cari fratelli e sorelle, le letture di questa solennità ci permettono ancora di capire, forse più di quanto non avessimo mai compreso prima, quanto importante fosse la manna per Israele, e anche quanto – per noi discepoli di Gesù – sia così prezioso il “pane disceso dal cielo”, che è l’Eucaristia, il Corpo e Sangue di Cristo.

Nel tempo appena trascorso, anche se i presbiteri non hanno cessato di offrire nella celebrazione quotidiana dell’Eucaristia il corpo di Cristo per tutti, pregando incessantemente per il bene della Chiesa e del mondo, il fatto che a molti fedeli sia mancata la possibilità di nutrirsi del “pane del cielo” ha indubbiamente fatto crescere il desiderio e la nostalgia per quel dono di Dio.

L’Eucaristia infatti è il pane che ci nutre ogni giorno, e come si legge nella pagina del Vangelo appena proclamato, senza quel pane non abbiamo in noi la vita (cf. Gv 6,53). Così, come ogni giorno chiediamo al Padre il “pane quotidiano”, che non può mancare sulle nostre tavole, nelle nostre famiglie, così la Chiesa ha compreso che senza l’Eucaristia non possiamo vivere.

Privati della Mensa della Parola e dell’Eucaristia. Per tornare al tempo di pandemia che abbiamo trascorso, certamente sono state molto importanti le occasioni di preghiera a cui si è potuto partecipare attraverso i mezzi di comunicazione di massa; ricordo non solo la Messa quotidiana a Santa Marta con Papa Francesco, ma anche il momento straordinario di preghiera tenutosi sul Sagrato della Basilica di San Pietro, il 27 marzo 2020: qualcuno ha definito questo evento uno dei più significativi del suo Pontificato. Ma se queste e altre occasioni ci hanno permesso di rafforzare la nostra preghiera nella “chiesa domestica” che è la famiglia, solo con la partecipazione alla Mensa della Parola e dell’Eucaristia si è tornati a quello che Gesù ci ha chiesto di fare, quando ha detto in quell’ultima cena: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).

C’è fame di vita, ma purtroppo non si sa vivere. Mi colpiscono, in modo particolare, nella giornata odierna, ma anche nel contesto in cui viviamo, le parole di Gesù che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Giovanni: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. In queste parole si sottolinea per ben tre volte la parola “vita” e “vivere”. Molti, purtroppo, trascorrono il loro tempo senza sapere o senza porsi il problema del perché si vive. È come se il perché della vita sfuggisse. L’uomo moderno è bravissimo, sa tante cose, ma spesso non sa perché vive. Si tratta di una grande contraddizione.

Pur cogliendo attorno a noi fame di vita, purtroppo non si sa vivere. Anzi, si fa di tutto per sopprimere la vita. Le cronache quotidiane sono piene di esempi. Forse non abbiamo ancora capito che la vita è un dono, un grande, meraviglioso dono di Dio, che va rispettato, custodito, alimentato come una fiamma santa.

Una vita senza senso è una vera tortura. Avete ascoltato il Vangelo: ci parla di vita! Tocca a noi, fratelli, trovare il senso dell’esistenza, se vogliamo essere persone autentiche. Perché, e lo possiamo ben constatare, una vita senza senso è una vera tortura, un peso opprimente. E dove, noi cristiani, possiamo trovare il senso più pieno della nostra vita e di quella degli altri, se non nell’Eucarestia, il sacramento nel quale Cristo si dona a noi, pane di vita?

Oggi celebriamo in modo solenne il mistero dell’Eucarestia. Un mistero di fede, di amore e di vita. “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. Cristo si è rivestito delle apparenze del pane, per farci capire che Lui è l’alimento, il principio interiore, rinnovatore della nostra povera esistenza terrena!

Nell’Eucarestia Dio si fa “piccolo”, si fa “cibo”. Fratelli, adoriamo, amiamo, godiamo l’Eucarestia. Cristo si dona totalmente per essere a disposizione di tutti. Noi siamo affamati di vita e Lui ha fame di noi. Disse ai suoi discepoli nell’ultima cena: “ho desiderato ardentemente di consumare questa cena con voi…”.

Nutriamoci di Lui, se vogliamo vivere in pienezza la nostra vita. Diceva Sant’Antonio di Padova, di cui ieri abbiamo fatto memoria: “Alcuni a motivo del rispetto che nutrono per il corpo di Cristo dicono: “Signore, non son degno”, e perciò si astengono dall’accostarsi con frequenza all’Eucarestia; ma altri, proprio per onorare il corpo di Cristo, lo ricevono con gioiosa riconoscenza”. Nell’Eucarestia Dio si fa “piccolo”, si fa “cibo”, per essere in piena comunione con noi, adattandosi a noi, che siamo così piccoli. Come potremmo ricambiare questo amore, se non adorandolo e ricevendolo con altrettanto amore?

Gualtiero card. Bassetti

Spoleto – solennità del Corpus Domini. Mons. Boccardo: «La Celebrazione Eucaristica deve avere anche un riflesso sociale. E oggi, in questo tempo di pandemia, siamo invitato ad impegnarci per la costruzione della società e per la custodia del bene di tutti»

Una solennità del Corpus Domini ridotta quella del 2020 a causa delle norme per contrastare la diffusione del Coronavirus. Diversa, ma non per questo meno sentita. E così è stato anche nel Duomo di Spoleto dove l’arcivescovo mons. Renato Boccardo, domenica 14 giugno, ha presieduto la Messa alla presenza di un centinaio di persone distanziate l’una dall’altra, sistemate nella navata centrale, in quelle laterali e nei transetti. La liturgia è stata animata dal coro della Pievania di Santa Maria. Nella sequenza cantata dopo la liturgia della Parola, Vescovo, presbiteri e fedeli hanno, tra l’altro, ripetuto: “Al tuo comando obbedienti il pane il vino consacriamo. Per noi certezza è nella fede: il pane si trasforma in vera carne, il vino è cambiato in sangue; non vedi ma la fede ti conferma”.

Nell’omelia mons. Boccardo ha sottolineato come l’Eucaristia sia sorgente della vita della Chiesa, generatrice della comunità dei credenti, cibo di vita eterna, pane per il cammino. «L’Eucaristia e la Chiesa – ha detto – formano un binomio inscindibile. E noi siamo chiamati a credere alla potenza dell’Eucaristia che salva il mondo e attrae i credenti alla sublime carità di Cristo che tutto penetra e muove, dare il giusto rilievo alla Messa domenicale, impegno imprescindibile per una vita cristiana consapevole e coerente. La Celebrazione Eucaristica – ha proseguito il Presule – va vissuta con intensità e raccoglimento, nel silenzio e lasciando da parte ogni altro pensiero. Essa ci mette in relazione con Dio, ma anche con i fratelli: siamo un solo copro. Ma a volte i pettegolezzi e i giudizi ci fanno poco amare gli altri e di conseguenza noi stessi. E finalmente – ha detto ancora il Vescovo – la Celebrazione Eucaristica deve avere un riflesso sociale. E oggi più che mai, in questo tempo di pandemia, siamo invitati ad impegnarci per la costruzione della società e per la custodia del bene di tutti».

Al termine della Messa, tradizionalmente, c’era la processione. Ma a causa delle limitazioni per contrastare il diffondersi del Covid-19 non si è tenuta. Allora c’è stato un breve momento di adorazione eucaristica e poi l’Arcivescovo ha benedetto la Città e la Diocesi col Santissimo Sacramento dal sagrato della Cattedrale.

Perugia: Il cardinale Bassetti celebra in cattedrale la solennità del Corpus Domini. Non ci sarà la tradizionale processione per le vie del centro storico

A Perugia, quest’anno, la solennità del Corpus Domini, di domenica 14 giugno, non sarà celebrata nella sua pienezza come avveniva da secoli (a partire dalla seconda metà del ‘300), culminando con la processione del Santissimo Sacramento dalla cattedrale di San Lorenzo alla basilica di San Domenico, sostando in preghiera davanti alle sedi delle Istituzioni civili e politiche del capoluogo umbro. La solennità del Corpus Domini sarà celebrata all’interno della cattedrale, alle ore 11, trasmessa in diretta da Umbria Radio InBlu (92.00 e 97.20), e non ci sarà la tradizionale processione. A presiedere la celebrazione eucaristica sarà il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti alla presenza delle autorità cittadine. Al termine si terrà l’adorazione del Ss. Sacramento all’altare maggiore guidata dal cardinale che impartirà la benedizione eucaristica alla comunità perugina.

Breve nota storica del Corpus Domini a Perugia. Il capoluogo umbro è da sempre molto legato alla solennità del Corpus Domini, istituita da papa Urbano IV, morto a Deruta il 2 ottobre 1264 e sepolto nella cattedrale di San Lorenzo. Circa due mesi prima della morte, l’11 agosto 1264, Urbano IV istituì ufficialmente questa solennità con la bolla Transiturus de hoc mundo, a seguito del “particolare miracolo eucaristico” avvenuto a Bolsena l’anno precedente. La popolarità di questa festa, che manifesta pubblicamente la fede del popolo cristiano nel Santissimo Sacramento, è cresciuta con il Concilio di Trento (1545-1563), quando si sono diffuse le processioni eucaristiche e il culto eucaristico al di fuori della Messa. A Perugia si ha memoria storica della processione con il Santissimo Sacramento dall’anno 1378, a seguito di un “provvedimento pubblico” delle autorità civili e religiose della città (cfr. Cronaca di P. Pellini) che stabilì anche il percorso.

Terni – Celebrata la solennità del Corpus Domini – Mons. Piemontese: “riprendiamo il cammino, in un percorso nuovo che coglie l’essenziale, riscoprendo il valore del creato, dell’ambiente, dell’amicizia, della nostra Chiesa”

Celebrata la solennità del Corpus Domini in diocesi, con modalità particolari. Non in maniera pubblica con la processione eucaristica per le vie della città, ma con un’adorazione eucaristica, in contemporanea, nelle chiese parrocchiali con il messaggio del vescovo, che ha ricordato come, dopo il lungo digiuno, si è tornati a partecipare alla mensa del Signore “grati per essere stati preservati, e alcuni anche guariti dalla influenza del Coronavirus. Dopo mesi di quarantena, voglio augurarmi che i cristiani abbiano conservato anzi accresciuta la fame e il desiderio del Signore, e ara anche la nostalgia della comunità. Qualcuno deve essersi disabituato e forse anche convinto che basti “vedere” la messa per televisione, allungando la lista di quelle operazioni, anche importanti, che si possono compiere in maniera virtuale, come il lavoro, la scuola, perfino l’amicizia. Invece Gesù ci vuole incontrare di persona, li invita i suoi ad attenderlo fisicamente nel cenacolo per donare a ciascuno il suo corpo e il suo sangue da mangiare”. E poi l’invito di Mons. Piemontese a a superare le paure che si sono accresciute in questo difficile periodo e a trovare modalità nuove per crescere nella fede “Alla scuola di Gesù impareremo a riconoscere Dio come nostro Padre, ad amare gli uomini come nostri fratelli, a condividere con loro il pane quotidiano. In Gesù risorto crescerà la speranza, la consapevolezza che siamo destinati alla vittoria sulla morte. Questa sera, contemplando Gesù nell’Eucarestia, ci sentiamo rassicurati perché non siamo soli: siamo in compagnia di Gesù, che è sempre accanto a noi, nelle nostre famiglie, nella società, nella chiesa. Gesù è il pane che ci alimenta, da senso all’esistenza e alle relazioni”.
E’ seguita poi la preghiera pronunciata dal presidente dell’Azione Cattolica diocesana Luca Diotallevi che ha posto l’accento sulla difficoltà sociali del momento attuale con la paura per il pane quotidiano e per il ridursi della sicurezza necessaria al vivere civile, esortando alla condivisione, responsabilità, riconoscimento dei diritti: “Signore, aiutaci a condividere il pane, ma aiutaci anche a cercare e trovare il pane attraverso il lavoro. Signore, donaci di sperimentare la dignità, la libertà e la santità del lavoro”.

LA RIFLESSIONE DEL VESCOVO

LA PREGHIERA DEL PRESIDENTE DI AZIONE CATTOLICA

 

Spoleto – Momento di preghiera nel Carcere di Spoleto presieduto dall’arcivescovo Renato Boccardo per la ripartenza delle celebrazioni con i detenuti dopo la chiusura totale a causa del Coronavirus. Tre cicli di tamponi effettuati e nessun caso di positività

Dallo scorso 1° giugno nelle Carceri italiane è nuovamente possibile celebrare le Messe dopo il periodo di restrizione a causa del Coronavirus. In quello di Spoleto (PG) nella mattina di giovedì 11 giugno 2020 sono ripresi ufficialmente i momenti di preghiera. Dall’11° piano della torre del carcere l’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo, insieme al cappellano mons. Eugenio Bartoli e al cerimoniere don Edoardo Rossi, ha presieduto la liturgia della Parola, trasmessa in filo diffusione in tutta l’area del penitenziario. I detenuti erano dietro le grate delle finestre delle celle, con lo sguardo all’insù verso la torre per partecipare.

Nel carcere di Spoleto vivono 430 detenuti. Dall’inizio della pandemia sono stati eseguiti tre cicli di tamponi, sempre e tutti negativi. «È stato un periodo molto penoso e duro», ha detto il direttore del Carcere Giuseppe Mazzini. «I detenuti sono stati limitati nella possibilità di parlare con i loro congiunti e sono state interdette le visite personali. Ma con un grande sforzo dell’amministrazione penitenziaria abbiamo cercato di lenire queste ferite favorendo colloqui con i familiari tramite Skype». E i detenuti hanno manifestato la loro solidarietà al lutto e alla sofferenza di tante persone, ma anche l’attaccamento alla Patria e alla Bandiera, realizzando un telo di grandi dimensioni sistemato nell’alta torre, predisposto anche di un impianto di illuminazione verde, bianco e rosso, con scritto: “L’Italia chiamò. Solidarietà e speranza non hanno barriere. Uniti andrà tutto bene”. Girolamo, siciliano di Siracusa, da 28 anni in carcere (23 dei quali a Spoleto) e con un fine pena mai afferma: «Abbiamo capito che la situazione era dura nel vedere le immagini dei camion dei militari portare via i morti dal nord Italia. Abbiamo pianto e sofferto con tutto il Paese, perché noi siamo un “mondo” che è parte integrante del “mondo” che sta al di là di questi muri». Anche per Vincenzo di Napoli, fine pena mai, il tempo del Covid-19 «è stato difficile. Dobbiamo però ringraziare la direzione che ci ha dato la possibilità di sentire con frequenza i nostri familiari. Ma ringraziamo Dio che ci dà speranza per il futuro». Mons. Boccardo ha detto ai detenuti, al personale della Polizia Penitenziaria comandato da Marco Piersigilli, a quello amministrativo e sanitario: «Sono qui per un momento di preghiera comune, per celebrare il messaggio di libertà dall’assalto del virus che speriamo si completi sempre di più, ma soprattutto per ricordarci quella libertà interiore che nessuno può limitare. Abbiamo bisogno tutti, sia voi che abitate qui che noi, di liberarci da ciò che ci impedisce di camminare con passo spedito sulla via della verità e del bene. Venire qui è un segno per avviarci insieme alla ricerca della libertà che permette di allontanare da noi ogni forma di male e guardare con speranza al futuro. Come Chiesa, cari amici detenuti, vi siamo vicini, vi diciamo la nostra solidarietà e vi assicuriamo quella compagnia fatta di piccoli segni e gesti che possono alleviare anche la sofferenza dovuta alla lontananza dalla propria famiglia». Dopo la benedizione del Vescovo, un piccolo coro di detenuti ha eseguito tre brani (l’Inno d’Italia, Azzuro di Adriano Celentano e Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno). È stato l’omaggio dei detenuti ai sanitari italiani, rappresentati dai medici e infermieri che svolgono servizio nel carcere di Spoleto. Il momento è stato suggellato dalla consegna da parte della Polizia Penitenziaria di un mazzo di fiori alla dottoressa Simonetta Antinarelli, direttore del distretto di Spoleto della Asl Umbria 2. Mons. Boccardo, prima di lasciare il Carcere, ha salutato e dialogato con un gruppo di detenuti, promettendo presto un’altra visita. Ed ora in questa Casa di Reclusione riprenderanno, con prudenza e gradualità, nel rispetto delle norme di distanziamento previste e rapportate alla grandezza della Cappellina interna, le celebrazioni eucaristiche. «Siamo certi – dice il direttore Mazzini – che il ritorno della dimensione spirituale favorirà la pace del cuore e dell’anima e quindi anche quella dei corpi dei detenuti».