Terni – don Matteo Antonelli nominato Amministratore Diocesano

A seguito della sede diocesana resasi vacante a motivo della presa di possesso canonico di mons. Francesco Antonio Soddu nella Chiesa di Sassari, il Collegio dei Consultori della diocesi, a norma del Codice di Diritto Canonico, ha eletto Amministratore Diocesano di Terni-Narni-Amelia don Matteo Antonelli.
La riunione si è tenuta nella mattinata del 20 aprile nella Curia diocesana, presieduta da mons. Piergiorgio Brodoloni decano del Collegio dei Consultori, che ha dato lettura dei canoni 421-430, prima di procedere alla votazione, che al terzo scrutinio ha determinato l’elezione di don Matteo Antonelli.
Nella cappella della Curia Diocesana, alla presenza dei Consultori e dei laici collaboratori di Curia, il nuovo amministratore diocesano ha prestato giuramento e ringraziato i sacerdoti consultori.
«Un incarico che accetto con entusiasmo e timore – ha detto Antonelli -, confidando nell’aiuto del Signore e nella fraternità mostrata dal Collegio dei Consultori, che mi hanno dato fiducia assicurandomi il loro sostegno. Un amministratore diocesano in questo caso rappresenta la fiducia che la sede apostolica ha nel clero della nostra diocesi, alla quale ha dato questo compito così importante nella guida pastorale della diocesi, in attesa del nuovo pastore per il quale continueremo a pregare. Per me è un onore servire la chiesa nella quale sono nato e cresciuto e nella quale ho prestato servizio, prima da giovane laico e poi come presbitero».
Don Matteo Antonelli, 49 anni, sacerdote dal 2009, è attualmente parroco di Nostra Signora di Fatima a Gabelletta, assistente unitario di Azione Cattolica diocesana e Giovani, assistente regionale di Acr, coordinatore della commissione Presbiterale della Conferenza Episcopale Umbra. In questi anni ha svolto il suo ministero ricoprendo l’incarico di vicario per il Laicato, alla direzione della Pastorale Giovanile e membro del servizio di pastorale Vocazionale, nella segreteria del Consiglio pastorale diocesano e nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Campomaggiore.

Sconcerto e amarezza dei Vescovi umbri di fronte alle considerazioni del presidente Usa nei confronti di Papa Leone XIV

«La Conferenza Episcopale Umbra manifesta sconcerto e amarezza di fronte alle considerazioni espresse dal Presidente degli Stati Uniti d’America nei confronti di Papa Leone XIV». Così i Vescovi dell’Umbria nel commentare le sconcertanti parole del presidente Usa rivolte domenica sera 13 aprile al Santo Padre.

«L’unica arma – aggiungono i presuli – che i cristiani hanno per contrastare la malvagità dell’uomo, la tracotanza dei potenti, l’umiliazione dei più deboli è la preghiera, formulata anche per coloro che si ritengono superiori alle leggi degli uomini e di Dio».

«Certi di interpretare il sentimento dei fedeli delle Chiese che sono in Umbria, ringraziamo il Signore per averci dato Papa Leone, confermiamo l’ammirazione e l’accoglienza fedele del Suo alto e luminoso magistero e con Lui gridiamo ai “signori della guerra”: fermatevi!», è anche l’appello dei Vescovi umbri.

Terni – ordinazione diaconale di Matteo Bergonzini e Mariano De Persio. Mons. Soddu: “come diaconi dovrete essere l’espressione vivente della gioia dell’amore che proviene dal Vangelo e dalle opere di carità”

La diocesi è in festa per l’ordinazione diaconale di Matteo Bergonzini e Mariano De Persio avvenuta domenica 12 aprile nella Cattedrale di Terni, per imposizione delle mani e la preghiera consacratoria del vescovo Francesco Antonio Soddu. Con il presule hanno concelebrato mons. Domenico Cancian vescovo emerito di Città di Castello, il rettore del Pontificio Seminario regionale “Pio XI” di Assisi don Francesco Verzini, dove Matteo e Mariano si sono formati, ed anche numerosi sacerdoti della diocesi. La liturgia è stata animata dal coro diocesano diretto da don Sergio Rossini e il servizio all’altare è stato curato dai seminaristi umbri e dai ministranti.
“Carissimi Mariano e Matteo – ha detto il vescovo nell’omelia – Pasqua è mettersi nelle mani del Signore e permettergli di amare come sa amare Lui, il quale Ama per Amare. Ama per la gioia di Amare. Tutto ciò che non gravita in questo mirabile spazio dell’amore di Dio, rischia di essere semplice atto umano, non aperto alla grazia e che, in quanto tale, non produce alcun frutto di bene. Alimentati dalla luce che proviene dalla parola di Dio, mediante il Sacramento dell’Ordinazione nel grado del diaconato, fortificati dal dono dello Spirito Santo, dovrete essere l’espressione vivente della gioia dell’amore che proviene dal Vangelo e dalle opere di carità che caratterizzano il ministero diaconale e che, attraverso l’incontro con i poveri rendono visibile e tangibile la persona del Cristo. Sarete di aiuto al Vescovo e ai sacerdoti nel ministero della parola, dell’altare e della carità, al servizio di tutti i fratelli e sorelle.
Divenuti ministri dell’altare, proclamerete e annuncerete il Vangelo, preparerete ciò che è necessario per il sacrificio eucaristico, distribuirete ai fedeli il Cibo della Vita”.
Al termine della celebrazione i due diaconi hanno ringraziato il vescovo per il suo paterno accompagnamento, la famiglia, i formatori del Seminario, i seminaristi, i preti che li hanno seguiti negli anni, la comunità Famiglia Padre Pio di Taizzano, le comunità parrocchiali di Alviano, di San Gabriele, Santa Maria Regina, Nostra Signora di Fatima dove hanno svolto il servizio come seminaristi. La serata si è conclusa con un momento di fraternità a Casa del clero Sant’Alò.

L’OMELIA DEL VESCOVO

Spoleto – Cattedrale: Messa nel giorno di Pasqua. L’Arcivescovo: «Con la nostra vita e le nostre parole, siamo la prima opera del Risorto, siamo la rivelazione della sua vittoria»

Il Signore è veramente risorto. Alleluia. È l’annuncio che domenica 5 aprile 2026 è risuonato nelle chiese per annunciare la resurrezione di Cristo. A Spoleto l’arcivescovo mons. Renato Boccardo ha presieduto la Messa di Pasqua all’Hospice “La torre sul colle” e nella Basilica Cattedrale. Come recita l’inno delle Lodi mattutine in questo giorno “Sfolgora il sole di Pasqua, risuona il cielo di canti, esulta di gioia la terra. Dagli abissi della morte Cristo ascende vittorioso insieme agli antichi padri. Accanto al sepolcro vuoto invano veglia il custode: il Signore è risorto”.

L’omelia dell’Arcivescovo. In Duomo mons. Boccardo ha celebrato dinanzi a tantissimi fedeli, insieme ai presbiteri e ai fedeli della Pievania di S. Ponziano. Nell’omelia il Presule ha sottolineato che tra i tanti frutti della Pasqua due sono particolarmente significativi: la speranza e la gioia. «Speranza – ha detto – che noi e tutta la terra siamo chiamati a risorgere; gioia perché il Signore Gesù è vivo, risorto, è presente tra noi in questa Eucaristia. Tuttavia, troppe sono le ragioni umane che militano contro questa speranza e questa gioia: la malvagità dell’uomo, la tracotanza dei potenti, l’umiliazione dei più deboli, la corsa agli armamenti, le guerre che sembrano non finire mai mentre continuamente ne nascono di nuove, la mancanza di pace, la soppressione della vita nascente, le nostre sorti incerte. Di fronte a questa dolorosa realtà, ci capita di coltivare l’idea fantasiosa e illusoria che tutto possa e debba cambiare all’improvviso, che dall’oggi al domani non ci debbano più essere malattie, dolori, turbamenti sociali, ingiustizie. E quando il sole tramonta su un giorno di festa come questo e, con il lunedì ricomincia la settimana e vediamo che gli uomini continuano a soffrire, allora siamo presi dalla delusione. Aspettavamo la fraternità, la pace, l’accoglienza e il rispetto reciproco, e non avviene niente di tutto questo: domani e dopo domani si riprenderà a fabbricare armi, a uccidere, a fare violenza. Che cosa vuol dire, allora, la vittoria della Pasqua di Cristo? Come possiamo accogliere la speranza e la gioia di questo giorno? Dobbiamo capire che se la vittoria pasquale di Gesù riguarda certamente tutto il male del mondo, essa però parte da noi. Parte da me, parte da voi che proclamate con me la risurrezione e, attraverso di noi, si realizza nella società. Noi, con la nostra vita e le nostre parole, siamo la prima opera del Risorto, siamo la rivelazione della sua vittoria. Se la nostra libertà raccoglie tutte le energie per affidarsi a Cristo e fare spazio al suo amore, noi diventiamo veramente principio di un mondo nuovo a partire dalla nostra persona, amata, perdonata, rinnovata dalla presenza viva di Gesù».

Orvieto – celebrazione del giorno di Pasqua. Omelia di mons. Sigismondi

“Vi fu un gran terremoto” (Mt 28,2): Matteo registra una forte scossa sismica “all’alba del primo giorno della settimana”, quando Maria di Magdala e l’altra Maria si recano a visitare la tomba di Gesù. Un angelo, dall’aspetto sfolgorante, rotola la pietra del sepolcro e vi si siede sopra: le donne si spaventano, le guardie, scosse, rimangono tramortite (cf. Mt 28,1-4). All’invito a non
avere paura e a non cercare il corpo di “Gesù, il Crocifisso”, segue il primo annuncio della gioia pasquale e la raccomandazione di farne partecipi i discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,5-7). Le donne, “con timore e gioia grande”, abbandonano in fretta il sepolcro; lungo la strada Gesù risorto viene loro incontro ed esse, abbracciati i suoi piedi,
lo adorano, ma Egli le sollecita a recarsi dai discepoli, che con disarmante semplicità ha la delicatezza di chiamare “fratelli”, sebbene nell’ora della Passione l’abbiano abbandonato (cf. Mt 28,8-10). Anche nell’incontro con Maria di Magdala il Signore chiama “fratelli” gli Undici, invitandola a recarsi da loro senz’indugio: “Va’ dai miei fratelli” (Gv 20,17). Prima della sua
Pasqua Gesù confida ai discepoli che sono suoi “amici” e non “servi” (cf. Gv 15,15); il giorno in cui risorge da morte li chiama “fratelli”; nell’imminenza dell’Ascensione li candida a diventare suoi “testimoni” (cf. Lc 24,48).
“Un aspetto sorprendente della Risurrezione di Cristo è la sua umiltà. Se ripensiamo ai racconti evangelici – osserva Leone XIV –, ci accorgiamo che il Signore risorto non fa nulla di spettacolare per imporsi alla fede dei suoi discepoli. Non si presenta circondato da schiere di angeli,
non compie gesti clamorosi, non pronuncia discorsi solenni per svelare i segreti dell’universo. Al contrario, si avvicina con discrezione, come un viandante qualsiasi (cf. Lc 24,15), come un uomo affamato che chiede di condividere un po’ di pane (cf. Lc 24,41). Maria di Magdala lo scambia per un giardiniere (cf. Gv 20,15). I discepoli di Emmaus lo credono un forestiero (cf. Lc 24,18). Pietro e gli altri pescatori pensano che sia un passante qualunque (cf. Gv 21,4). Noi ci saremmo aspettati effetti speciali, segni di potenza, prove schiaccianti. Ma il Signore non cerca questo: preferisce il linguaggio della prossimità, della normalità, della tavola condivisa. In questo c’è un messaggio prezioso: la Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano”.
Fratelli e sorelle carissimi, la Pasqua del Signore non è avvenuta in modo eclatante, ma in maniera mite e umile. Essa si configura come un’inondazione di “luce gentile”, che Paolo esprime in questi termini: “Cristo Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita” (2Tm 1,10). Gli evangelisti documentano sia il chiarore dell’aurora che precede l’alba del giorno di Pasqua, sia il crepuscolo che segue il tramonto di quella sera, rendendoci partecipi dei sentimenti che attraversano
il cuore delle donne e dei discepoli. Esse, al mattino presto, confidano al Risorto, nell’ineffabile liturgia del silenzio: “Sei rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto” (Sal 104,1-2). Alla sera, tanto gli Undici quanto i discepoli di Emmaus confessano la fede pasquale interpretando la voce del Salmista: “È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce” (Sal 36,10).
La discrezione con la quale il Risorto si presenta alle donne e ai suoi discepoli è confermata dallo sprone dato alla Maddalena: “Non mi trattenere” (Gv 20,17). Questa versione è considerata più aderente all’originale greco (Μή μου ἅπτου), indicando non solo un divieto fisico di contatto, ma anche l’urgenza della missione. Nella scansione oraria del giorno di Pasqua, tanto Giovanni quanto i Sinottici annotano che Gesù risorto appare al mattino alle donne e alla sera ai discepoli. Forse,
l’intera giornata l’avrà passata con Maria sua Madre, come insegna il “vangelo apocrifo” della tradizionale processione umbra, diffusa in particolare a Bastia e a Cannara, che celebra l’incontro tra il Cristo risorto e la Madonna. Le due statue, portate a spalla, si “inchinano” reciprocamente tra il suono a festa delle campane e la gioia grande dei fedeli.
Fratelli e sorelle carissimi, l’antifona Regina coeli che accompagna l’Alleluia durante il tempo pasquale è una sorta di “nuova Annunciazione” a Maria, invitata a rallegrarsi per la vittoria del Figlio suo sulla morte. Forse al vespro del giorno di Pasqua il Risorto avrà ripetuto a sua Madre  quanto al mattino ha detto a Maria di Magdala: “Non mi trattenere”. Senz’altro Ella l’ha lasciato andare dai suoi “fratelli”, ma si sarà congedata da Lui intonando l’Alleluia come antifona del
Magnificat.

+ Gualtiero Sigismondi

Terni – veglia pasquale nella cattedrale. Mons. Soddu: “La risurrezione di Gesù è fondamento di una vita nuova”.

Celebrata la veglia pasquale nella Cattedrale di Terni con la suggestiva liturgia, presieduta dal vescovo Francesco Antonio Soddu, iniziata sul sagrato della chiesa con la benedizione del fuoco nuovo e con l’accensione del cero pasquale, portato in processione lungo la navata centrale della cattedrale al canto del Lumen Christi.
È seguita la liturgia della Parola con le letture dell’Antico Testamento e del Vangelo e quindi la liturgia battesimale con la benedizione dell’acqua del fonte battesimale, il rinnovo delle promesse battesimali e l’aspersione dell’assemblea. La messa è stata concelebrata dal vicario generale della diocesi mons. Salvatore Ferdinandi e dal parroco della Cattedrale di Terni don Alessandro Rossini. Hanno prestato il servizio liturgico i diaconi, seminaristi e accoliti della diocesi. La parte musicale della celebrazione è stata curata dal Coro della Cattedrale diretto dal maestro Rita Tomassoni e all’organo il maestro Simone Maccaglia.
«In questa notte – ha detto il vescovo – siamo chiamati a incontrare il Signore risorto e invitati ad entrare nel mistero della salvezza. Gesù risorto fa una nuova creazione, fondamento di una vita nuova, quella battesimale che ci fa tutti nuove creature. Il battesimo è il senso profondo del grande dono che Dio ci ha fatto, perchè nel battesimo siamo rinati a vita nuova». «La pasqua è sempre una novità sia personale che comunitaria  – ha aggiunto il presule – e la conseguenza che da essa deriva, che deriva da questa gioia incontenibile, è la corsa, ossia il desiderio incontenibile suscitato dall’amore, per raccontare e condividerne l’esperienza. È quella sana inquietudine nel portare concretamente qualcosa di totalmente altro, un amore oblativo non morto e sepolto ma vivo e vivificante, che dà energia nuova, anche in mezzo a un mondo votato alla morte.
Dobbiamo ammettere che ai nostri giorni la corsa in questo senso sembra sia demandata, delegata, affidata (come anche le diverse esperienze) ad una sorta di lavoro a distanza, di lavoro leggero. Il Signore ci insegna tutto il contrario, ossia ad annullare le distanze e a creare rapporti concreti di vicinanza e prossimità. La pasqua non può essere ridotta ad un racconto; essa è una esperienza di vita da accogliere e condividere. E più si accoglie e condivide più si contribuisce a creare persone e comunità autentiche, capaci di umanità ed essere costruttori di pace. Non si tratta quindi di ripetere la pasqua quanto piuttosto di rivivere la novità della vita, del respiro del nuovo palpito che entrando in noi ne riattiva la buona e sana circolazione. Questo significa essere rinati a vita nuova, questo significa essere battezzati».

L’OMELIA DEL VESCOVO

 

 

Perugia – in cattedrale la Veglia pasquale. L’omelia dell’arcivescovo Ivan Maffeis: «Ciascuno possa essere raggiunto da un riflesso di quella pace che lo Spirito del Risorto non si stanca di diffondere nella Chiesa e nel mondo»

Il Crocifisso è risorto! Questo è l’annuncio che attraversa la nostra notte, la notte dell’uomo, la notte del mondo; un annuncio che, facendoci rivivere nelle letture ascoltate alcuni momenti della storia della salvezza, ci avvicina al mistero del Dio della vita. Ci ha aiutato anche il linguaggio dei simboli: il fuoco, la luce, l’acqua. Al fuoco nuovo abbiamo acceso il cero pasquale, affinché la sua luce disperda le tenebre dal cuore; tra poco nella liturgia battesimale benediremo l’acqua, che da memoria del passaggio del Mar Rosso diventa possibilità e richiamo a “camminare in una vita nuova”.

Pasqua, infatti, non è il sogno di chi – per non vedere e soffrire – evade dai drammi del presente; nemmeno è soltanto un modo per dire che il messaggio di Gesù continua, che non ha perso vitalità: la risurrezione è un fatto reale, concreto, storico, davanti al quale il vecchio detto del Qohelet – “Non c’è niente di nuovo sotto il sole” – svanisce come nebbia del mattino: a Pasqua qualcosa di veramente nuovo è avvenuto in un mondo che sembrava governato dalla legge della caducità e della morte.

“Cristo, risorto dai morti, non muore più – afferma San Paolo –; la morte non ha più potere su di lui”: in Lui il Padre ci assicura che anche la nostra morte e quella dei nostri cari non rimane l’atto finale: come non ha abbandonato il Figlio, così Dio non abbandonerà nessuno nella polvere.

L’annuncio risuonato in quella domenica – che da allora è diventato il primo giorno della settimana, quello che dà senso ai giorni dell’uomo – è il più bello di tutta la storia: “Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto e vi precede in Galilea”.

“Vi precede” significa: è già lì, è presente, opera. Dove? “In Galilea”, in quella che allora era una regione semi-pagana, incrocio di lingue e di culture, e che oggi rappresenta a buon titolo il nostro contesto. Pasqua ci fa tornare con uno sguardo nuovo proprio nella Galilea della nostra quotidianità, della nostra esistenza familiare, sociale ed ecclesiale. Vi riconosciamo i segni del Risorto in chi accoglie la vita e si spende per educare i figli come per assistere i genitori; in chi investe con fiducia, offrendo opportunità di lavoro e di crescita; in chi interpreta la propria professione con senso di responsabilità e disponibilità; in chi pone gesti di condivisione e di solidarietà.

“Non abbiate paura!”: la fede pasquale ci libera dalla paura come dalla superficialità; ci unisce agli altri, ci fa comunità, ci fa Chiesa, riunita nell’ascolto della Parola e nello spezzare il Pane; ci rende capaci di camminare in dialogo con ogni uomo che cerca e ama la verità e la bellezza; ci fa attenti alla causa della pace, nella consapevolezza della dignità infinita di ogni vita umana: consapevolezza che rimane, invece, estranea a quanti inseguono “l’immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale o che si ritiene grande quando viene temuto” (Papa Leone).

La vita è altro, rispetto al modello interpretato dai potenti di questo mondo; cammina su altre vie, dove ci si incontra, ci si rispetta, ci si aiuta, sapendosi partecipi di un comune destino.

Buona Pasqua! Ciascuno possa essere raggiunto da un riflesso di quella pace che lo Spirito del Risorto non si stanca di diffondere nella Chiesa e nel mondo.

Don Ivan Maffeis
arcivescovo

Gubbio – Veglia pasquale in cattedrale, il vescovo Paolucci Bedini: “Imparare a vivere da risorti”

Nella notte di Pasqua, centro dell’anno liturgico, la Veglia solenne è stata celebrata dal vescovo Luciano Paolucci Bedini nella cattedrale dei Santi Mariano e Giacomo, a Gubbio. La liturgia, tra le più ricche e suggestive della tradizione della Chiesa, è stata scandita dai segni del fuoco nuovo e del cero pasquale, dalla lunga proclamazione della Parola di Dio e dal rinnovo delle promesse battesimali, accompagnando i fedeli dal buio della notte alla luce della risurrezione.

Segni, gesti e parole dalla celebrazione

L’omelia del vescovo Luciano
Alleluia, alleluia. Cristo è risorto. Questa notte custodisce da secoli questa notizia inattesa e incredibile. Davvero la vita donata per amore dal Figlio di Dio fatto uomo per noi ha attraversato le porte della morte. Ha vinto il male. «Voi non abbiate paura», dice l’angelo alle donne. «So che cercate Gesù, il crocifisso, ma non è qui: è risorto».

I suoi discepoli, le donne, lo cercavano nella morte. Ma la potenza di quella vita donata ha trapassato la morte, l’ha sconfitta, e dunque Gesù non è più lì: è risorto. Pensate: tutto nella Chiesa fa memoria di questo, perché questa è la notizia più importante, quella che non può mancare. Pensate anche a questo leggio, da cui ogni volta ascoltiamo la proclamazione della Parola di Dio e del Vangelo: in realtà, nella struttura di una chiesa, rappresenta la tomba vuota. E quella pietra rotolata su cui l’angelo sale: l’angelo è il diacono che viene qui, con la benedizione del celebrante, per annunciare a tutti che Cristo è risorto. Perché questo è il luogo che annuncia la vita nuova che ha vinto la morte.

Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte? La grande notizia della morte e della risurrezione di Gesù è importante per noi, perché egli è morto ed è risorto per noi. Tanto che in questa notte santissima noi facciamo memoria del nostro battesimo. Sì, perché se Gesù è morto per noi, nella sua morte ha portato tutti noi, perché tutti noi, che eravamo colpevoli e che meritavamo quella morte per il male che passava per le nostre mani, abbiamo trovato in lui l’Agnello immolato che ha preso su di sé tutto il male del mondo.

E allora è come se noi fossimo morti con lui, ma è lui che è morto per noi. E se siamo morti, allora con lui, dopo essere stati sepolti nella morte, possiamo anche risorgere. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più.

Eppure noi ancora non abbiamo imparato e non abbiamo ancora compreso che cosa significa vivere da risorti. Tante volte ci accorgiamo di rimanere ancorati alle nostre morti. Mentre Gesù è uscito da quella tomba e, per la potenza dell’amore del Padre, è entrato nella vita piena, tante volte noi siamo ancora incastrati in tutto ciò che nella nostra vita sa di morte: ciò che ci opprime, ciò che ci tradisce, ciò che ci ferisce.

Sembra quasi che della morte siamo molto esperti, ma della vita nuova, che è scaturita dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, ne sappiamo ancora poco. Eppure per questo siamo stati creati, e per questo Dio Padre ha mandato suo Figlio e ha permesso che morisse per noi nel sacrificio della croce. Perché quella morte non era per la morte, ma perché noi tutti, grazie a lui, potessimo liberarci dalla morte ed essere liberati da tutto ciò che è male e che tocca la nostra vita. Poter andare oltre la morte, perché vivi per sempre.

E allora abbiamo davvero tanto bisogno di imparare dalla Pasqua l’insegnamento della risurrezione. Abbiamo bisogno che il Signore risorto tiri fuori anche noi da quella tomba. Perché qualche volta ci diciamo cristiani, ma magari cerchiamo di vivere il Vangelo rimanendo con i piedi dentro la morte. Magari senza riuscire a uscire da situazioni difficili: dal peccato, dalla durezza di cuore, da relazioni che non ci fanno bene, da condizioni di difficoltà, di lontananza, di chiusura, di violenza, di giudizio.

Ecco, allora noi abbiamo bisogno della Pasqua, e la Pasqua ci è stata donata nel nostro battesimo, e stasera lo ricorderemo subito dopo questa omelia. Perché tutti noi, se siamo battezzati, siamo risorti e possiamo vivere da risorti. E pensate che anche se uno solo di noi vivesse davvero nella vita risorta, tutta questa chiesa potrebbe risplendere della sua luce. Avete visto cosa è successo quando siamo entrati? Una sola luce, Cristo risorto, il cero pasquale che lo rappresenta, piano piano, nelle fiammelle delle nostre candele, ha illuminato questa chiesa. Ma era una: una che ha acceso un’altra, e poi un’altra…

E allora davvero dobbiamo chiedere al Signore che ci aiuti a scoprire e a trovare in lui la forza e il coraggio di vivere la vita dei risorti. E guardate che più ci avviciniamo a lui, morto e risorto, più ci avviciniamo ai nostri fratelli. Perché se lui è morto per tutti, e se il dono della sua vita è perché tutti abbiano la vita, allora più ci avviciniamo a lui e più necessariamente incontriamo, rinnovati, anche i nostri fratelli.

Non esiste una vita cristiana in cui possiamo stare con il Signore e allontanarci dai fratelli. Se ci allontaniamo dal Signore, ci allontaniamo anche dai fratelli. Se ci allontaniamo dai nostri fratelli, ci allontaniamo anche dal Signore, perché ormai siamo tutti uniti in lui. Tutti uniti nella sua morte e, se vogliamo, se glielo permettiamo, tutti uniti nella sua vita.

L’angelo disse alle donne: «È risorto dai morti, ed ecco vi precede in Galilea: là lo vedrete». Quando l’angelo annuncia la risurrezione, dice alle donne di annunciare ai discepoli non solo che l’hanno incontrato, che è vivo, ma che devono tornare in Galilea. Che cos’è la Galilea? È la terra dove tutto è cominciato, è la terra dove hanno conosciuto il Signore Gesù, è la terra dove il Signore li ha chiamati a seguirlo, dove sono diventati discepoli, è la terra dove hanno visto la potenza dei gesti e della parola del Signore annunciare la misericordia di Dio. È la terra del nostro quotidiano, delle nostre relazioni ordinarie, delle nostre responsabilità familiari, lavorative, sociali, ecclesiali. È la terra che ci ricorda che Cristo risorto possiamo incontrarlo solo dentro i giorni che viviamo. E se non lo incontriamo lì, non possiamo incontrarlo da altre parti.

E per incontrare Gesù risorto dobbiamo rimanere insieme. «Dite ai miei discepoli che vadano in Galilea»: insieme. Perché ormai quei discepoli, salvati dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, non sono più singoli, non sono più battitori liberi. Sono ormai, strettamente e per sempre, fratelli e sorelle. E solo da fratelli e da sorelle possiamo riconoscere il Signore Cristo risorto e possiamo scoprire che cosa in noi, grazie a lui, si trasforma.

La vita nuova dei risorti possiamo viverla solo se ci aiutiamo insieme ad ascoltare il Signore e ad accogliere la sua grazia, a partire da quella del battesimo e di tutti i sacramenti che riceviamo, a partire da quella Parola che non dovrebbe mai mancare nella nostra vita.

+Luciano, vescovo di Gubbio e di Città di Castello

Assisi – Veglia pasquale. Mons. Accrocca: “In questa notte Santa facciamo esperienza di una libertà riconquistata”

“La Pasqua è il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. Possa davvero ognuno di noi fare esperienza di liberazione, esperienza di una libertà riconquistata”. Lo ha detto il vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Felice Accrocca, sabato Santo, 4 aprile, durante la Veglia pasquale celebrata nella cattedrale di San Rufino ad Assisi.

“Questa è la notte – ha sottolineato il vescovo -. Abbiamo cantato nell’annunzio del preconio pasquale in cui hai vinto la morte e dagli inferi sei risorto vittorioso. Questa è la notte attraverso la quale con la colonna di fuoco hai guidato il popolo nella marcia verso la libertà. La notte segna il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Abbiamo ascoltato dal libro dell’Esodo il passaggio del mare: Israele è come schiacciato, oppresso davanti c’è il mare e dietro l’esercito del faraone, allora il più potente della terra. Era una situazione più grande di loro, impossibile da superarsi, eppure l’autore del Libro Sacro ci aiuta proprio a cogliere il passaggio. ‘L’Angelo del Signore che precedeva l’accampamento di Israele da davanti passò indietro: è il momento di svolta. Non è più Israele che combatte contro l’Egitto, ma è il Signore che combatte e le cose cambiano anche la colonna di fuoco da davanti passò indietro. In quel momento la situazione si rovescia e le parti si invertono”.

Il vescovo si è interrogato su quante volte nella vita “ci siamo trovati forse in situazioni identiche stretti davanti e dietro da problemi, da situazioni più grandi di noi. Questo può avvenire ad ogni età – ha detto – . Può avvenire all’adolescente che si trova davanti a problemi affettivi, a problemi scolastici, a tensioni con i genitori, con gli amici e sente le cose più grandi di lui. Può avvenire ad un padre di famiglia prova un momento difficile: il lavoro che sta perdendo, le tasse da pagare. Quante volte ci troviamo così, stretti davanti e dietro e sembra di non poterne uscire e quante volete abbiamo fatto l’esperienza che il Signore ci ha come ripescati dal fondo e riportati a galla, quante volte abbiamo sentito che lui è sceso al nostro fianco e ci ha aiutato a superare l’ostacolo, quante volte ci è stato chiesto di morire a noi stessi e forse non ce l’abbiamo fatta”. Parlando della schiavitù del peccato il vescovo ha detto che “il peccato genera una schiavitù nella persona. Un po’ come la persona che è dipendete da qualcosa: possono essere sostanze tossiche, l’alcool, il telefonino. Una dipendenza a volte se ne vorrebbe uscire, ma non ci si riesce è più forte di noi ci si sente schiavizzati. Il peccato è una situazione analoga. Solo l’incontro da Cristo può liberarci dal profondo, può aiutarci a fare Pasqua ma bisogna avere il coraggio di morire a noi stessi, di morire al peccato. Perché morire non è facile per niente, eppure la morte è necessaria, lo si vede dalla vita semplice: se un ragazzo vuole prendere una pagella occorre morire a sé stessi: devi studiare, devi stare al chiodo senza quella morte non c’è la vittoria. Se vuoi diventare un campione nello sport devi stare al chiodo: allenamenti, diete, orari, una vita ordinata. Se vuoi suonare e diventare un concertista devi fare ore di esercizi, solfeggi. Bisogna fare delle scelte nella vita e ogni scelta è negare qualcos’altro, se scelgo questo nego quest’altro perché è difficile morire. Ogni scelta è una morte, è rinuncia per qualcosa di più. È questo che oggi ci è difficile capire perché vorremmo tutto, subito e possibilmente senza sforzo. Ed è un inganno. Ecco morire a noi stessi, morire al peccato e rinascere con il Signore. È quello che stasera auguriamo ai nostri sette catecumeni che stanno per ricevere il battesimo e faranno il loro ingresso a pieno titolo nella comunità dei credenti. Possa davvero questo passaggio, questo entrare, essere come sepolti nella morte del Cristo, risorgere, questo scendere e risalire possa essere davvero l’inizio di una vita nuova nel Signore risorto e possano con la loro vita, con la loro testimonianza arricchire la comunità cristiana”. A seguire il vescovo ha impartito il Battesimo e i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana ai sette catecumeni, dopo un cammino di due anni; si tratta di una famiglia di origine albanese, genitori e due figli, una coppia americana da più di vent’anni in Italia e un giovane assisano di origine tedesca che avevano conosciuto il nuovo vescovo qualche giorno fa e gli avevano raccontato e manifestato la loro gioia di entrare nella chiesa cristiana.

Al termine della celebrazione il parroco don Alessandro Picchiarelli ha ringraziato il vescovo per la sua familiarità.

Sono stati tanti i fedeli che hanno partecipato alla Veglia e agli altri riti della Settimana Santa, celebrati per la prima volta dal nuovo vescovo, e che sono stati caratterizzati da momenti molto suggestivi ed emozionanti.

Perugia, Messa del Crisma: l’arcivescovo Ivan Maffeis: «Donate la vita di Dio alla vostra gente, aiutatela a credere in Lui e quindi a portare con coraggio il peso della vita»

«Siamo presbiteri che, in forza della speranza cristiana, svolgono un ministero di consolazione, di esortazione e di conferma in un contesto di fragilità diffusa, dove tante persone e tante famiglie sono provate da difficoltà, da incertezze, da sofferenze e da stanchezze». Così l’arcivescovo Ivan Maffeis nell’omelia della Messa del Crisma celebrata in una gremita cattedrale di San Lorenzo a Perugia la sera del 1° aprile con numerosi sacerdoti e diaconi. Tra i fedeli giunti da diverse parrocchie delle sette Zone pastorali dell’Arcidiocesi, anche molti ragazzi e ragazze che quest’anno ricevono il sacramento della Cresima, invitati da mons. Maffeis davanti all’altare al momento della consacrazione del Crisma. Durante la celebrazione i sacerdoti insieme all’arcivescovo e al suo predecessore, il cardinale Gualtiero Bassetti, hanno rinnovato le promesse che avevano fatto il giorno della loro ordinazione.
«Pesa non poco l’apprensione per la situazione internazionale – ha proseguito l’arcivescovo nell’omelia –, che getta su tutti un sentimento di sconcerto e di impotenza. E non aiuta, tante volte, nemmeno il clima culturale che, non solo manca di riferimenti condivisi, porta un po’ tutti a dar sfogo alla propria aggressività ad assumere un linguaggio, quasi fosse normale, di discredito nei social, ma anche nella vita politica, nel confronto pubblico. A maggior ragione, in questa situazione, noi riusciremo a distinguerci nella misura in cui – come scrive Papa Leone – non saremo “definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma saremo uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale, contrassegnata dal dono sincero di sé”».
«Rispetto anche al recente passato – ha detto mons. Maffeis –, oggi ci sono aperte nuove possibilità, anche in ambiti secolarizzati. Nella Visita pastorale tocco con mano – a partire dai ragazzi, dalle nuove generazioni – quanto la Parola e l’opera della Chiesa siano attese, siano cercate, quante opportunità si schiudano oggi all’annuncio del Vangelo».
L’arcivescovo, avviandosi alla conclusione, ha rivolto ai sacerdoti un augurio pasquale, quello «che possiate sentire quanto la Parola della grazia si compie in ciascuno di voi, nel corpo presbiterale e nel corpo ecclesiale. Questa grazia sostenga e conforti il vostro servizio, soprattutto nei momenti di solitudine o di incomprensione. Donate la vita di Dio alla nostra gente, aiutatela a credere in Lui e, quindi, a portare con coraggio il peso della vita, confortati e irrobustiti dall’olio della speranza, della fraternità e della pace».

Il saluto del vicario generale don Simone Sorbaioli ha introdotto la celebrazione della Messa del Crisma. «La piccola lampada – ha esordito il vicario – che arde da alcuni mesi davanti all’ambone della cattedrale, come pure in ogni unità pastorale della nostra diocesi, ci rammenta quel particolare pellegrinaggio che l’arcivescovo sta compiendo attraversando le comunità del territorio diocesano, in occasione della sua prima Visita pastorale. Tempo di verifica, di riflessione e di speranza per la nostra Chiesa che mostra, in questo contesto, i tratti più belli del suo volto». Ha poi ricordato i sacerdoti che nell’arco dell’anno vivono particolari anniversari e quanti hanno raggiunto la Casa del Padre. Ha concluso evidenziando la vitalità della Chiesa diocesana grazie anche ad alcune vocazioni al sacerdozio che stanno maturando, nel dire, nello specifico: «È per tutti noi motivo di particolare speranza il fatto che la nostra Diocesi conta, al momento, sette seminaristi in teologia, due dei quali saranno ordinati diaconi il prossimo 12 settembre. Vi sono inoltre due giovani che frequentano l’anno propedeutico ed altri in discernimento».

L’OMELIA DELL’ARCIVESCOVO