Assisi – Memoria liturgica San Carlo Acutis. Celebrazione presieduta da mons. Accrocca

“Celebriamo la solennità di San Carlo Acutis e chiediamo al Signore questa sera anche la sua intercessione per la salute di Papa Leone. E vogliamo in questa messa, oltre che ringraziare Dio per il dono di San Carlo, elevare anche una fervida preghiera per il Sommo Pontefice”. Lo ha detto il vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Felice Accrocca, in apertura della santa messa, celebrata nella chiesa di Santa Maria Maggiore, lunedì 12 ottobre nella memoria liturgica del giovane santo millennial. Presenti alla celebrazione le autorità civili, militari e religiose, la madre e il padre di San Carlo Acutis, Antonia Salzano e Andrea Acutis, oltre a centinaia di pellegrini e di fedeli.

“La gente – ha aggiunto il vescovo – aveva mangiato dei pani e quello cercava. E cercava segni e miracoli. E quando la gente chiede segni, Gesù quasi perde le staffe e risponde: ‘In verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati’. A questa richiesta di pani Gesù pone avanti sé stesso, offrendo la propria persona. E questo pane è congiunto al segno efficace per eccellenza, la sua morte per noi, che nella risurrezione svela la sua gloria. Ecco allora che Gesù dice che ‘chi mangia la mia carne e beve avrà la vita eterna, e io lo resusciterò l’ultimo giorno. Che non significa solo — e non tanto – fare la comunione, ma far comunione con il Signore e i fratelli. Riconoscerlo nei fratelli, nella sua Parola. Perché se l’Eucaristia diventa devozione, questo rischia di portarci fuori strada; ci spinge a compiere atti di devozione e rischia di illuderci che quella sia la vera spiritualità eucaristica. La spiritualità eucaristica è invece lasciarsi mangiare, come Gesù. Se sono disposto a questo, allora posso fare la Comunione. Sono disposto a fare comunione con i fratelli, e a ricercare l’unità invece della divisione? Se sì, allora posso accostarmi all’altare. Ci aiuti il Signore a capire questo grande mistero che oggi torna centrale nella festa di San Carlo: lui, ancora bambino, intuisce il valore di questo segno, la forza di questo mistero, e vive nella serenità che Dio sa dare alle anime grandi. Quelle parole che Paolo ci ha ripetuto: ‘Siate sempre lieti’. La vita cristiana non può essere vissuta nella tristezza; l’Apostolo dice ‘Siate lieti’ e questo non significa ridere in maniera sguaiata, ma avere il sorriso di Dio. Delle immagini di San Carlo – ha detto ancora il vescovo Accrocca – mi ha colpito la letizia del suo volto, quella letizia serena che si traduce nell’esteriorità dell’aspetto di un ragazzo pacificato. Possa essere un dono che Dio dà alle anime che riposano in Lui. E possa questo dono tradursi anche nella nostra vita. Come potrà un giovane mantenere pura la sua vita? Custodendo e osservando la sua Parola. La guida di San Carlo è stata la Parola, l’Eucaristia, i poveri, ossia la traduzione della catechesi di San Luca nel capitolo 24 del suo Vangelo, quando i discepoli vanno ad Emmaus e incontrano il Signore che spiega loro come incontrare il Risorto. Non incontriamo Dio quando “appare sui muri”; il Risorto lo si incontra nel fratello che ci cammina accanto e che noi spesso non riconosciamo. Ricordate come ha trasformato quei due discepoli? San Carlo – ha aggiunto – ha vissuto questo: la parola, la grande fede nell’eucaristia, l’attenzione ai poveri da parte di un ragazzo che poteva permettersi tutto, ma sul quale Dio ha messo il Suo sguardo, custodendolo e preservandolo, e al tempo stesso ha fatto sì che lui avesse occhio per i più poveri. La ricchezza in lui non ha avuto presa, lo ha reso anzi sensibile agli altri: possa questa lezione di vita tradursi nella nostra esistenza. L’Eucaristia sia per noi stimolo a donare la vita, sia sensibilità verso i più poveri, e ci aiuti a capire che siamo il Corpo di Cristo, che noi dovremmo provare lo stesso sconcerto e la stessa destabilizzazione che proveremmo se ci trovassimo a calpestare l’Eucaristia. Ogni volta che calpestiamo un altro o lediamo i suoi diritti, è esattamente come se calpestassimo il Corpo di Cristo, e in quel modo non ci è possibile accostarci all’Eucaristia. Ecco, San Carlo – ha concluso Accrocca – nella sua giovane esistenza ha saputo trasmetterci questo: possa generare semi di Vangelo e possa la sua memoria restare per noi in benedizione”.

Prima della fine della celebrazione il vescovo, accompagnato dai genitori, si è recato di fronte alla tomba del Santo per la preghiera e benedizione del corpo.


Santuario della Madonna della Stella di Montefalco – Rosario per la pace secondo le intenzioni di Papa Leone XIV.

tanti i fedeli, giunti da ogni angolo della Diocesi, che hanno risposto all’invito. Tanto che l’arcivescovo Renato Boccardo, dopo il canto delle litanie, quando è salito all’ambone per una breve riflessione, ha detto: «Sono sorpreso nel vedere questo Santuario così pieno. Grazie della vostra generosità». «Questa sera siamo venuti qui in pellegrinaggio – ha proseguito il Presule – per sostare presso la Madre, lasciandoci avvolgere dal suo abbraccio di tenerezza, per riprendere fiato e amore: fiato per continuare, amore per capire. Si tratta infatti di proseguire il cammino, divenuto spesso arduo e faticoso in questo tempo, senza perdere di vista la meta e senza indietreggiare di fronte alle difficoltà; senza perdere la speranza della pace in un mondo segnato e ferito dalla guerra». Ogni atto di guerra, ricorda il Concilio Vaticano II, è “delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”. Ed allora Vescovo e presbiteri, religiosi e religiose, famiglie e anziani, malati e giovani si sono ritrovati ai piedi della Vergine, in comunione con Papa Leone, per affidarle il desiderio e le invocazioni di pace che a lei si elevano da tutta la terra. Prima di ogni mistero del rosario è stata proclamata la Parola di Dio e sono stati letti alcuni scritti del Pontefice sulla pace. Al termine di ogni mistero, invece, un fedele ha recato una lampada accesa presso l’immagine della Madonna della Stella. Il coro ha accompagnato la preghiera con il canto.

«Alla Madre di Dio – ha detto ancora mons. Boccardo – abbiamo chiesto di venire in soccorso a quanti, in modi diversi, devono affrontare la dura lotta per la vita a causa delle guerre insensate e crudeli che attraversano il mondo, alle donne che hanno perduto in guerra il marito o un figlio, ai bambini rimasti orfani dei genitori, ai soldati costretti a sparare ai loro fratelli, a quanti devono assumere decisioni importanti e difficili per il bene di tutti. E le chiediamo ancora di consolare le angosce che non sempre si vedono ma che lei conosce; di ridonare fiducia a chi l’ha persa di fronte a tante delusioni; di rianimare sposi e spose, genitori e figli a ritrovare la strada della comunione d’amore al di là di tutte le sempre possibili stanchezze; di ascoltare tanti chiusi silenzi di chi non ha più neppure il coraggio di confidarsi. Le chiediamo di essere paziente e misericordiosa con quanti credono di allargare la libertà nella violazione di ogni legge, a cominciare da quella della vita; di affermare se stessi nella violenza irragionevole; di considerare conquiste di civiltà l’estromissione di Dio e di ogni norma morale dalla società, dall’economia, dalla politica, generando così soltanto ulteriori ingiustizie e uccidendo la speranza in una storia più buona e pacifica».

Infine, il Vescovo ha deposto nel cuore materno della Vergine Maria una preghiera per la Chiesa diocesana di Spoleto-Norcia «perché la sua bellezza non sia mai offuscata da un cristianesimo rassegnato e smorto, perché non vengano a mancare mai ministri del Signore numerosi e santi, perché le vocazioni di speciale consacrazione tornino ad essere apprezzate come figure di valore, perché si moltiplichino famiglie cristiane che, con fiducia e coraggio, diano testimonianza di amore generoso. E finalmente la imploriamo di continuare a vegliare su di noi che non ci stanchiamo di venerarla: vegli Maria sulle nostre case, vegli sul nostro lavoro e sulle nostre fatiche, sui nostri malati e sui nostri anziani, sui nostri bambini e sui nostri giovani, sui religiosi, sui diaconi e sui sacerdoti, vegli sul Vescovo; vegli sulle nostre menti e sui nostri cuori perché non svanisca mai la passione per la verità del Vangelo e l’amore e il rispetto per gli uomini tutti».

Spoleto – preghiera per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Il 7 dicembre l’ordinazione presbiterale del diacono Giacomo Santeramo.

Da 17 anni, ossia subito dopo l’ingresso in diocesi dell’arcivescovo Renato Boccardo, si tiene, ogni primo sabato del mese alle 7.30, la preghiera per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata con un pellegrinaggio a piedi, recitando il rosario, che parte da S. Luca di Montefalco e si conclude con la celebrazione della Messa al santuario della Madonna della Stella. Per l’anno pastorale 2026-2027 si è ripartiti la mattina di sabato 3 ottobre.

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In questi oltre tre lustri la risposta dei preti e dei fedeli è stata costante e fedele, interrotta solo durante il periodo del Covid-19. A coloro che sono presenti fisicamente, poi, si uniscono da casa quanti per vari motivi non possono uscire. Tutti in atteggiamento orante, per chiedere alla Vergine di intercedere presso il Figlio affinché mandi operai per la sua messe. Ripete spesso mons. Renato Boccardo che «una Chiesa locale che non “genera” tra i suoi figli risposte generose alla chiamata di Dio è una Chiesa in qualche modo malata». In questi 17 anni il Signore ha ascoltato la preghiera dei suoi figli spoletani-nursini: diversi giovani sono entrati in seminario e diventati preti, alcune ragazze hanno abbracciato la vita religiosa attiva o claustrale. Ad oggi i giovani che si stanno formando al Seminario Maggiore di Assisi per la nostra Arcidiocesi sono 4 (Biagio, Emanuele, Tommaso e Gabriele), mentre 2 sono già diaconi (Paolo Massi, ordinato lo scorso 5 settembre, e Giacomo Santeramo, ordinato diacono l’11 maggio 2025 e che sarà ordinato presbitero il prossimo 7 dicembre alle ore 17.00 nel Duomo di Spoleto). Ma la preghiera continua perché c’è bisogno di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Soprattutto la Chiesa, come ha scritto il prete e teologo piemontese Emilio Rossero nel 1968, ha bisogno “di preti che abbiano il senso del loro ministero, che celebrino l’Eucaristia e distribuiscano a tutti l’alimento spirituale, che assolvano e purifichino le anime, che si rendano conto che la dignità divina della loro funzione implica un modo di vivere, che siano divorati dalla carità e dal tormento dell’unità, che siano coscienti della loro grandezza sacerdotale per non abbassarsi davanti ai ricchi e potenti della terra, che servano i poveri e non semplicemente i non ricchi, che non si diano arie da borghese e che non abbiano il complesso del laico, che diano testimonianza alla povertà, alla dolcezza evangelica e alla gratuità dell’amore, che siano pieni di gioia e felici nel loro sacerdozio”. Tutto ciò va chiesto, in semplicità, con le potenti “armi” della preghiera e della penitenza.

Nell’omelia alla Messa conclusiva della preghiera del 3 ottobre, mons. Boccardo ha detto: «Nel Vangelo abbiamo ascoltato Gesù dire ai settantadue: “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Questa gioia regge anche agli scossoni dell’insuccesso e del fallimento perché c’è qualcuno in cielo che ci pensa e ci vuole bene, siamo conosciuti e amati perché figli. E le vocazioni fioriscono solo se è presente nelle comunità una vita cristiana autentica, seria e coerente. L’esempio più bello da dare ai nostri giovani è far vedere che vale la pena vivere da cristiani, ognuno secondo la propria vocazione – al sacerdozio, alla vita consacrata, alla famiglia -, rallegrandosi perché i nostri nomi sono scritti nei cieli».

Una bella caratteristica di questa preghiera è quando al termine del Rosario, prima della celebrazione della Messa, dinanzi all’immagine della Madonna della Stella, si pregano le litanie mariane della Chiesa di Spoleto-Norcia per chiedere l’intercessione della Vergine al Figlio per il dono di nuove vocazioni: Santa Maria in campis (Santa Maria in Campis di Spoleto), Santa Maria in rupis (Firenzuola di Acquasparta), Santa Maria di Reggiano (Santa Maria Reggiano a Spoleto), Santa Maria di Pietrarossa (Pietrarossa di Trevi), Madonna di Loreto (Spoleto), Madonna della Bruna (Bruna di Castel Ritaldi), Madonna della Bianca (Campello sul Clitunno), Madonna della Rosa (Valle S. Martino di Spoleto), Madonna della Piaggia (Spoleto), Madonna della Stella (Montefalco), Madonna del Fosco (Giano dell’Umbria), Madonna delle Grazie (Poreta di Spoleto), Madonna della Cona (Castelluccio di Norcia), Madonna della Valle (Bevagna), Madonna del Monte (Gualdo Cattaneo-Bevagna), Madonna di Costantinopoli (Cerreto di Spoleto), Madonna della Selvetta (Colle del Marchese di Castel Ritaldi), Madonna Addolorata (Norcia), Madonna della Peschiera (Preci), Madonna dell’Eremita (Campi di Norcia), Madonna di Panico (Alta Valle del Marroggia in Spoleto e Val Serra in Terni), Madonna della Quercia (Arrone), Madonna della Neve (Castel Santa Maria in Cascia), Santissima Icone (Spoleto). Santa Maria, che la tua preghiera – e la nostra – ottenga ai nostri giovani la capacità di rispondere all’appello del Signore e l’esempio dei nostri Santi (su tutti il martire Ponziano, Benedetto da Norcia, Rita da Cascia e Chiara della Croce) li sproni a donare la vita per una causa grande, Cristo. E come diceva Benedetto XVI, Lui “non toglie nulla ma dona tutto. Chi si dona a Lui riceve il centuplo“.

Assisi – festa di San Carlo Acutis. Il Card.Tagle ai giovani: “Rispondete all’invito di Gesù, non ve ne pentirete”

“Cari giovani, ascoltate la voce di Gesù che vi invita alla sua festa, specialmente nell’Eucaristia. Rispondete prontamente e con entusiasmo. Non ve ne pentirete. Vi godrete momenti meravigliosi con Gesù”. È uno dei passaggi dell’omelia del cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione nella Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari e nuovo decano del Collegio cardinalizio, durante la messa di domenica 11 ottobre nella chiesa di Santa Maria Maggiore – Santuario della Spogliazione, in occasione degli eventi per la memoria liturgica di San Carlo Acutis. Presenti alla celebrazione le autorità civili, militari e religiose, oltre a centinaia di pellegrini e di fedeli.

“San Carlo Acutis, dopo aver ricevuto la prima comunione all’età di sette anni – ancora un passaggio dell’omelia del cardinale Tagle – si rese conto che il Signore ci invita sempre al banchetto dell’Eucaristia. Carlo rispose fedelmente all’invito di Dio partecipando quotidianamente alla Messa, ricevendo Gesù nella Santa Comunione ogni giorno e adorando Gesù, il Pane della Vita. Carlo diceva: ‘L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo’. Diceva anche: ‘Più Eucaristie riceveremo e più diventeremo simili a Gesù, e già su questa terra pregusteremo il Paradiso’. Se partecipiamo spesso al banchetto del Signore sulla terra, siamo sulla strada che conduce al banchetto in cielo. E il cibo è Gesù stesso, che si dona a noi. Non c’è cibo migliore della parola, del corpo e del sangue di Gesù. Ma se sulla terra frequentiamo banchetti di orgoglio, potere e violenza, potremmo rischiare la distruzione eterna”, ancora il cardinale. Prendendo spunto dalla lettura del Vangelo, Tagle ha ricordato che “non siamo solo ospiti invitati al banchetto di Dio. Siamo anche i servi inviati dal Signore per invitare tutti i popoli al Suo banchetto. (…) Prendiamo sul serio la nostra missione? Siamo disposti, in nome di Dio, a rivolgerci a ogni tipo di persona, ovunque si trovi: per strada, nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, nelle baraccopoli, nelle zone di guerra, sui social media? Oppure scegliamo solo le persone e i luoghi che ci fanno comodo? E quale messaggio portiamo quando andiamo incontro alle persone? Portiamo l’invito di Dio alla sua festa d’amore, di salvezza e di pace? Oppure le invitiamo al pregiudizio, alla discriminazione, alla menzogna e alla violenza? San Carlo Acutis partecipava regolarmente al banchetto eucaristico, non per isolarsi dagli altri e dal mondo. Anzi, il banchetto del Signore divenne per lui una missione per invitare gli altri ad assaporare la bontà di Gesù. Carlo ispirò la sua stessa famiglia ad avvicinarsi a Gesù. Grazie a Carlo, Rajesh Mohur scoprì Gesù. Carlo nutriva un affetto speciale per i senzatetto. Faceva volontariato in una mensa per i poveri. Si schierava a difesa delle giovani vittime di bullismo. Donava vestiti usati ai poveri. Utilizzava il mondo digitale per celebrare i miracoli della festa eucaristica, le apparizioni della Beata Vergine Maria e i principi della fede cristiana. Carlo – ancora il cardinale Tagle – sfruttava ogni mezzo a sua disposizione per invitare le persone alla festa del Signore. Le semplici situazioni della vita quotidiana potevano trasformarsi in feste del Signore. Una volta disse: ‘Si vedono file chilometriche per assistere a un concerto e una partita di calcio, ma non vedo le stesse file per riempire le chiese per visitare Gesù presente nell’Eucaristia e questo dovrebbe farci riflettere’. Il suo unico desiderio è che le persone si avvicinino a Dio e alla sua meravigliosa festa. ‘La felicità è uno sguardo rivolto verso Dio; la tristezza è uno sguardo rivolto verso sé stessi. Dio, non io’. Ha offerto le sue sofferenze causate dalla leucemia per il Santo Padre e per la Chiesa. Non solo è stato invitato a mangiare e bere al banchetto, ma ha anche portato altre persone, i suoi talenti, la compassione, l’amore per i poveri e per chi soffre. San Carlo Acutis – ha concluso – può fare proprie le parole di San Paolo ai Filippesi: ‘So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza: sono allenato a tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in Colui che mi dà la forza’. Ora san Carlo Acutis, vestito con le vesti nuziali, partecipa al banchetto nuziale eterno di Gesù. Uniamoci a lui nell’accettare l’invito del Re. San Carlo Acutis, prega per noi”.

Poco prima della fine della celebrazione il cardinale Tagle si è avvicinato alla tomba per recitare la preghiera del giovane Santo di fronte al suo corpo. Le celebrazioni sono continuate per tutta la giornata nella chiesa di Santa Maria Maggiore dove sono arrivati migliaia di pellegrini.

Già nelle sere di venerdì 9 ottobre per la catechesi di don Francesco Fiorillo e sabato 10 ottobre oltre 300 persone hanno preso parte alla suggestiva adorazione eucaristica guidata da monsignor Vincenzo Calvosa, vescovo della diocesi di Vallo della Lucania e animata dal Coro polifonico di Foria e dall’associazione “Tantum ergo Carlo Acutis” di Centola, paese nativo dei nonni materni del giovane santo millennial, che in più di 100 sono arrivati in Assisi. Particolarmente suggestivi i canti e gli assolo di Nicola Napolitano, famoso cantautore originario di Foria che ha scritto anche una canzone dedicata a San Carlo. Le celebrazioni continuano nel pomeriggio alle ore 16 con la santa messa in inglese, presieduta da Fra Julius Rodrigues, OFM Cap. Domani lunedì 12 ottobre, Festa di San Carlo Acutis e memoria liturgica del giovane Santo, con la santa messa alle ore 18 presieduta da monsignor Felice Accrocca, vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno.

Basilica di San Francesco Assisi – la Cantata “Se io ti bacio tu mi baci Cielo” apre il cammino verso il Festival dell’ottavo centenario

Domenica 11 ottobre, alle ore 21, la chiesa superiore della Basilica di San Francesco in Assisi accoglierà l’anteprima del Festival Assisi Pax Mundi 2026 con l’esecuzione della Cantata per San Francesco “Se io ti bacio tu mi baci Cielo”, musica di Roberto Fabbriciani su testi di Davide Rondoni.
L’evento, nato da un’idea di fra Oliviero Svanera, OFMConv, del convento di san Francesco a Treviso, vedrà protagonisti l’Orchestra Sinfonica del Veneto diretta dal Maestro Stefano Romani, l’Ensemble vocale Continuum, il tenore Cristian Ricci, il violinista fra Peter Hrdy, OFMConv, e lo stesso Roberto Fabbriciani al flauto. A condurre la serata sarà Federica Morello.
Nell’ideale cammino che l’Anno di san Francesco invita a percorrere, questa composizione contemporanea raggiunge l’Umbria, quasi un pellegrinaggio musicale. Non si tratta soltanto di un concerto, ma di un gesto di comunione tra territori diversi, uniti dallo stesso desiderio di onorare la memoria e lo spirito di un santo che continua a parlare al cuore di chi cerca pace.
«Ritengo un privilegio poter essere accolti nel cuore dei luoghi francescani e offrire un contributo artistico alle manifestazioni promosse per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi», ha dichiarato Cristian Ricci, tenore e direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica del Veneto. «Rivolgo un ringraziamento a tutta la comunità francescana di Assisi ed in particolare a fra Peter Hrdy, Maestro della Cappella Musicale della Basilica di San Francesco, per aver intuito l’importanza di questa composizione contemporanea dedicata a San Francesco e per offrire con la musica una riflessione di fede che è attuale e viva».
La Cantata si inserisce così tra le manifestazioni promosse per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, offrendo un’anteprima di quello spirito di dialogo e di pace che animerà Assisi Pax Mundi nella sua interezza. In un tempo che ha ancora bisogno di ponti e di riconciliazione, la musica si fa linguaggio universale, capace di raccogliere voci diverse in un’unica preghiera condivisa.
Assisi Pax Mundi 2026 – Locandina A3

Papa Leone XIV ad Assisi nell’anniversario dello “Spirito di Assisi”

Il Santo Padre Leone XIV sarà ad Assisi il 27 ottobre per l’incontro interreligioso internazionale “Pace Disarmata e Disarmante” in occasione del quarantesimo anniversario della giornata mondiale delle religioni mondiali per la Pace istituita, nel 1986, da Giovanni Paolo II. Papa Leone XIV sarà presente alla cerimonia di chiusura dell’evento promosso dalla Comunità di Sant’Egidio.
“Crediamo fortemente – spiega il vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Felice Accrocca – che la presenza del Papa con tutti gli altri leader religiosi possa rafforzare un cammino comune contro ogni forma di violenza. Oggi più che mai questo momento, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, assume un’importanza straordinaria: abbiamo bisogno di dialogo, di relazioni, di ritrovarci ognuno con la propria fede per pregare per la pace. Qui in Assisi, ogni 27 del mese lo facciamo per una situazione di guerra, un conflitto sociale in atto, un disagio materiale o altre forme di emarginazione che mettono a rischio la pacifica convivenza. Sarebbe bello – conclude il vescovo – che questo nostro invito alla preghiera da Assisi arrivasse in tutto il mondo e fosse accolto da tutte le religioni”.

Giornata Regionale del Clero il 15 ottobre

Giovedì 15 ottobre a partire dalle ore 9.30, presso il Pontificio Seminario Regionale Umbro «Pio XI» ad Assisi, avrà luogo l’annuale giornata regionale del Clero, con l’intervento di S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena-Nonantola. Per motivi organizzativi, si prega di comunicare la propria iscrizione entro il 12 ottobre alle rispettive curie diocesane.

Gubbio e san Francesco, un’eredità viva: due giorni nel segno del Transito

Gubbio ha vissuto – il 3 e 4 ottobre – due giornate nel segno di san Francesco, nell’anno dell’ottavo centenario della morte del Poverello. Preghiera, cammino, arte, tradizioni cittadine e partecipazione delle istituzioni hanno restituito l’immagine di una comunità chiamata non soltanto a ricordare il passaggio del Santo, ma a interrogarsi sull’eredità che Francesco continua a consegnare alla città che considera la sua “seconda casa”.

Dalla Vittorina una luce per il cammino del Transito
La sera di sabato 3 ottobre il cammino in memoria del Transito ha preso avvio dalla chiesa di Santa Maria della Vittorina, uno dei luoghi simbolo della presenza francescana a Gubbio. Dal cero pasquale custodito nella chiesa, il vicario generale della diocesi don Mirko Orsini ha acceso una fiamma che, passando di candela in candela, si è diffusa tra i presenti.

Seguendo l’immagine del Crocifisso di San Damiano, alcune decine di fedeli si sono quindi incamminate attraverso la città. Le tappe a Santa Maria della Piaggiola, San Pietro, Santa Maria al Corso e San Francesco della Pace hanno scandito un itinerario ispirato al Testamento di san Francesco, con meditazioni sulla sua eredità spirituale, prima della conclusione nella chiesa di San Marziale. A guidare il percorso, insieme a don Orsini, sono stati fra Marco Bellachioma e don Nicola Felice Abbattista.

Il Transito, ha ricordato il vicario diocesano nella meditazione proposta alla fine del cammino, non è soltanto il racconto della morte di Francesco, ma il compimento di un’esistenza nella quale il Santo giunse a riconoscere ogni cosa come dono e a consegnarsi totalmente a Dio. «La morte, in questa prospettiva – ha aggiunto Orsini -, non appare come sconfitta, ma come passaggio e ritorno alla casa del Padre, vissuto nella semplicità e nella lode al Creatore».

San Francesco e il lupo nella notte eugubina
Uno dei passaggi più suggestivi della serata si è avuto alla chiesetta di San Francesco della Pace, conosciuta dagli eugubini anche come chiesa “dei Muratori”. I bagliori delle fiaccole portate dai fedeli hanno illuminato la nuova statua di san Francesco con il lupo ammansito, opera dell’artista Luca Grilli, scoperta proprio nella mattinata del 3 ottobre.

Un’immagine particolarmente evocativa nell’anno centenario: Francesco e il lupo sono tornati così a inserirsi, anche attraverso l’arte, nel racconto che lega da secoli il Santo alla città.

Il 4 ottobre, Gubbio rende omaggio a Francesco
La giornata di domenica 4 ottobre ha allargato la partecipazione alle istituzioni e alle realtà della tradizione eugubina. In mattinata gli Sbandieratori di Gubbio hanno reso il loro omaggio al Santo in Piazza Grande.

Nel pomeriggio dalla stessa piazza è partito il corteo con le rappresentanze cittadine e i Quartieri di Gubbio, ai quali è stata affidata l’offerta dell’olio. Attraversando il centro storico, il corteo ha raggiunto la chiesa di San Francesco, dove l’olio è stato versato nella nuova lampada in ceramica realizzata dagli artigiani eugubini. Il sindaco Vittorio Fiorucci ha quindi acceso la lampada davanti alla statua del Santo, dando forma al tradizionale omaggio civile a san Francesco, patrono dei Comuni d’Italia.

La presenza dei Quartieri e dei Balestrieri, delle istituzioni civili e militari e delle altre realtà cittadine ha espresso quella dimensione corale che ha caratterizzato le iniziative dell’ottavo centenario, preparate anche attraverso il lavoro del Comitato permanente “Francesco a Gubbio”, nato dalla collaborazione tra Comune, Chiesa diocesana e Famiglie francescane.

Il vescovo: «Qual è per noi l’eredità di Francesco?»
A raccogliere il significato delle celebrazioni è stata soprattutto l’omelia pronunciata dal vescovo Luciano Paolucci Bedini nella chiesa di San Francesco (QUI IL TESTO INTEGRALE). La domanda posta in apertura ha attraversato tutta la riflessione: «Qual è per noi l’eredità di Francesco?». Perché, ha osservato il vescovo, a poco servirebbe l’anniversario se rimanesse soltanto «una memoria storica, un solenne anniversario, una devota celebrazione» di qualcosa ormai appartenente al passato.

Una prima eredità riguarda i giovani. Francesco scelse la direzione della propria esistenza poco più che ventenne e, proprio per questo, la sua vicenda interpella una società che rischia di rimandare continuamente il momento delle scelte decisive. «Francesco ci ricorda che è da giovani che occorre trovare il verso autentico per cui giocarsi tutta un’esistenza», ha sottolineato mons. Paolucci Bedini, richiamando Chiesa e società civile alla responsabilità di offrire ascolto, amicizie autentiche, guide sapienti e proposte esigenti.

Vangelo e fraternità, l’eredità per la Chiesa
Un secondo lascito indicato dal vescovo riguarda la vita della comunità cristiana. «Francesco ci insegna che la Chiesa si riforma solo a partire da noi stessi», dall’autenticità del rapporto con Dio e dalla disponibilità a lasciarsi trasformare dallo Spirito, prendendo sul serio il Vangelo. A questa conversione si accompagna quella della fraternità: per il vescovo, la Chiesa può rinnovarsi realmente soltanto nel segno della comunione fraterna, testimonianza credibile dell’amore di Dio in un mondo segnato dalle divisioni.

La stessa partecipazione suscitata dall’ottavo centenario, ben oltre i confini ecclesiali, è diventata motivo di riflessione. I tanti soggetti civili, istituzionali e associativi che hanno voluto rendere omaggio al Santo mostrano, secondo Paolucci Bedini, un bisogno ancora vivo di «figure belle ed esemplari di umanità». Francesco continua così a parlare anche a chi non condivide la fede cristiana, perché la sua esistenza rimanda alla ricerca di un’umanità pienamente vissuta.

La domanda lasciata a Gubbio dopo il centenario
L’ottavo centenario lascia infine una domanda direttamente alla città. «In questo anno Gubbio ha avuto la meravigliosa possibilità di riprendere in mano la sua francescanità», ha ricordato il vescovo. Dopo aver riscoperto ciò che Gubbio diede a Francesco e ciò che Francesco lasciò a Gubbio, occorre ora chiedersi che cosa la città sia chiamata a fare per continuare a essere, a ragione, la sua “seconda casa”.

La risposta indicata nell’omelia passa dall’accoglienza di chi è stato «spogliato dalla vita», specialmente dei giovani, dalla creazione di spazi di incontro e fraternità e dall’impegno contro paure, divisioni e violenze. È qui che il simbolo del lupo, tornato visibile nella nuova opera collocata a San Francesco della Pace, sembra incontrare idealmente le parole conclusive del vescovo: raccogliere l’eredità francescana significa anche lavorare per «ammansire ogni lupo che si nasconde in ciascuno di noi».

Il 3 e 4 ottobre hanno così chiuso un passaggio importante dell’anno centenario, ma la domanda consegnata a Gubbio resta aperta: trasformare la memoria di Francesco in una presenza capace di incidere ancora sulla vita della Chiesa e della città.

Assisi – a piedi da Santa MAria degli Angeli alla Basilica di san Francesco e celebrazione del Card. Artime

Il mondo viene da san Francesco: circa 3000 persone hanno partecipato al “Cammino con san Francesco”, l’itinerario a piedi, tra canti e preghiere, catechesi e rievocazioni storiche, che ha ripercorso le tappe del trasporto del feretro di san Francesco nel 1226, dal luogo della morte a quello della sepoltura.
A mezzanotte il suono delle campane della Basilica di san Francesco e delle altre chiese di Assisi e a seguire la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Ángel Fernandez Artime, SDB, Legato Pontificio per le Basiliche Papali di Assisi.
Anche la piazza superiore e quella inferiore erano gremite di fedeli.

L’OMELIA DEL CARD. ARTIME
Nella notte, nel silenzio della città, dopo aver percorso in pellegrinaggio il cammino della memoria, noi ci raccogliamo attorno all’altare del Signore per fare memoria del Poverello d’Assisi, che, giunto all’ultima ora della sua vita terrena, fu consegnato alla terra e accolto nella gloria del Padre.
Francesco d’Assisi non ha lasciato dietro di sé soltanto il ricordo di un uomo santo. Ha lasciato una via. La sua vita non finì nel silenzio della morte. Il suo Transito divenne il passaggio verso una presenza ancora più grande: quella di un uomo che aveva scelto di appartenere interamente a Cristo e che, proprio per questo, continua a parlare al cuore degli uomini e delle donne di oggi, perché ha capito che l’unico veramente importante era lasciare spazio a Dio come il vero e unico Signore della sua Vita.
Il Siracide ci presenta il sommo sacerdote Simone, uomo la cui vita diventa una benedizione per il popolo: «Come è bello contemplarlo!». È l’immagine di una vita che, consumandosi nel servizio, diventa luce per gli altri.
E Francesco, alla fine della sua vita, è ormai povero di tutto. Il corpo è stanco, la vista quasi perduta, le forze consumate. Eppure proprio allora la sua vita appare nella sua vera bellezza. Non perché abbia costruito qualcosa di grande secondo i criteri del mondo, ma perché ha imparato a dire, con san Paolo:
«Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo».
La croce, questa croce che non è stata per Francesco una una parola vuota. È diventata la forma della sua vita. Ha guardato il Crocifisso e ha compreso che Dio non salva dominando, ma amando fino alla fine. Per questo Francesco ha potuto abbracciare il lebbroso, vivere la povertà, perdonare, servire, chiamare ogni creatura «fratello» e «sorella».
Quando il Salmo che abbiamo proclamato ci fa pronunciare una delle preghiere più belle:
«Il Signore è mia parte di eredità» è forse la confessione più vera di Francesco nell’ora della morte: non possiedo nulla, ma non mi manca nulla, perché possiedo te, Signore.
Ed è proprio qui che il Vangelo diventa luminosissimo. Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».
Francesco, nell’ultima notte, non va verso la morte come il nulla, ma va come se fosse a un vero Incontro di vita. Il suo corpo deposto sulla nuda terra sembra già proclamare ciò che ha cantato per tutta la vita: Signore, tu sei la mia eredità. E davanti alla morte Francesco non ha bisogno di aggrapparsi a ciò che lascia, perché sa nelle mani di chi sta andando.
Forse è questo il messaggio più profondo del suo Transito anche per noi: vivere bene significa imparare, giorno dopo giorno, a morire a noi stessi per appartenere sempre più a Cristo.
Alla fine non conteranno le cose possedute, i successi, l’immagine che abbiamo dato di noi. Rimarrà l’amore. Rimarrà Cristo. Francesco muore povero, ma muore ricco dell’unica ricchezza che non muore: il Signore.
E come possiamo noi vivere oggi ciò che Francesco ci ha offerto con la sua vita? Non ci viene chiesto di fare grandi cose, ma di tornare all’essenziale: mettere Cristo al centro, imparare a fidarci di Dio, vivere con meno attaccamento alle cose e con più attenzione alle persone. Come Francesco, possiamo scegliere ogni giorno la via dell’umiltà, del perdono e della fraternità; possiamo riconoscere nelle piccole cose i doni di Dio e trasformare anche le nostre fatiche in un’offerta d’amore.
Il Transito di Francesco ci ricorda che la vita diventa piena quando smettiamo di volerla possedere e impariamo a donarla. Anche noi, passo dopo passo, possiamo arrivare a pregare così:
Signore Gesù, fa’ che anche per noi, quando verrà la nostra ultima ora, tu sia la nostra eredità, la nostra pace e il nostro riposo.
E donaci di vivere oggi in modo che la nostra vita, come quella di Francesco, possa diventare una benedizione per chi incontriamo. AMEN.

Speco Francescano di Narni – celebrazione notturna negli 800 anni del transito di San Francesco

“Un cammino di 800 anni, dalle orme di Francesco alla nostra storia” è il tradizionale pellegrinaggio a piedi dalla chiesa di San Francesco a Narni allo Speco francescano di Sant’Urbano che viene proposto dai giovani della diocesi, un cammino di fede nella memoria degli 800 anni del transito di san Francesco. Tanti fedeli di ogni età si sono ritrovati nella chiesa San Francesco in Narni nella serata del 3 ottobre da dove è partito il pellegrinaggio. Un cammino silenzioso intervallato da preghiere e canti, lungo la strada tortuosa che si snoda tra i boschi e che si apre a suggestivi panorami. Allo Speco francescano di Sant’Urbano alle 4.00 la celebrazione della messa presieduta dall’amministratore diocesano don Matteo Antonelli, concelebrata da don Luca Andreani e da fra Paolo, alla presenza della comunità dei frati minori, dei sacerdoti e di numerosi fedeli.
“Siamo venuti pellegrini in 150 da Narni – ha detto don Matteo Antonelli – guidati da Francesco, non per fare memoria, ma per essere con lui ancora oggi per essere condotti al Signore Gesù. Francesco che ci consegna l’atteggiamento di minorità: in un società in cui tutti dobbiamo apparire, essere i più belli ed importanti, avere più like sui social, lui ci invita ad essere piccoli, a mettersi da parte, perchè al centro c’è il Signore,  in lui si diventa important e capaci di amore veroi. Francescoe ci dice che se vogliamo seguirlo dobbiamo riparare e amare la chiesa, perchè non siamo cristiani senza la comunità dei fratelli, il luogo dove non ci sono i perfetti e i migliori, una comunità dove pregare e vivere insieme ai fratelli e con loro testimoniare Cristo. Noi, che viviamo la festa di san Francesco 20 giorni prima dell’arrivo del vescovo, quanto dobbiamo, come chiesa diocesana, amarci per riconstruirla e consegnarla al vescovo Alfonso come una chiesa dove la carità è vera, dove l’amore tra fratelli è esprienza di gioia, dove essere nella nostra società segno e strumento di quella intima unione tra Dio e l’umanità. Non siamo cristiani da soli, Francesco ci insegna ad amare la chiesa e ad amare e accogliere i fratelli, anche quando sono scomodi”.

Il libretto del Pellegrinaggio allo Speco 2026