Terni – Pontificale di San Valentino – Mons. Piemontese: “Siamo tutti pastori, guide, ai quali è affidata la responsabilità e la cura del bene comune, chiamati al servizio della collettività e delle singole persone nel campo religioso, civile, sociale e della difesa comune”.

Dopo la processione di sabato sera per il trasferimento dell’urna di San Valentino dalla basilica alla cattedrale, è stata celebrata solennemente, domenica 9 febbraio la festa di San Valentino, vescovo e martire del patrono di Terni e copatrono della Diocesi Terni-Narni-Amelia con il pontificale presieduto, in una gremita Cattedrale di Terni, dal vescovo mons. Giuseppe Piemontese, alla presenza dei sacerdoti della diocesi, del sindaco Leonardo Latini, del prefetto Emilio Dario Sensi, del presidente della Regione Donatella Tesei, il presidente della Provincia Giampiero Lattanzi, del Questore Roberto Massucci, il Magnifico Rettore dell’Università di Perugia prof. Oliviero, delle autorità militari regionali, provinciali e cittadine, dei sindaci dei Comuni della diocesi, i rappresentanti del mondo del lavoro, delle imprese, del sindacato, dei fedeli ternani e delle associazioni e movimenti della diocesi e animata dal coro diocesano diretto da don Sergio Rossini. 
Il corteo dalle istituzioni civili e militari con i rispettivi gonfaloni, partito dalla sede municipale di palazzo Spada Terni verso la Cattedrale, è stato accolto dal vescovo Giuseppe Piemontese all’ingresso della chiesa madre della diocesi.
La festa del patrono della città di Terni, San Valentino è per la comunità cittadina un’occasione per riflettere sull’identità della città alla luce della testimonianza di san Valentino che ha plasmato cristianamente la città di Terni durante il suo lungo ministero episcopale, come maestro, padre dei poveri e dei giovani innamorati, di custode dell’amore, ma anche per pregare per le nostre città e il nostro popolo, per la gente che soffre, per i giovani, per gli innamorati, per la famiglia, per la Diocesi.

 L’OMELIA DEL VESCOVO

«La memoria del nostro Patrono richiama la sua vita, gli aspetti dei suoi insegnamenti, che sono oggi ancora attuali – ha detto nell’omelia il vescovo – le ragioni della identità di questa città, che si onora di vedere richiamato da secoli, il suo nome accanto a quello del suo Patrono: Valentino, che per 75 anni ha custodito, difeso il suo popolo, per il quale alla fine, all’età di 97 anni, ha sacrificato la propria vita. L’esperienza della sua vita e il suo martirio hanno consentito di difendere la vita e la fede del popolo a lui affidato. Valentino, fedele a Dio ha dato conferma e autorevolezza al suo insegnamento come custode e guida del popolo, maestro della fede e padre dei giovani, intenti a far crescere e maturare l’amore e la famiglia e della dedizione alle persone sofferenti. Il nostro compito è far risuonare nell’oggi della Chiesa e del mondo quel progetto del Padre e quell’aspetto del Vangelo, incarnato da San Valentino.
Tuttavia, oggi mi piace riproporre tale stile non solo a me vescovo, ma a tutti coloro che hanno obblighi verso le persone e responsabilità nella cura delle anime: preti, diaconi, ministri ed ecclesiastici vari; e infine è riferito a persone che hanno incarichi di governo nella civitas e nella promozione del bene comune: le istituzioni civili, militari e culturali, i sindaci e gli amministratori. Siamo tutti pastori, guide, ai quali è affidata la responsabilità e la cura del bene comune, chiamati al servizio della collettività e delle singole persone nel campo religioso, civile, sociale e della difesa comune. Un servizio chiamato a mutuare le qualità del buon pastore: disinteressato, di relazioni intense, con le qualità dell’amicizia e dell’amore.
Lungi da noi il modello, ripudiato da Gesù, del mercenario, figura ambigua, volgare, spregevole e pericolosa, che purtroppo tende nefastamente a intrufolarsi nei vari settori della società. La figura del mercenario, oggi può declinarsi variamente e ben si associa a sfruttamento, corruzione, concussione, estorsione, assenteista, approfittatore, scansafatiche, sfaccendato, truffatore, irresponsabile…
Esattamente l’opposto dello stile del buon pastore a cui è rimasto fedele san Valentino fino alla testimonianza del martirio.
Tale testimonianza martiriale oggi è richiesta nella quotidianità, in varie forme più ordinarie se si vuole vivere fino in fondo la fedeltà ai propri principi, civili, morali, costituzionale ed evangelici e alla propria identità di cittadino, di amministratore, di sposo o sposa, di giovane, di prete, credente, ecc. E io credo che siano molti tali martiri, anche ai nostri giorni».

Il senso profondo e vero delle feste patronali
Il vescovo, facendo riferimento all’esperienza delle feste dei santi patroni, che conservano un ruolo e una incidenza significativa in riferimento alla storia e alla identità delle comunità, ha invitato a «ricercare una maggiore verità in ciò che viene organizzato e celebrato. E’ urgente che esse riscoprano e custodiscano la verità della celebrazione, la devozione e adesione alla testimonianza dei Santi Patroni e l’approfondimento della Parola del Vangelo, a cui essi hanno conformato l’esistenza.
I Patroni sono stati quasi tutti fondatori delle nostre città e delle rispettive identità civili e religiose e nello stesso tempo difensori delle città da invasori esterni e approfittatori/mercenari interni. La ragione profonda che ha mosso il loro agire, è stata la fede in Gesù Cristo e l’amore per il popolo. Ricordare la storia per tramandarne le gesta non può limitarsi a spettacolo e rappresentazione, ma dovrà portare tutti a conoscere la vita e l’esperienza di fede dei Santi Patroni, e a nostra volta, a riscoprire la nostra fede e la nostra vita cristiana per imitarne le ragioni di fede e di vita nell’oggi di Dio».

La preghiera per gli amministratori e l’invito ad avere una forte attenzione al bene comune
«In particolare vogliamo augurare agli eletti delle nostre amministrazioni di comporre e stabilizzare la compagine di governo per conoscere con completezza le problematiche e avviare con continuità, programmi di sviluppo credibili ed efficaci; di mirare a volare alto nel disegnare il futuro delle comunità; di adoperarsi per creare a favore dei cittadini, accesso semplice e rapido nella complessa macchina amministrativa, onde concorrere a semplificare e a risolvere i problemi; far sì che il palazzo di città sia sempre più la casa comune, “il comune”, dove i cittadini trovino aiuto ai loro bisogni, sostegno ai loro progetti e ulteriore spinta propulsiva verso uno sviluppo generale e condiviso; tutte le forze vive della città: amministratori, imprenditori, sindacati, università, organismi culturali, chiesa cattolica e organizzazioni religiose facciano ogni sforzo per creare opportunità e luoghi dove i giovani possano crescere sani e ingrandire le loro capacità per la propria realizzazione e per il bene dei nostri territori. Oggi, in modo particolare, la nostra preghiera si fa intensa, corale e fiduciosa perché nella città e nelle terre di san Valentino prosperi il benessere, la pace e l’amore».

Al termine del pontificale in cattedrale, è seguita la processione con la banda di Cesi, il coro diocesano, i figuranti del centro culturale valentiniano in abiti d’epoca rinascimentali a rappresentare gli antichi rioni di Terni, i rappresentanti di gruppi, movimenti e associazioni ecclesiali, diaconi, sacerdoti, autorità civili e militari per il rientro dell’urna di san Valentino in basilica attraversando le strade del centro città, la parrocchia del Sacro Cuore a città Giardino e quella di Santa Maria del Carmelo, fino al colle dove si trova la chiesa che custodisce le reliquie e la memoria del Santo. Sul sagrato c’è stato il saluto del presidente dell’Azione Cattolica diocesana Luca Diotallevi e la benedizione finale del vescovo Piemontese. L’urna è stata quindi riposta all’interno della basilica alla venerazione dei fedeli.

 

L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DI AZIONE CATTOLICA

 

 

 

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Foligno – “Segni di Vangelo – Cammin facendo predicate” Pubblicata la lettera pastorale del Vescovo Gualtiero Sigismondi

È una lettera pastorale originale, quella che mons. Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno e Assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, consegna ai suoi diocesani. Si direbbe che, piuttosto che il Vescovo, sia la santità del quotidiano a parlare attraverso una raccolta di episodi accaduti “cammin facendo” lungo le strade della diocesi, durante la seconda visita pastorale del suo episcopato folignate.
Mons. Sigismondi si lascia “istruire dal popolo di Dio”, terreno dove il Seminatore ha già sparso il suo seme: il Vescovo invita a guardare – con coraggio – “i campi che già biondeggiano per la mietitura”, o almeno a “contemplare il ramo di mandorlo in fiore che annuncia la primavera”. E ci accompagna attraverso un avvincente campionario di “segni di Vangelo”, che hanno come protagonisti anziani e bambini, coppie e presbiteri, in cui risplende tutta la bellezza della santità “della porta accanto”, prima di passare alla sezione degli orientamenti pastorali veri e propri.
Consapevole della scarsa utilità di progetti pastorali troppo stringenti, mons. Sigismondi affida a quest’ultima parte solo alcune pagine, ma dense di riflessioni. Alla Chiesa serve una “pastorale in chiave missionaria”, che riconsegni alle comunità gli Atti degli Apostoli, capace di operare sinodalmente, coraggiosa nel ripensare i ministeri e nell’annunciare il Vangelo “fuori dal tempio”, consapevole che non esistono lontani che sono troppo distanti, coinvolta nell’impegno per la città e per la casa comune. Insomma, una Chiesa capace di abbandonare l’”irrigazione a pioggia” delle iniziative di mantenimento per passare all’”irrigazione a goccia” dei cammini di accompagnamento.
Questi e molti altri sono gli stimoli con cui il Vescovo di Foligno ci incoraggia a guardare con coraggio ad una società in cui sempre sono visibili i segni di una primavera, da attendere con fiducia e determinazione nel fare scelte nuove, spinti dal vento dello Spirito. Una riflessione dedicata alla Diocesi che lo ha come pastore, ma utile per tutti coloro che amano scorgere “segni di Vangelo” lungo le strade della loro città.

Spoleto – celebrata la Giornata per la Vita e la Messa per i nati nell’anno. L’Arcivescovo ai genitori: «Questi bimbi sono un dono e una responsabilità: crescendo devono trovare in voi adulti, soprattutto nei genitori, un modello a cui poter attingere nei momenti belli e in quelli di difficoltà».

Domenica 2 febbraio la Chiesa ha celebrato la 42ª Giornata per la Vita dal tema “Aprite le porte alla vita”. L’archidiocesi di Spoleto-Norcia, in collaborazione con il reparto di Ginecologia ed Ostetricia dell’Ospedale di Spoleto, ha organizzato due eventi: Racconta la Vita e la Messa per i nati nell’anno.

Racconta la Vita. Si è tenuto sabato 1° febbraio alle ore 18.00 all’auditorium dell’Istituto per Sovrintendenti P.S. “R. Lanari” di Spoleto (Scuola di Polizia). Il pomeriggio, condotto da Lorena Bianchetti giornalista RAI (conduttrice di A Sua Immagine), è stato scandito da alcune testimonianze inerenti al tema “Aprite le porte alla vita” e da un concerto della Cappella Musicale della Basilica Papale di S. Francesco di Assisi diretta da padre Giuseppe Magrino, ofm Conv. Tante le persone che hanno partecipato. Una curiosità: il coro è nato nel 1230 quando il corpo di S. Francesco è stato traslato dalla chiesa di S. Giorgio alla Basilica inferiore.

Le parole dell’Arcivescovo. «Siamo qui in tanti – ha detto mons. Renato Boccardo – per raccontare la bellezza della vita. Tante volte quest’ultima è presentata come un tempo di fatica e di delusione, ma ci sono anche cose piacevoli che ci permettono di guardare avanti con fiducia e speranza. Questa sera ci fermiamo un attimo, ascoltiamo, guardiamo e portiamo via con noi un piccolo bagaglio che ci può essere utile nel percorso quotidiano. Tutti insieme possiamo costruire qualcosa che rimanga, fare in modo che il nostro mondo sia vivibile».

Le parole del Sindaco di Spoleto. «É importante – ha detto Umberto de Augustinis – dire che Spoleto ama la vita; dobbiamo sostenerla e promuoverla in tutti i modi e dobbiamo respingere le filosofie di morte e di annichilamento della vita».

Le parole del Primario del Reparto di Ginecologia ed Ostetricia dell’Ospedale di Spoleto. «Come sempre – ha detto il dott. Fabrizio Damiani – è molto bello essere a questa festa. Il trand negativo della natalità che caratterizza l’Umbria a Spoleto ancora non c’è: nel 2019 abbiamo avuto 498 parti, rimanendo in linea con gli altri anni. Il centro nascite di Spoleto è premiato perché ci confrontiamo con rispetto verso le donne e le famiglie, senza fare forzature o imposizioni: riusciamo, cioè, a trasmettere un messaggio positivo e per questo veniamo scelti anche al di fuori del bacino di utenze dell’ospedale. Il tema della giornata è “Aprite le porte alla vita”: e allora mi piace pensare a tutte le notti in ospedale quando col sorriso apriamo le porte del reparto alle coppie.

Le parole della presidente della Regione Umbria. «Il numero costante di parti a Spoleto – ha sottolineato Donatella Tesei, giunta a sorpresa all’evento – dimostra capacità professionale, significa che si riescono a dare risposte alle esigenze. Come istituzioni dobbiamo cercare sempre più di riportare speranza tra i nostri giovani umbri e di creare loro le condizioni, in primis lavorative, affinché rimangano a vivere in Umbria, generando nuove vite in questa Regione».

Le testimonianze. Francesca e Giuseppe Benedetti, due figli (Emanuele e Giada). Dopo il matrimonio non arrivavano figli naturali e hanno avviato le pratiche per l’adozione, idea che già era comunque in loro dai tempi del fidanzamento, a prescindere se ci fossero stati o meno figli naturali. Nel momento in cui arriva l’ok all’adozione, Francesca rimane incinta: nel 2006 nasce Emanuele, affetto dalla sindrome di down. Proseguono comunque la strada dell’adozione, un po’ rallentata per gestire al meglio Emanuele, e nel 2010 dal Vietnam arriva la piccola Giada. Suor Consuelo Zarrella delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto, oltre trenta anni in Africa tra Libia, Costa d’Avorio e Repubblica Democratica del Congo, ha testimoniato di come tante volte ha visto nella vita delle persone le “spine” trasformarsi in “rose e gigli”. Andrea Torti nato con gravissimi problemi il 24 gennaio 2000. Ha subito quattordici operazioni chirurgiche. Più volte ha rischiato la vita. Alla mamma al momento del parto hanno detto: o lei o il figlio. La mamma: o tutti e due in terra, o tutti e due in cielo. Oggi Andrea è un ragazzo che si è diplomato al liceo scientifico, è iscritto all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi, ha una vita sociale piena ed intensa, va in palestra, fa l’educatore in parrocchia, ha il brevetto di arbitro di calcio e per tennis da tavolo, è fidanzato.

Messa per i nati nell’anno. Domenica 2 febbraio, invece, nella Basilica Cattedrale di Spoleto l’Arcivescovo ha presieduto la Messa con i bambini – i loro genitori, i fratelli o sorelle maggiori, i nonni – nati nel 2019 presso il reparto di Ginecologia ed Ostetricia dell’Ospedale di Spoleto. Il grande Duomo è stata riempito di carrozzine e passeggini, il vagito dei piccoli è stato un bellissimo inno a Dio datore di vita. Presenti alla Messa il sindaco Umberto de Augustinis e il primario Fabrizio Damiani.

«È stato bello – ha detto mons. Boccardo nell’omelia – vedere giungere verso la Cattedrale tutte queste famiglie che con gioia e trepidazione sono venute a presentare a Dio i loro figlioli e noi come Chiesa li abbiamo accolti con giubilo. Qui – ha proseguito il Presule – ricevete la pienezza della gioia sulla vostra famiglia e sui vostri figli che è la benedizione di Dio. Questi bimbi sono un dono e una responsabilità: crescendo devono trovare in voi adulti, soprattutto nei genitori, un modello a cui poter attingere nei momenti belli e in quelli di difficoltà». Poi, l’invito dell’Arcivescovo alle mamme e ai papà: «Educateli a ciò che è vero, buono e bello, affinché possano rispondere alle sfide della vita con quella sapienza che li farà restare sempre in piedi, anche nei momenti più duri; educateli alla solidarietà nei confronti di chi è meno fortunato di noi, di chi fatica ad andare avanti». Poi, un pensiero ai nonni: «La loro presenza è preziosa in quanto sono i custodi della memoria, sono garanzia di sicurezza e sostegno, sono generatori di speranza. Tutti – ha concluso mons. Boccardo – possiamo e dobbiamo fare la nostra parte per questi piccoli che saranno i costruttori della società civile ed ecclesiale del domani». Al termine della Messa tutti in Piazza Duomo per lanciare verso il cielo, quale simbolo di gioia e pace, palloncini celesti e rosa.

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Perugia: solenne concelebrazione in cattedrale in onore di San Costanzo patrono della città. Il cardinale Gualtiero Bassetti: «Accettare la fede povera e umile dei piccoli è la grande e stupenda buona novella che la Chiesa ancora oggi ha il coraggio di annunciare al mondo»

Con la solenne concelebrazione eucaristica del pomeriggio del 29 gennaio, nella cattedrale di Perugia, presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti insieme ai vescovi dell’Umbria e alla presenza dei rappresentanti delle massime Istituzioni civili e del mondo della cultura del capoluogo regionale, si sono conclusi i festeggiamenti in onore del santo patrono Costanzo, vescovo e martire, «padre della fede perugina», così definito dallo stesso cardinale durante i Primi Vespri della vigilia, celebrati il 28 gennaio nella basilica intitolata al santo, al termine della processione della “luminaria” che ha visto una numerosa partecipazione di fedeli. Partecipazione che ha rinsaldato il legame tra la città civile e quella religiosa, come ha evidenziato, all’inizio dell’omelia in cattedrale, il cardinale Bassetti.

«Sono lieto di celebrare con le rappresentanze religiose e civile di tutta l’Arcidiocesi la festa di San Costanzo, padre e fondatore di questa santa Chiesa perusino-pievese – ha esordito il presule –. Ieri sera si è svolta, in modo gioioso e solenne, una molto partecipata “luminaria” dal Palazzo comunale dei Priori alla chiesa dedicata al Santo. Sono contento che, da alcuni anni, siano state ripristinate tradizioni antiche che possono rinsaldare stretti legami tra la Perugia civile e quella religiosa, uniti nella ricerca del bene comune per l’intera cittadinanza. Oggi vogliamo porci in devoto ascolto del Santo Patrono. Il messaggio del martire San Costanzo è ancora oggi una buona notizia per la nostra chiesa e la nostra città, con i loro problemi, le loro ferite e soprattutto le loro speranze».

«Costanzo ci addita Cristo e ci dice: guardate a Lui: Lui solo ci comprende fino in fondo perché è passato attraverso tutte le nostre prove. Egli ci ripete con Papa Francesco: “la fede non è una luce, che dissipa tutte le nostre tenebre, ma una lampada che guida, nella notte, i nostri passi e questo basta per il cammino”. San Giovanni Paolo II ha usato una espressione molto forte: “una fede che non diventa cultura, è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Soprattutto oggi custodire la fede significa comunicare il Vangelo in un mondo in continua trasformazione. Comunicare il Vangelo con una particolare attenzione alle nuove generazioni di adolescenti, per trasmettere ad essi l’unico mistero della croce di Cristo che può illuminare le loro inquietudini».

«Carissimi fratelli e sorelle – ha proseguito il cardinale –, il primo pensiero che la parola di Dio ci suggerisce è la parola di Isaia sul Messia. Il Messia inaugura un tempo nuovo che rovescia la logica umana. Egli verrà nel mondo a considerare e ad innalzare gli ultimi. Il suo annuncio sarà ai poveri. La sua opera sarà sui cuori spezzati, la sua testimonianza e il suo dono per gli schiavi e i prigionieri. Come a significare che l’intervento di Dio sul mondo parte da coloro che non hanno potenza, né orgoglio, né primato, né autonomia, in una parola da coloro che sono poveri. La ragione per cui Gesù morirà sarà anche per aver ripetuto nella sinagoga di Nazaret questa profezia di Isaia applicandola a se stesso: la profezia cioè del Messia che è povero, che è senza decoro, né aspetto, e muore inerme, come “gli ultimi” per la giustizia, la santità e la pace fra gli uomini. Tutto ciò è talmente vero che Gesù nel XXV capitolo di Matteo, identifica se stesso con coloro che non hanno parola, potere, autosufficienza e sono gli ultimi della vita».

«A questo proposito, la testimonianza di San Costanzo che sarebbe stato martirizzato attorno all’anno 170, è davvero eloquente – ha commentato Bassetti –. Come quello di Gesù, il suo martirio fu denso di torture. Il Preside Carisio lo fece gettare nelle terme aumentandone sette volte il calore. E quel calore sprigionò una luce così intensa che abbagliò tutti: era la luce della sua santità e della sua testimonianza. Fratelli carissimi, stasera siamo chiamati a purificarci e a testimoniare il Vangelo, perché mai nelle nostra vita i doni di Dio siano senza frutto».

«San Costanzo, padre di questa nostra Chiesa e in parte di alcune Chiese dell’Umbria, fu artefice di vera pace e volontario dell’amore, perché egli per primo visse il messianismo cristiano della “pietra scartata” e si fece ultimo donando la sua vita. Anche a noi è chiesto di essere operatori di pace e servi dei fratelli, servi per amore, come ci ha detto l’evangelista Giovanni. E questo è dovere di tutti nella Chiesa perché, pur essendo noi “un corpo solo”, “a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo”. Per questo ciascuno di noi, nella fondamentale vocazione cristiana, ha nella chiesa “un ministero” e un compito insostituibile. Il Santo Padre nella sua esortazione apostolica “Evangeli Gaudium”, afferma spesso che siamo una “chiesa di delega”, di sostituzione, nella quale si aspetta che uno passi al posto dell’altro, e alcuni compiano quello che tutti debbono compiere».

San Costanzo ci esorta ad essere operatori di pace e servi dei fratelli – ha evidenziato il cardinale avviandosi alla conclusione –, dopo essersi lui stesso identificato con l’amore povero e umile di Dio e aver scelto, come Gesù, di donare la propria vita. Solo il Vangelo ci espropria dai nostri egoismi, dai nostri orgogli, dai nostri idoli e ci pone nella condizione di accettare la fede povera e umile dei piccoli. È questa la grande e stupenda buona novella che la chiesa ancora oggi ha il coraggio di annunciare al mondo, che cammina su ben altre strade. Essa aspetta da ciascuno di noi la sua attuazione, non solo nel segreto della nostra anima, ma nella testimonianza forte e decisa della nostra vocazione».

Perugia: Al via le celebrazioni in onore del santo patrono Costanzo con la processione della “luminaria” e la celebrazione dei Primi Vespri solenni. Il cardinale Bassetti: «Chiediamo al Signore una nuova primavera per la nostra Chiesa e per la società intera».

Con la processione della “luminaria” e la preghiera dei Primi Vespri solenni, a Perugia, nel pomeriggio del 28 gennaio, sono iniziate le celebrazioni in onore del santo patrono Costanzo, vescovo e martire. Il cardinale Gualtiero Bassetti, nell’omelia dei Vespri, rivolgendosi alle autorità civili e religiose e ai numerosi fedeli che gremivano la basilica intitolata al patrono, ha definito Costanzo «padre nella fede».

«Come ogni anno, ci ritroviamo nella chiesa-basilica minore dedicata al santo patrono Costanzo – ha esordito il presule –. Qui sono custodite le sue reliquie, e da tempo immemorabile i perugini vi si recano per rendergli omaggio, quale padre nella fede. Anche noi siamo scesi dall’acropoli, dalla piazza grande ove si affacciano i palazzi della Perugia civile e religiosa, e dove la cattedrale sembra coniugare, in un felice abbraccio, realtà temporali e spirituali. Si tratta della storia plurimillenaria di una città e di una società che hanno trovato, nel cristianesimo, la linfa vitale per sorgere e svilupparsi, in armonia e concordia, anche se non sono mancati periodi di crisi e di contese, che, se da una parte hanno prodotto incomprensioni e sofferenza, dall’altra non hanno intaccato la consapevolezza della comune e condivisa origine cristiana».

Crescere nella pace e nel progresso civile.

«San Costanzo ci ricorda questa comune discendenza, documentata, per quanto lo riguarda, dalle decisioni dei magistrati cittadini in suo onore. Ecco perché, ancora oggi, ci invita alla condivisione e alla serietà di vita, perché si possa crescere nella pace e nel progresso civile. Scendendo verso questa storica chiesa, abbiamo attraversato una parte significativa della città. Abbiamo costeggiato antiche case e palazzi; ci siamo soffermati dinanzi a monumenti storici che hanno segnato la grandezza della nostra città: il fiorire delle arti, del benessere, dei valori sociali e religiosi. Una storia avvincente che ancor oggi ci emoziona e ci stupisce».

La precarietà del vivere.

«Al presente, certo, non mancano le difficoltà – ha commentato il cardinale –. Non sfugge a nessuno la precarietà del vivere per molti concittadini. La crisi economica, dalle caratteristiche planetarie, non ha risparmiato la nostra terra. Da anni si sono acutizzate alcune situazioni di malessere: la scarsità del lavoro, soprattutto per i giovani; i problemi all’interno delle famiglie; l’invecchiamento della popolazione, con i problemi che ne conseguono.

L’attenzione per i disagi sociali ed economici.

«Come comunità ecclesiale – ha evidenziato Bassetti – siamo stati sempre vicino a chi soffre, ai bisogni della gente. La Caritas ha organizzato servizi di prima necessità ben diffusi sul territorio, con grande attenzione per i disagi sociali ed economici. Ma siamo stati vicini soprattutto con la presenza vivificante in tante realtà sociali e comunitarie. Fede e carità sono sinonimi, favoriscono la dignità umana e salvaguardano la convivenza».

Tanti segni di speranza… i giovani che si avvicinano alla Chiesa.

«Nel nostro orizzonte, anche ecclesiale, se ci sono motivi di preoccupazione, ci sono anche tanti segni di speranza. Vi sono tante fiammelle vive, come quelle che ci hanno accompagnato stasera lungo il nostro peregrinare, che infondono calore e gioia e, soprattutto, rischiarano la nostra strada per indicarci un futuro migliore. Uno dei motivi per cui ringraziare Dio sono i giovani che si avvicinano alla Chiesa, che vivono quotidianamente l’esperienza delle parrocchie o dei gruppi ecclesiali, impegnati sui fronti della testimonianza evangelica e della carità. Ho negli occhi e nel cuore i visi belli e luminosi di tanti ragazzi e ragazze che affollano la cattedrale per incontrarsi con il loro vescovo. Sono giovani come tutti gli altri, sperimentano la fatica del vivere come tutti i loro coetanei, ma nel loro cuore è accesa quella gioia, che solo la fede in Dio può dare. Questi giovani continueranno a tenere accesa la fiaccola della fede; essi daranno un futuro alle nostre comunità ecclesiali».

La speranza che viene da Dio.

«È l’esperienza viva di Chiesa – ha concluso il cardinale – che è giunta a noi fin dal sacrificio del primo vescovo san Costanzo, e che continua nel tempo. Abbiamo perciò fiducia in un tempo migliore, intravisto da san Giovanni Paolo II come una nuova primavera della Chiesa nel segno della speranza. E la primavera, per quanto l’inverno possa essere freddo e duro, arriva sempre, e porta con sé la bellezza del creato in fiore. Allo stesso modo, «la speranza cristiana – ha ricordato Papa Francesco – si basa sulla fede in Dio che sempre crea novità nella vita dell’uomo, crea novità nella storia, crea novità nel cosmo. Il nostro Dio è il Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese». Radicati e fondati su questa speranza che viene da Dio, guardiamo al futuro con fiducia, certi che il Signore non ci abbandona. Nella viva memoria del vescovo e martire Costanzo, chiediamo al Signore una nuova primavera per la nostra Chiesa e per la società intera, perché possiamo vivere sempre più da veri fratelli».

foto Rita Floridi

 

Movimenti per la vita dell’Umbria, una giornata per celebrare la vita e dare speranza

La Federazione Umbra dei Movimenti per la Vita e dei Centri di Aiuto alla vita si appresta a celebrare la 42° Giornata Nazionale per la Vita. In diverse località della regione, laddove sorge uno dei MpV o un Centro di Aiuto alla Vita, si svolgeranno nei prossimi giorni iniziative per informare, sensibilizzare e far riflettere l’opinione pubblica sui temi della vita nascente, ma non solo.

Per sottolineare l’importanza ma anche descrivere quello che è il quotidiano di queste associazioni di volontariato che sostengono la maternità più fragile e il diritto alla vita, si è svolta oggi a Perugia una conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, con un accenno anche a quelli che sono i numeri della demografia nella nostra regione, che fanno una foto precisa e impietosa della realtà. I dati (allegati più oltre) sono stati gentilmente messi a disposizione dalla sociologa prof. Rosita Garzi, docente presso l’Università degli Studi di Perugia.
Ad intervenire in conferenza è stata la presidente della Federazione Umbra MpV, Assuntina Morresi che – dopo aver ricordato i dati e i numeri legato alle attività dei vari presidi MpV (vedere scheda più in basso) ha spiegato:

“In Umbria lo scorso anno abbiamo svolto attività sia di formazione di personale sanitario legato alla gravidanza, sia di sensibilizzazione sui temi della vita: anziani, fine vita, etc, Abbiamo cercato di abbracciare le varie situazioni di fragilità: in particolare con riferimento all’invecchiamento della popolazione. Famiglie più sottili, più fragili non solo con pochi figli ma anche con una rete parentale più ridotta che quindi sosterrà con difficoltà, nel tempo, la famiglia stessa’”.

Presente anche la presidente del Movimento per la Vita di Todi, Daniela Durastanti, che sarà sede di una delle iniziative divulgative in programma (vedere sotto).

In molte piazze italiane – è stato ricordato in conferenza – e anche in Umbria, nelle principali parrocchie cittadine, i volontari del MpV e CAV offriranno primule, le prime piante che nascono a primavera, raccogliendo delle offerte. E’ un modo per sostenere le tante attività a favore delle madri in attesa e dei loro bambini.

Il tema della 42° Giornata per la Vita è Aprite le porte alla Vita, ed è anche il titolo del messaggio dei vescovi italiani in occasione della ricorrenza, il cui testo è disponiblie qui: https://famiglia.chiesacattolica.it/aprite-le-porte-alla-vi/

Perugia: Solennità di san Costanzo, vescovo e martire, Patrono della città e dell’Archidiocesi. La tradizionale processione della “Luminaria” del 28 gennaio e la concelebrazione eucaristica del 29 gennaio presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti

Il 28 e il 29 gennaio Perugia celebra la solennità del Santo Patrono Costanzo, vescovo e martire del II secolo. Una festa che rinsalda il legame tra la comunità civile e la comunità religiosa, come testimonia la tradizionale processione della “luminaria” risalente all’inizio del XIV secolo, menzionata negli Statuti medioevali del Comune di Perugia, che si svolge nel pomeriggio della vigilia di questa solennità (28 gennaio) a cui partecipano i rappresentanti delle massime Istituzioni cittadine, guidata dal cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti e dal sindaco Andrea Romizi.

La “Luminaria di San Costanzo”, animata dai figuranti in costume medioevale dei cinque rioni storici della città, con i balestrieri di Assisi e del Palio dei terzieri di Città della Pieve, si terrà martedì 28 gennaio (ore 17), con inizio davanti al Palazzo comunale dei Priori per poi raggiungere la basilica minore di San Costanzo, percorrendo l’antica “via sacra” che collega la chiesa di Sant’Ercolano (intitolata all’altro patrono di Perugia) alle basiliche di San Domenico e di San Pietro. A San Costanzo (ore 18) si terrà la celebrazione dei Primi Vespri Solenni presieduta dal cardinale Bassetti, allietata dal Coro della polizia municipale, con il rito dell’omaggio votivo al Santo di alcuni doni-simbolo della storia civile e religiosa della comunità perugina dal forte e attuale richiamo sociale e culturale. Si tratta dei doni del cero, da parte del sindaco, segno della disponibilità degli amministratori pubblici ad essere attenti ai bisogni dei più deboli e indifesi e a promuovere con onestà e saggezza ciò che giova al bene comune; della corona d’alloro, da parte della polizia municipale, segno di devozione e testimonianza di dedizione al bene comune attraverso l’azione di ordine pubblico, che mira alla pace e alla concordia; del torcolo (dolce tipico della festa a ricordo del martirio di Costanzo), da parte degli artigiani, segno di quanti si impegnano ogni giorno a migliorare le condizioni dei lavoratori e per tutti coloro che, con il loro lavoro, contribuiscono alla prosperità della comunità; del vinsanto, da parte di due giovani sposi, perché vivendo la fedeltà, la fecondità e l’attenzione ai piccoli e ai poveri, siano segno dell’amore infinito che lega Dio al suo popolo, e la famiglia sia fondamento del vivere sociale; dell’incenso, da parte del Consiglio pastorale parrocchiale di San Costanzo, segno della forza della fede nell’annuncio del Vangelo sull’esempio del martire perché conceda alla Chiesa diocesana di crescere nella santità.

La comunità parrocchiale di San Costanzo, come è consuetudine, promuove un triduo di preghiera e di riflessione in preparazione alla solennità del Patrono nei giorni precedenti (25, 26 e 27 gennaio, ore 17-18.30) quest’anno dedicato al tema: “Cristo, una presenza carica di proposta”. A guidare il triduo sono tre giovani sacerdoti diocesani, don Giosuè Busti, don Giordano Commodi e don Pietro Squarta. Anche quest’anno, annuncia il parroco di San Costanzo mons. Pietro Ortica, «saranno accolti dei devoti croati della parrocchia di Jezera, dove dal XVIII secolo venerano san Costanzo, con la quale siamo gemellati da una decina di anni».

Le celebrazioni in onore di San Costanzo culmineranno nel pomeriggio del 29 gennaio (ore 18), con la solenne concelebrazione eucaristica nella cattedrale di Perugia presieduta dal cardinale Bassetti insieme ai vescovi dell’Umbria, a cui parteciperanno i rappresentanti delle Istituzioni civili e del mondo della cultura del capoluogo regionale.

La redazione giornalistica di Umbria Radio In Blu seguirà in diretta, attraverso il suo canale Youtube e la sua pagina Facebook, i Primi Vespri Solenni del 28 gennaio dalla basilica minore di San Costanzo e la concelebrazione eucaristica del 29 gennaio dalla cattedrale.

Perugia – annuale incontro del cardinale Bassetti con i giornalisti in occasione della festa di san Francesco di Sales. «Senza memoria si finisce per ripetere, in maniera acritica, gli stessi errori del passato»

Il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha incontrato il 25 gennaio, nell’Arcivescovado di Perugia, un folto gruppo di giornalisti e operatori dei media in occasione della festa del loro Santo Patrono Francesco di Sales. All’incontro, promosso dall’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali in collaborazione con la sezione umbra dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana), sono interventi anche il presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti Roberto Conticelli e il consigliere dell’Ordine nazionale Gianfranco Ricci. Il cardinale Bassetti, soffermandosi sul messaggio del Papa per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dedicata al tema “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es. 10,2). La vita si fa storia, ha evidenziato che «senza memoria si finisce per ripetere, in maniera acritica, gli stessi errori del passato». Il presule ha voluto presentare ai giornalisti perugini il prossimo evento Cei dal titolo: “Mediterraneo, frontiera di pace”, in programma a Bari dal 19 al 23 febbraio, che «vedrà riuniti i vescovi delle nazioni affacciate sul grande mare per proporre insieme percorsi di riconciliazione fra i popoli». Il presidente della Cei si è anche soffermato sull’importanza di dare spazio ai «racconti costruttivi» più che alle «storie distruttive e provocatorie», come sottolinea il Papa nel suo messaggio, «che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza». Bassetti, a margine del suo intervento, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, ha sottolineato l’importanza di aderire al magistero del Papa, ricordando che «la sua guida viene dallo Spirito Santo. La critica, come spesso ribadisce anche il Santo Padre, va bene, perché fa parte dell’intelligenza umana, ma le logiche distruttive non fanno bene a nessuno».

“Cari giornalisti e cari operatori dell’informazione,
è con grande gioia che, come accade ogni anno, torno a incontrarvi per la vostra festa. Infatti il 24 gennaio la Chiesa fa memoria di san Francesco di Sales, il vostro patrono. Vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa, è stato non solo maestro di spiritualità ma anche un brillante scrittore che per incontrare i “lontani” faceva affiggere i suoi “manifesti” scritti in uno stile agile ed efficace.
Oggi i mezzi di comunicazione consentono di raggiungere migliaia, se non milioni e miliardi, di persone e di creare reti senza confini. C’è un flusso di informazioni così ampio e continuo che ciascuno di noi può conoscere quanto accade in ogni angolo del mondo attraverso una sterminata pluralità di fonti. Eppure questa mole così ricca di notizie non è sempre attendibile. Tutti possono “improvvisarsi” comunicatori, anche falsificando la realtà o istillando pregiudizi e visioni distorte.
Soprattutto su Internet e nelle reti sociali l’anonimato ha partorito gli “odiatori”. Come cittadini, come Chiesa e come pastore, non possiamo che condannare ogni atteggiamento o intervento che semina disprezzo, inimicizia, ostilità. Azioni e parole dettate dal rancore sono un peccato contro Dio e contro l’umanità e sono in netta antitesi con il “comandamento dell’amore” che Cristo ci consegna. Quando si sostituisce il Signore con l’idolatria dell’odio, si arriva alla follia di sterminare l’altro. Provo dolore verso ogni forma di antisemitismo che deve essere combattuta senza esitazioni oppure verso chi addita come nemico l’altro, il fratello che ha un’etnia, una storia o una cultura diversa della nostra.
Anche la stampa, la televisione e il pianeta digitale sono chiamati a un’informazione che non alimenti le divisioni. Come ho già detto più volte, la nostra amata Italia è un Paese da ricucire. I mezzi di comunicazione possono contribuire ad acuire le cesure oppure possono incoraggiare alla fraternità. Sia questa seconda opzione la via maestra per chi opera nei media. Il cardinale Carlo Maria Martini, nel 1991, metteva in guardia con lungimiranza dalla bramosia dello scoop. “Basta arrivare primi con l’immagine, la notizia ­– scriveva Martini nella Lettera pastorale “Il lembo del mantello -; non importa come, non importa quanto valutata, meditata, rielaborata. Così si assiste a una specie di martellamento o bombardamento per stupire e passare oltre”. Oggi su Internet e nelle reti sociali la voglia dello scoop si trasforma nella mania di conquistare i “clic”. Si è più popolari, e quindi più attendibili, se si collezionano quanti più “clic” possibile o quanti più “Mi piace” possibile. Ad ogni costo. Anche calpestando la verità, la dignità della persona, l’armonia sociale.

Adesso vanno di moda gli “influencer”, ossia coloro che davanti a uno schermo orientano i pensieri e i modi di agire nell’opinione pubblica. Ma dovremmo chiederci: qual è la loro finalità? Chi c’è dietro di loro? A dettare legge nell’universo digitale è l’idea dell’uomo consumatore, ridotto a oggetto. Ecco perché siete tenuti anche a svelare i lati oscuri della comunicazione, per rendere i cittadini più consapevoli.

Per fare tutto ciò gli organi della comunicazione sociale devono uscire da un circolo vizioso: è quello dell’autoreferenzialità. Anche papa Francesco lo indica come una “piaga” della Chiesa. Può accadere che i media si chiudano in loro stessi, si citino a vicenda, raccontino più quello che avviene nei palazzi o è immaginato sulle pagine dei giornali, piuttosto che portare alla ribalta le attese della “povere gente” e quanto tocca davvero il cuore e la mente delle persone. C’è quindi bisogno di un’informazione “in uscita”, che si cali davvero fra le difficoltà e le speranze delle nostre comunità. Pertanto la vostra agenda sia ispirata dalla gente che chiede pane e lavoro, dignità e rispetto, attenzione e vicinanza da parte delle istituzioni e non sia piegata agli interessi particolari o ai potentati politici, economici e ideologici.

Si diceva un tempo che il giornalista deve consumare le suole delle scarpe per andare fra la gente e capire ciò che succede. Oggi si pensa che stando davanti a un computer, a un telefonino o a uno schermo si possa conoscere la realtà “reale” ed essere in grado di analizzarla. Non è così. La barriera “digitale” non sempre consente di intercettare i bisogno dell’uomo, di immergersi nella società, di costruire visioni di ampio respiro.

Me ne sto rendendo conto anche organizzando l’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che porterà a Bari i vescovi delle nazioni affacciate sul grande mare per proporre insieme percorsi di riconciliazione fra i popoli. A concludere l’iniziativa sarà papa Francesco che così testimonia la sua paterna vicinanza alla Chiesa italiana e all’area mediterranea che è la culla delle tre grandi religioni abramitiche ma anche bacino di guerre, miserie e morte come accade fra le onde del grande mare diventato un cimitero per coloro che fuggono dalla violenza e dalla povertà. Ecco, parlando con i confratelli vescovi dei Paesi delle altre sponde del Mediterraneo, ho compreso quanto sia parziale, se non talora distorta, la prospettiva con cui guardiamo alle loro terre e ai loro problemi. Cito le guerre che infiammano l’intera regione oppure il fenomeno migratorio che l’Occidente vede talvolta con timore e che in Nord Africa o in Medio Oriente viene considerato una “perdita sociale” perché la partenza di uomini, donne, ragazzi e famiglie impoverisce la società e, quindi, da loro giunge l’appello ad aiutare i Paesi a svilupparsi per scongiurare esodi di massa.

Il tema che papa Francesco ha scelto per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2020 è “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia. Senza memoria si finisce per ripetere, in maniera acritica, gli stessi errori del passato. Il Papa ci ricorda che, soprattutto in una società digitale dove l’istantaneità e la velocità sono i principi cardine, non possiamo piegarci soltanto sul presente “usa-e-getta” ma occorre avere radici solide. Da qui il richiamo di papa Francesco alla memoria, alla storia. Attraverso la memoria avviene la consegna di speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra. La comunicazione è chiamata dunque a mettere in connessione, attraverso il racconto, la memoria con la vita e, in questo modo, a diventare anche uno strumento per costruire ponti e per condividere la bellezza dell’essere fratelli e quindi appartenenti all’unica grande famiglia umana”.

Gualtiero Card. Bassetti

Foligno – secondi per la solennità di San Feliciano patrono della città

Venerdì 24 gennaio nei secondi vespri per la Solennità della Festa del Patrono e Martire San Feliciano Mons. Gualtiero Sigismondi Vescovo della Diocesi di Foligno, in chiusura della seconda visita pastorale, ha sottolineato che “C’è bisogno, dunque, di una Chiesa che non abbia come obiettivo pastorale quello tattico del mantenimento, ma quello strategico della formazione delle coscienze …. C’è bisogno di riconoscere che il problema non è la riforma delle istituzioni, le chiese vuote e la crisi delle vocazioni: il problema è la fede”.
Il testo dell’omelia di mons. Gualtiero Sigismondi
“Fratelli carissimi, la Passio sancti Feliciani disegna la biografia del nostro Patrono piuttosto che gli Atti del suo martirio. La parola dell’apostolo Pietro, che abbiamo ascoltato, si rivolge a quanti, come san Feliciano, hanno sofferto a causa del Vangelo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi” (1Pt 4,13). La ragione di questo invito alla gioia è duplice: la sopportazione delle sofferenze, patite per il nome di Cristo, assicura la partecipazione alla sua gloria e permette allo Spirito di Dio di trovare riposo nel cuore dei suoi fedeli.
Che lo Spirito santo riposi nei nostri cuori ho potuto sperimentarlo, con meraviglia nuova, durante la Visita pastorale, conclusa con la processione appena terminata. Cammin facendo, oltre a riconoscere i “semi del Verbo” sparsi ovunque – al quadrivio della nostra città, ai crocicchi delle strade e all’interno di tante abitazioni –, mi sono reso conto che, come discepoli del Signore, il problema non è essere poco numerosi – i giovani sono l’indice più alto di questo processo –, quanto piuttosto diventare insignificanti. C’è bisogno, dunque, di una Chiesa che non abbia come obiettivo pastorale quello tattico del mantenimento, ma quello strategico della formazione delle coscienze. C’è bisogno di una Chiesa che faccia squadra: è la condizione per camminare insieme. C’è bisogno di riconoscere che “il problema non è la riforma delle istituzioni, le chiese vuote e la crisi delle vocazioni: il problema è la fede”. A questa diagnosi, compiuta da Benedetto XVI, Papa Francesco risponde con la terapia indicata nella Evangelii gaudium, in cui invita ad essere audaci e creativi nel “ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi dell’evangelizzazione”. Non si tratta di preparare piani pastorali elaborati, ma di riproporre la missione come esperienza nativa e costitutiva della Chiesa, riconsegnando alle comunità cristiane gli Atti degli Apostoli.
Fratelli carissimi, il libro degli Atti chiama i primi cristiani “quelli della Via” (cf. 9,2), quelli che seguono Cristo: “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6). Consapevoli della responsabilità che questo nome comporta, è necessario progettare nuovi percorsi di iniziazione cristiana: si tratta di ridire la fede in modo nuovo, di riscoprire l’amicizia come luogo dell’annuncio e di evangelizzare casa per casa. “Cammin facendo, predicate” (cf. Mt 10,7): questa missione, che Gesù affida ai Dodici, san Feliciano l’ha vissuta “fino alla fine”. La morte non l’ha rapito a casa, ma per strada. I suoi piedi, stretti tra l’incudine del carico degli anni e il martello dei persecutori, hanno ceduto prima ancora che il suo cuore cessasse di battere. Hanno ceduto lungo la via consolare Flaminia che l’avrebbe condotto a Roma, caput et mater omnium ecclesiarum. Il sangue di san Feliciano non è rimasto senza frutto: ha posto il seme della fede apostolica nella nostra terra; il suo sangue, dello stesso “gruppo sanguigno” degli Apostoli, ha edificato la nostra città e diocesi. I carnefici hanno osato legare le sue mani, ma non sono riusciti a restringere l’abbraccio del suo sguardo benedicente”.

Spoleto – Processione di S. Ponziano. L’Arcivescovo: «Mi ha colpito vedere tanti bambini che al passaggio della reliquia salutavano con la manina alzata il nostro patrono. Che bello!». Il grazie di mons. Boccardo al Sindaco: «Con sapienza e pazienza accompagna il cammino della nostra Città»

Un lungo applauso ha accolto la reliquia di S. Ponziano che alle 18.15 circa del 14 gennaio 2020 ha fatto ingresso nella Basilica a lui dedicata, dopo essere stata portata in processione dalla basilica Cattedrale, dove l’arcivescovo mons. Renato Boccardo ha presieduto i Secondi Vespri. Tantissima la gente che ha preso parte alla processione, avviata come da tradizione da una sessantina di cavalli e cavalieri, benedetti poi dall’Arcivescovo alla fine del corteo religioso. Diversi i bambini delle scuole di equitazione presenti con la mantellina di S. Ponziano. Naturalmente c’era il sindaco Umberto de Augustinis, altri membri della Giunta, consiglieri comunali e membri delle varie associazioni di volontariato della Città.

All’interno della Basilica di S. Ponziano mons. Boccardo ha preso la parola: «Il nostro patrono – ha detto – ci raccoglie, fa di noi spoletini una sola famiglia. È stato emozionante questa sera aver visto tutta questa gente che camminava per accompagnare S. Ponziano, altra stava lungo la strada e ha guardato e partecipato. Mi ha colpito poi vedere tanti bambini che al passaggio della reliquia salutavano con la manina alzata il nostro patrono. Che bello! Abbiamo bisogno di stare insieme, di superare le divisioni e gli interessi personali: solo così costruiremo bene la nostra città e la nostra società. Anche nella nostra Città, quante divisioni: nelle famiglie e nelle case, nei gruppi sociali e nelle diverse compagine politiche, così come nella comunità cristiana. E invece S. Ponziano ci aiuta a guardare al di à di tutto questo. Siamo qui attorno al nostro patrono e siamo tutti uguali, anche se abbiamo sentimenti e posizioni diversi. Ponziano ci rende capaci di darci la mano e di costruire qualcosa insieme, perché il bene di Spoleto dipende da tutti noi». Poi, il grazie di mons. Boccardo: «A voi che siete qui, al signor Sindaco che con sapienza e pazienza accompagna il cammino della nostra Città insieme con gli altri amministratori, ai sacerdoti per la loro edizione, ai volontari delle associazioni e gruppi che hanno reso possibile questa bella manifestazione, a chi dona tempo e passione per la festa di S. Ponziano».