Sulla strada di Emmaus on life”: è stato questo il tema scelto per la formazione dei catechisti della Diocesi che si è svolta nel pomeriggio di sabato 19 settembre 2026 al Santuario della Madonna della Stella in Montefalco. Dopo l’accoglienza ai partecipanti, tra cui molti giovani catechisti, da parte di Sabrina Guerrini referente del servizio per la Catechesi e dei membri dell’equipe che la coadiuva, c’è stato il saluto dell’Arcivescovo. «Grazie a tutti voi per essere qui – ha detto – e per l’impegno che assumete facendo catechismo: siete un patrimonio di bene, di dedizione e di passione che non appare nelle statistiche ma costituisce una grande ricchezza, dice la sollecitudine della Chiesa per i cristiani di domani. Ciò che dovete testimoniare è semplice ed arduo al tempo stesso: aiutare i ragazzini a scoprire quel di più che è Gesù. Solo la grazia dello spirito Santo renderà efficace questo servizio».
Poi, c’è stato l’intervento di don Emanuele Piazzai, della diocesi di Senigallia, direttore dell’ufficio catechistico della Conferenza episcopale marchigiana, sul tema “Camminare con i genitori nell’era digitale”. Il sacerdote ha posto due domande ai catechisti: Chi sono i genitori che ci affidano i figli? Di cosa hanno bisogno? E per rispondere ad esse è partito dal brano dei discepoli di Emmaus, concentrandosi sul loro allontanamento da Gerusalemme, luogo dove la vita e la morte si erano scontrati, dove Qualcuno aveva distrutto gli inferi, dove l’Amore aveva vinto la morte. Avevano creduto in quell’amore, ma quando hanno visto Cristo appeso alla Croce tutto gli è crollato e si sono allontanati. «Vedo in loro – ha detto don Emanuele – la stragrande maggioranza dei nostri genitori: si allontanano perché affaticati e non trovano nelle nostre comunità cristiane ristoro, ma solo cose da fare e da aggiungere alla loro agenda. Noi chiediamo aria a chi è già in debito di ossigeno. Ci vedo anche quei genitori delusi da Dio e dalla Chiesa: si sentono a volte giudicati e allora pensano che l’amore di Dio non sia vero. Poi ci vedo anche quelli arrabbiati con Dio perché le cose non sono andate come speravano e nessuno li ha ascoltati: si ritirano nella loro tana e non vogliono essere scoperti. Mettiamoci anche tutti i genitori che sanguinano e hanno paura di mostrare le ferite. Ci vedo pure chi fugge dalla vita vera, quella che ha attraversato la morte. Infine ci vedo anche i genitori superficiali, quelli che dicono a me sta tutto bene così, che non fanno salti in avanti, che sono chill (tranquilli e senza pensieri) e che hanno paura di volare e dunque galleggiano». Ma questi genitori, come i due di Emmaus, non sono cattivi, ma percorrono strade lontane da Gerusalemme e dicono: noi speravamo. Ma di cosa hanno bisogno? Don Emanuele lo ha detto con chiarezza: «Di riscoprire qualcuno che si prenda cura di loro gratuitamente e che non chieda nulla in cambio. Questa cura si affronta con quattro linguaggi legati tra loro, messi in gioco da Gesù nel brano di Emmaus». Il primo linguaggio è l’ascolto. «Questo ci manca tanto: noi convochiamo i genitori per delle riunioni, ma loro vogliono essere cercati lì dove la loro vita accade e lì essere ascoltati e sentirsi dire “come stai”. L’ascolto è la prima forma di annuncio. Ci sono storie, infatti, che non vanno risolte ma accolte. Quanto tempo passiamo con questi genitori per strada? Conosciamo le loro storie? Che lacrime versano? Che sofferenze attraversano?». Il secondo linguaggio indicato da don Emanuele è la parola. «La catechesi – ha detto – è l’eco della Parola: dobbiamo far risuonare nella vita dei nostri genitori una parola di salvezza. Solo questo
deve fare il catechista. Come si fa? Come il viandante del Vangelo: raccontare la tua vita alla luce della Parola di Dio. La fede si racconta intrecciando tre storie: il Vangelo, la mia e quella di chi ho accanto». Il terzo linguaggio è quello dei gesti e dei simboli. «Questo rivela – ha detto don Emanuele – che qualcuno era già all’opera ma non lo vedevano: Dio. Si rivela nel rito e nella fraternità. La bellezza dei nostri riti fa casa, ma domandiamoci: le nostre parrocchie sono case o aziende?». Quarto ed ultimo linguaggio è la custodia. «È il più difficile dei quattro. Quando i genitori tornano verso l’amore vero, cioè si convertono, devono essere accompagnati, cercano qualcuno con cui condividere l’esperienza: gruppi, lectio, cammino per adulti etc…». Da ultimo don Emanuele ha parlato anche dei linguaggi digitali: «Sono importanti e utili, ma non sono i principali e senza i linguaggi di cui abbiamo parlato sarebbero inutili e nocivi. Gli influencer cattolici non sono la svolta per riscoprire la fede. Vi prego, non ingolfiamo i cellulari dei genitori con pensieri e informazioni futili. Usiamo i social il giusto, ma soprattutto prendiamoci cura delle relazioni personali con i genitori lungo la strada e magari invitateli nelle vostre case. Dobbiamo abitare il digitale per rimandare a qualcos’altro». E poi ha concluso con una frase forte che deve far riflettere non poco chi si occupa di catechesi:
«Qualunque scelta di lavorare solo con i ragazzini è perdente». Insomma, ci vogliono energie, fantasia e passione per avviare forme di vicinanza ai genitori.
Dopo la relazione di don Emanuele, i catechisti si sono suddivisi in gruppi per approfondire quanto ascoltato, riflettendo in particolare su sette verbi: camminare, ripartire, dialogare, accompagnare, ascoltare, connettere, riconoscere.

