Spoleto – Commemorazione dei fedeli defunti nella basilica di San Salvatore

“Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere”: è scritto così nel libro di Giobbe (19,1.23-27a). Parole risuonate nelle liturgie eucaristiche ai cimiteri nella giornata del 1° novembre 2026. L’Arcivescovo ha presieduto la Messa nella Basilica di S. Salvatore a Spoleto, nel cuore del camposanto monumentale. Era la prima volta che si tornava a celebrare in questa chiesa, di proprietà comunale e patrimonio mondiale dell’Unesco, dopo i lavori di consolidamento post sisma 2016. Erano presenti autorità civili e militari dello spoletino, tra cui il sindaco Andrea Sisti, il consigliere regionale Stefano Lisci, il presidente del consiglio comunale Marco Trippetti, membri di associazioni di volontariato e molti fedeli.

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Presentare al Signore i defunti e affidare alla sua misericordia anche coloro dei quali non si conserva memoria. «Ieri la solennità di Tutti i Santi – ha detto mons. Boccardo nell’omelia – ci ha fatto contemplare la moltitudine immensa che sta davanti al trono di Dio e all’Agnello. Oggi la Chiesa continua a guardare verso la vita eterna, ma il suo sguardo assume la forma della preghiera. Ricorda tutti i fedeli defunti, porta davanti al Signore i loro nomi e affida alla sua misericordia anche coloro dei quali nessuno conserva più memoria. Il passaggio tra il primo e il 2 novembre è importante perché la comunione della Chiesa non si interrompe davanti alla morte. Ieri abbiamo contemplato coloro nei quali il cammino è giunto al compimento; oggi preghiamo per quanti ci hanno preceduto e che affidiamo alla misericordia di Dio. Il ricordo diventa così suffragio e l’affetto continua a vivere dentro la preghiera».

La fede non ci chiede di comportarci come se la morte non facesse male. Quando muore una persona amata, qualcosa cambia realmente nella vita. Rimangono luoghi, abitudini, parole e ricordi che continuano a parlare di una presenza che non possiamo più raggiungere nello stesso modo. «Giobbe -ha proseguito l’Arcivescovo – pronuncia la sua professione di fede proprio dentro questa esperienza. La speranza cristiana nasce allora dalla fiducia posta in Qualcuno che vive e al quale possiamo consegnare chi non possiamo più trattenere. Il Vangelo porta questa speranza sulle labbra di Gesù: la volontà del Padre è che egli non perda nulla di quanto gli è stato affidato e lo risusciti nell’ultimo giorno. È  una delle parole più preziose da ascoltare davanti alla tomba di una persona cara. Chi abbiamo dovuto lasciare non è affidato al nulla. È affidato a Cristo. Quando pronunciamo il nome di una persona amata davanti all’altare, la affidiamo a Cristo risorto, sapendo che egli la conosce più profondamente di quanto abbiamo potuto conoscerla noi e che la sua
volontà è custodire, non perdere».

La Chiesa prega per i defunti e offre per loro soprattutto l’Eucaristia, la Messa di suffragio: “Il Redentore vive”, è scritto nel libro di Giobbe. «E nelle sue – ha detto il Presule – mani nessuna vita affidata al suo amore è dimenticata. Pregare per i defunti significa allora continuare ad amarli nel modo che ormai ci è possibile: affidandoli a Dio. Pregare significa consegnare. Il ricordo
viene custodito nella gratitudine e affidato al futuro di Dio. Per questo possiamo attraversare un cimitero e sentire ancora la mancanza di qualcuno senza pensare che la fede dovrebbe impedirci di soffrire. La fede ci insegna piuttosto a dare una direzione a quella mancanza, trasformandola progressivamente in affidamento. Al centro rimane Cristo e la sua parola: “che io non perda nulla di
quanto egli mi ha dato”.  È la frase da custodire oggi davanti ai nostri morti. Il Redentore vive. E nelle sue mani nessuna vita affidata al suo amore è dimenticata».

Preparare anche la nostra morte mediante una vita riconciliata. È stato questo l’ultimo passaggio dell’omelia dell’Arcivescovo: «L’ora ci è nascosta; ma conosciamo il Signore che ci attende e che ci offre nel presente la grazia per tornare a Lui. La Chiesa ha sempre coltivato “l’arte di morire” per insegnarci ad impostare con più sapienza “l’arte del vivere”. Perché occorre una vita intera per imparare a morire. E allora lasciamoci interpellare dai gesti di questa giornata: pulire una tomba, portare un fiore o un cero, sostare in silenzio o rivolgere una preghiera, guardare i volti e le date incise su una pietra tombale aiuta a tornare all’essenziale, cioè a sottrarci per un istante alla distrazione imperante, a fare memoria di esempi e insegnamenti di persone che hanno inciso nella nostra esperienza, a guardare avanti. E a dare alla nostra vita il sapore della bontà e della misericordia, della verità e della giustizia, fino al giorno in cui, ricongiunti finalmente ai nostri cari, godremo senza fine insieme con loro della vita che non muore».