Orvieto – 18 esima edizione Festival Arte e Fede

Si presenta con una nuova veste e con la notizia di una produzione-spettacolo in anteprima nazionale, che suscita già grande interesse, il Festival Internazionale d’Arte e Fede 2024.
Anno in cui ricorrono i 760 anni dall’Istituzione urbi et orbi della Festività del Corpus Domini con la Bolla Transiturus da parte di Papa Urbano IV (1264) ed i 750 anni dalla morte di San Tommaso d’Aquino (1274), frate domenicano e dottore della Chiesa, uno dei più grandi teologi-filosofi del mondo occidentale vissuto proprio ad Orvieto dal 1261 al 1265, la scelta artistica del Festival d’Arte e Fede si è orientata proprio su questa direttrice.
L’appuntamento è per lunedì 27 maggio alle 18.45 al Duomo, nella Cappella di San Brizio con la presentazione del libro “Si ritirò a pregare – Gesù in preghiera secondo i Padri della Chiesa”, scritto da don Antonio Grappone e pubblicato da edizioni San Paolo nel 2024, in occasione dell’anno della preghiera indetto da Papa Francesco. Sarà presente l’autore, don Antonio Grappone, che è Direttore spirituale del Seminario Redemptoris Mater di Roma e docente di Storia della Chiesa antica e medievale e di Patrologia presso l’Istituto di Scienze Religiose Ecclesia Mater della Pontificia Università Lateranense, di Patristica presso la Pontificia Università Gregoriana, nonché autore di numerose pubblicazioni nel campo.

“Stiamo lavorando alla produzione di un racconto teatrale su Tommaso D’Aquino da presentare in prima assoluta nel Duomo di Orvieto alla metà del prossimo settembre – afferma il direttore artistico, Alessandro Lardani – e poi da replicare, secondo il calendario che si costruirà, anche nell’Anno giubilare 2025. Il progetto, che nasce da un’idea di Guido Barlozzetti, noto autore, conduttore televisivo e narratore teatrale e si avvale della collaborazione di un musicista autorevole e sperimentale come Enzo Pietropaoli e dell’image-designer Massimo Achilli, è stato sposato con grande entusiasmo dal Festival Arte e Fede, che ne cura appunto i molteplici aspetti della produzione.

“Quanto alla fattibilità – chiarisce Alessandro Lardani – si tratta di un progetto ambizioso che persegue un livello di qualità adeguato al tema che si affronta e dunque con un cospicuo livello di costi, pensato per la generalità del pubblico, ma con una particolare attenzione anche alle generazioni più giovani, con una finalità educativa, divulgativa e didattica anche per le scuole. Del resto Tommaso d’Aquino, prima di diventare maestro, sommo teologo e filosofo, è stato egli per primo studente, ha dedicato tutta la sua vita allo studio e dal 1880 è stato dichiarato patrono delle Università.”

Per le motivazioni presentate dal direttore artistico, la produzione teatrale Scrivere di Dio rappresenta, dunque, un importante investimento culturale che assorbe tutte le risorse a disposizione del Festival Arte e Fede, quelle che di solito vengono impegnate annualmente per l’intera progettualità in un arco di due settimane di eventi.

“Certamente se avessimo più fondi a disposizione in modo sistematico, come avviene per altri festival nazionali supportati da Comuni e Imprese del Territorio, potremmo pensare di mantenere un Programma stagionale come nelle passate edizioni e pure di investire in produzioni significative come questa – conclude Lardani – ma per quest’anno non è stato possibile. Ci teniamo, anzi, a ringraziare tutti i Soggetti patrocinatori e sostenitori dell’iniziativa, la Diocesi di Orvieto-Todi, il Capitolo della Cattedrale, l’Opera del Duomo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto e pure coloro che vorranno contribuire in corso d’opera, impegnandoci a tempo debito a dare pubblico risalto al loro sostegno e alla loro sensibilità.”

Assisi – Beato Carlo Acutis sarà Santo, riconosciuto il miracolo da parte del Papa

E’ stato annunciato dalla Sala Stampa vaticana che un miracolo compiuto per intercessione del beato Carlo Acutis è stato riconosciuto da papa Francesco il quale ha autorizzato il Dicastero per le cause dei Santi a pubblicare il relativo decreto. Su questa base, in data da definire, Carlo sarà proclamato santo, passando così dal culto locale che è proprio dello status di beato, al culto universale che caratterizza i santi canonizzati. La Chiesa di Assisi è in festa. Sia lode al Signore, che sta facendo grandi cose, per dare un colpo d’ala al nostro entusiasmo nella coerenza cristiana e nell’annuncio del Vangelo. Grazie anche al Santo Padre che sta assecondando l’opera di Dio. Trovandomi ancora a Roma, dove si conclude la CEI, conto di arrivare in serata ad Assisi, per ringraziare il Signore nella celebrazione eucaristica. Ma fin d’ora mi unisco ai fedeli che si trovano nel Santuario per una preghiera di lode. Voglia il Signore continuare la sua opera attraverso la testimonianza del beato Carlo. Egli potrà essere chiamato “Santo” e venerato con il culto liturgico dovuto ai Santi solo dopo la canonizzazione. Liturgicamente, pertanto, tutto rimane come prima. Ma esprimiamo con esultanza la nostra gioia in unione con la famiglia, specie il papà Andrea e la mamma Antonia, e tutti i devoti di Carlo sparsi nel mondo. Egli ci ottenga dal Signore di amarlo come lo ha amato lui, soprattutto nella Santa Eucaristia. In attesa di rivedervi, vi benedico di cuore

Assisi – Mons. Sorrentino “Cantico delle Creature “rovesciato”: una rilettura partendo dalla fine”

“Solo rileggendo il Cantico delle Creature partendo dalle ultime due strofe, quella sul perdono-riconciliazione e quella su Sorella morte si può davvero comprendere questa immortale creazione di San Francesco”. A dirlo è il vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Domenico Sorrentino che, in un saggio sul Cantico di Frate Sole, pubblicato oggi, martedì 21 maggio, dal quotidiano Avvenire, dopo l’incontro svoltosi sabato 18 maggio con il poeta Davide Rondoni e il frate conventuale padre Felice Autieri, mette l’accento sulla natura umanistica dell’importante testo francescano scritto, come ormai la maggior parte degli storici dicono, non solo a San Damiano ma anche al Vescovado. Nell’intervento monsignor Sorrentino mette l’accento sulla sofferenza della penultima strofa, “Anche a tralasciare l’ultima – spiega – quella sulla morte, basterebbe la finestra aperta sulla sofferenza a farci rileggere l’intero Cantico in una prospettiva che scaccia ogni tentazione di un approccio ecologistico separato dall’umano e tutto giocato sui colori dell’idillio. In realtà le fonti sono concordi nel porre, sullo sfondo dell’intero Cantico, l’immagine di un Francesco angustiato e dolente, che trova la forza di cantare la bellezza proprio dalla capacità di accettare la sofferenza: è la bellezza “filtrata” e quasi purificata dal Venerdì Santo che guarda alla domenica di risurrezione. Soprattutto nelle ultime strofe il Cantico assume il suo colore più specificamente cristiano, anzi, decisamente “pasquale”. Le lodi della natura, senza le ultime due – aggiunge ancora il vescovo Sorrentino – potrebbero costituire una preghiera comune alle diverse religioni. Nelle ultime strofe, è prepotente l’aria del Vangelo. Due strofe storicamente concepite per il vescovado di Assisi, o addirittura dentro di esso, in quello che oggi si chiama “Santuario della Spogliazione. È certo, tuttavia, che andando verso l’anno centenario del Cantico (2025), questa immortale creazione di Francesco, il Cantico di frate Sole – conclude il vescovo – non potrà essere rivisitata se non in questo suo messaggio globale, ben incastonato, per le strofe sulla natura, nella spiritualità francescana della lode, sgorgante a San Damiano, e per le ultime due, nella prospettiva, esistenziale e sofferta, che si delinea sullo sfondo del vescovado e del rapporto tra Francesco e il suo vescovo, che sta da alcuni anni ritornando alla luce”.

Diocesi Foligno – incontro formazione sulla Carità

Venerdì 24 maggio dalle ore 18.00 alle 22.00 presso gli spazi della Chiesa del Ss. Nome di Gesù si svolgerà l’ultimo momento formativo sul tema della carità con Silvia Bagnarelli della Caritas di Perugia – Cittá della Pieve, a cura del Servizio diocesano di pastorale giovanile.

Nella seconda parte dalle ore 20.15 incontro in preparazione alla Giornata diocesana oratori che si svolgerà il prossimo 25 giugno 2024 con:
– introduzione a cura del Coordinamento diocesano oratori;
– animazione (bans e balli di gruppo) a cura di alcuni educatori;
– riferimenti allo sport nel Nuovo Testamento (1 Cor 9,24 – 27) a cura di don Giovanni Zampa;
– indicazioni su cosa fare per la giornata del 25/06 a cura del Coordinamento oratori in collaborazione con il Centro Sportivo Italiano.

Assisi – festa dedicazione della basilica di San Francesco

La comunità dei frati del Sacro Convento si prepara a celebrare la festa della Dedicazione della Basilica di San Francesco in Assisi, che ricorre il 24 maggio. Il programma delle celebrazioni avrà inizio nel pomeriggio di giovedì 23: alle 18.45, in piazza inferiore, è prevista l’accoglienza della reliquia del sangue di san Francesco proveniente dal Santuario de La Verna, seguita dalla preghiera dei primi vespri della solennità presieduta da fra Michele Pini, OFM, del Santuario toscano.

Venerdì 24 maggio, giorno della Dedicazione, alle 9 si terrà la processione dal sagrato della chiesa inferiore verso la chiesa superiore della Basilica, a cui seguirà la celebrazione eucaristica. Presiederà fra Carlos A. Trovarelli, Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, alla presenza dei superiori generali degli ordini religiosi maschili di diritto pontificio riuniti in assemblea in Assisi.

A chiudere il programma, sabato 25 maggio, sarà il concerto “Basilica règia” della Cappella Musicale della Basilica, che si terrà alle 21 in chiesa superiore.

«Quest’anno la ricorrenza della festa della Dedicazione della Basilica – ha dichiarato fra Marco Moroni, OFMConv, custode del Sacro Convento – si arricchisce della presenza dei superiori generali degli ordini religiosi maschili: un’occasione particolarmente significativa per sottolineare la speciale valenza dell’esperienza umana e spirituale di san Francesco d’Assisi per tutta la vita consacrata e non solo per i frati francescani. Con le sue intuizioni e le sue scelte san Francesco ha infatti iniziato processi nuovi nella Chiesa del suo tempo, che ancora oggi proseguono e suscitano modalità sempre differenti di vita cristiana e di presenza nel mondo».

Voluta da papa Gregorio IX subito dopo la canonizzazione di san Francesco, avvenuta il 16 luglio 1228, la Basilica nasce sulla sommità di quello che all’epoca prendeva il nome di “Colle dell’Inferno”, perché lì venivano eseguite le condanne a morte. Lo stesso pontefice benedisse la prima pietra e le diede il titolo di “Caput et Mater” di tutto l’ordine francescano. Il corpo di san Francesco fu traslato dalla chiesa di San Giorgio alla chiesa inferiore nel 1230, e il 25 maggio 1253 papa Innocenzo IV consacrò la Basilica. Il luogo prese così il nome di “Colle del Paradiso” e, da allora, il 24 maggio si celebra la festa liturgica della Dedicazione.

Assisi – aniversario santuario della Spogliazione. Cardinale O’Malley: “Qui i fedeli, con Francesco e Carlo si riuniscono in questo nuovo Cenacolo di Pentecoste”

“La spogliazione di Francesco è il momento del suo “Abbà Padre”. Per me questo è il momento cruciale della vita di Francesco, è la base teologica della sua vocazione, la sua assoluta fiducia nella paternità di Dio, il suo desiderio di seguire Gesù povero e crocifisso”. Lo ha detto il cardinale di Boston, Sean O’Malley nel corso dell’omelia della celebrazione eucaristica di domenica 19 maggio, nella chiesa di Santa Maria Maggiore-Santuario della Spogliazione. Il cardinale, dopo essersi soffermato sull’importanza della Pentecoste, ha poi evidenziato il significato della scelta di San Francesco. “L’aver rinunciato e avere messo tutta la sua vita nelle mani di Dio rende Francesco disponibile a seguire Cristo e annunciare la buona Novella. Questo carisma – ha aggiunto – è così forte che si diffonde a macchia d’olio; la sua vocazione ha cambiato il corso della storia e ci ha convocato qui da tutto il mondo. Il carisma che abbiamo ricevuto non è un documento o una filosofia, ma uno stile di vita trasmesso da uomini il cui cuore è infiammato. La strada che ci propone Papa Francesco è quella della vicinanza. Dobbiamo essere vicini a Dio con la preghiera reale e condivisa. La nostra vicinanza a Cristo povero e crocifisso è segno distintivo della nostra spiritualità. Ai nostri giorni uno dei frutti del carisma di Francesco è Carlo Acutis. Ora qui i fedeli si riuniscono in questo nuovo Cenacolo di Pentecoste”.

Un altro momento interessante sul carisma francescano che sprigiona dal Santuario della Spogliazione è stato vissuto anche nel pomeriggio di sabato 18 maggio durante il convegno: “Tra Frate Sole e Sorella Morte, il Cantico da San Damiano al Vescovado, una riscoperta verso il 2025” al quale hanno preso parte il vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Domenico Sorrentino, il poeta Davide Rondoni, presidente del “Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi”, il frate conventuale padre Felice Autieri e il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi, Marina Rosati. “Che cosa succede al Cantico di Frate Sole se lo leggiamo a partire dalle due ultime strofe? Le sei strofe riguardanti gli elementi materiali sono ben note. In questo tempo in cui l’istanza ecologica si è fatta drammatica, aver riscoperto la profezia di Francesco d’Assisi anche sotto questo profilo concentra ancor più lo sguardo su di esse. Le due ultime finiscono per essere quasi dimenticate. Persino imbarazzanti. Con esse, in effetti, lo scenario cambia”, ha detto il vescovo Sorrentino “La questione dell’unità della composizione del Cantico – ha aggiunto ancora – è risolta dagli storici distinguendo lo sfondo e i tempi in cui nascono i due tipi di strofe: le prime, naturalistiche, hanno il loro grembo a San Damiano, e le altre, umanistiche, richiamano altro tempo e luogo, e cioè, la penultima legata all’episodio della riconciliazione di vescovo e podestà; l’ultima strofa, legata ai giorni in cui Francesco fu degente nel Vescovado prima di scendere, nel collasso finale, alla Porziuncola per accogliere “sorella morte”. Nelle ultime strofe, è prepotente l’aria del Vangelo. Andando verso l’anno centenario del Cantico (2025), questa importante creazione di Francesco, il Cantico di frate Sole, non potrà essere rivisitata se non in questo suo messaggio globale, ben incastonato, per le strofe sulla natura, nella spiritualità francescana della lode, sgorgante a San Damiano, e per le ultime due strofe, nella prospettiva, esistenziale e sofferta, sullo sfondo del vescovado, come esso sta ormai da alcuni anni ritornando alla luce nell’ottica del Santuario della Spogliazione”.
Padre Felice Autieri dopo aver approfondito le varie esperienze che hanno caratterizzato la vita di Francesco ha parlato dei suoi atti di riconciliazione. “Francesco – ha detto – va incontro alla morte con le sue certezze, ma anche con le sue paure. Egli non ha problemi a chiamare la morte come sorella. Francesco è autenticamente santo perché innanzitutto è stato autenticamente uomo. Francesco non è l’uomo che detta formule, ma egli parte dalla sua esperienza di uomo”.
Il poeta Rondoni ha spiegato che nessuno ha mai fatto un commento poetico al Cantico delle Creature. “Francesco – ha detto Rondoni – è un Santo che mentre sta morendo alza una prosa poetica rimata e si rivolge ai suoi frati cantando. Egli non lascia solo la Regola, o il testamento, ma anche una poesia. Il Cantico è un testo commentatissimo che fa impazzire i filologi. Le poesie non si capiscono, ma si comprendono, si imparano a memoria. Francesco nel Cantico mette in scena una grande lode per qualcosa che non è suo. Il Cantico non è un canto ecologico. Per Francesco la natura è un segno è qualcosa che fa vedere l’invisibile. Noi non siamo la cultura che l’essenziale deve essere visibile agli occhi. Tutto nella nostra cultura è segno: l’arte, i sacramenti. Il perdono è contro la natura, è come l’arte. Francesco mette in scena l’uomo come perdono. È un grande poeta”.

Collevalenza – celebrazioni del 10° anniversario della beatificazione di Madre Speranza

Il prossimo 31 maggio nel Santuario dell’Amore Misericordioso in Collevalenza di Todi, sarà celebrato il 10° anniversario della Beatificazione di Madre Speranza di Gesù, una delle figure di santità del nostro tempo più note e venerate in Umbria e nel mondo.
Dal 22 al 30 maggio Novena solenne alle ore 17.45 Adorazione eucaristica, S. Rosario e Vespri con Novena all’Amore misericordioso e riflessione sulle parole del Padre Nostro.
Venerdì 31 maggio, solennità della Visitazione della Beata Vergine Maria, ore 17:00 Concelebrazione eucaristica di ringraziamento, presieduta da P. Ireneo Martin, superiore generale FAM. Alle ore 19 S. Messa di ringraziamento trasmessa da TV2000. Ore 21.30 Veglia di preghiera in Cripta, animata dai giovani religiosi FAM/EAM.
Sabato 1° giugno h. 09:30; 10:30; 15:30 Liturgia dell’Acqua in Basilica h. 12:00 S. Messa del pellegrino in Basilica, presieduta da Mons. Mario Ceccobelli, Vescovo emerito di Gubbio. Ore 18:00 “La profezia della misericordia: testimoni di speranza, pellegrini di pace” con Luca Antonietti (Coordinatore italiano Laici dell’Amore misericordioso) in dialogo con Luigi Alici e Donatella Pagliacci (Centro Studi Amore Misericordioso), presso l’Auditorium “Giovanni Paolo II”, Casa del pellegrino.
Ore 21:30 Fiaccolata nella Piazza del Santuario con la reliquia della Beata Madre Speranza: recita del Santo Rosario, in collaborazione della Parrocchia di Collevalenza partendo dalla Madonna delle grazie.
Domenica 2 giugno: Domenica del Corpus Domini ore 09:30 Via Crucis nd Viale del Parco del Santuario. Ore 11:30 Solenne Concelebrazione Eucaristica di ringraziamento in Basilica, presieduta da S. Ecc. Mons. Fabio Fabene, Segretario del Dicastero delle Cause dei Santi. Ore 17:00 S. Messa in Basilica, con Processione del Corpus Domini in Piazza, presieduta da Mons. Domenico Cancian FAM, Vescovo emerito di Città di Castello.

Città di Castello – Conferenza “Giovanni Magherini Graziani, storico di Città di Castello”

Nell’anno in cui ricorre il primo centenario della morte di Giovanni Magherini Graziani (avvenuta il 31 gennaio 1924), l’Archivio Storico Diocesano di Città di Castello e l’Associazione Storica dell’Alta Valle del Tevere organizzano una conferenza per ricordare la figura e l’opera di colui che è certamente l’esponente più rappresentativo della ricerca storica locale nei decenni a cavallo dei secoli XIX e XX. Tra la sua produzione spiccano – e ancora oggi rappresentano una preziosa fonte di ricerca – i tre volumi della “Storia di Città di Castello”, stampati da Scipione Lapi tra 1890 e 1912. Va inoltre ricordato il monumentale “L’arte a Città di Castello”, uscito nel 1897. Appassionato di teatro, nel 1894 fece rappresentare al Teatro degli Illuminati di Città di Castello una sua commedia dal titolo “Chi stuzzica il can che giace”. Fu, inoltre, il promotore della Società filarmonica e della Società operaia di mutuo soccorso cittadine. Nato a Figline Valdarno nel 1852, lo studioso è stato ricordato nel marzo scorso a Villa Poggitazzi nel corso di un convegno organizzato dall’Accademia Valdarnese del Poggio. Adesso anche la sua città di adozione, nella quale si trasferì a seguito del matrimonio con Maddalena Libri Graziani, lo ricorda con una conferenza che si terrà venerdì 24 maggio, alle ore 17.30, presso l’Auditorium San Giovanni Decollato (Via Pomerio San Girolamo 1) a Città di Castello. La dott.ssa Paola Monacchia, già presidente della Deputazione di Storia Patria dell’Umbria (carica che fu ricoperta anche dal Magherini Graziani) parlerà di “Giovanni Magherini Graziani, storico di Città di Castello”. Nell’occasione, a cura della Biblioteca Diocesana “Storti – Guerri” e della Parrocchia di San Michele Arcangelo, saranno esposti libri e documenti relativi all’illustre personaggio.

Perugia – Don Giuseppe Ricci, parroco emerito di Ponte Felcino racconta la sua esperienza di sacedote ed economo diocesano

Monsignor Giuseppe Ricci compirà sessant’anni di sacerdozio, il 1° luglio, e ottantacinque di età, il 15 maggio. È stato il primo economo diocesano perugino a mettere a frutto i contributi derivanti dall’8xmille alla Chiesa cattolica.
Fu chiamato dall’arcivescovo Cesare Pagani alla guida dell’Ufficio economato nell’anno della revisione del Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede, che sancì la nascita dello “strumento finanziario” denominato “8xmille” di cui quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla sua introduzione (1984-2024).
Don Giuseppe, come preferisce essere chiamato, si racconta nell’apprestarsi a “tagliare” questi suoi due traguardi molto significativi, testimoniando il “buon investimento” dei contribuenti italiani, che firmano ogni anno l’8xmille, su di lui e su tanti sacerdoti.

Don Giuseppe, il suo primo pensiero di parroco emerito…
«È curioso, alla veneranda età di 85 anni, trovarsi quasi conteso da parroci che dicono di avere bisogno del mio aiuto. Attualmente sono collaboratore di un parroco che ha cinque parrocchie… Grazie a Dio la salute mi è sufficiente per aiutarlo e sono ben contento di farlo. Ogni giorno ringrazio il Signore, perché ho svolto tanti ruoli in quasi sessant’anni di sacerdozio, iniziando come cappellano a San Donato all’Elce di Perugia e poi parroco a San Valentino della Collina. Con l’arrivo dell’arcivescovo Cesare Pagani sono diventato suo segretario e canonico della cattedrale di San Lorenzo.
Sempre Pagani mi incaricò di realizzare la sede della radio diocesana in alcuni locali del Capitolo dei Canonici di San Lorenzo. Al riguardo ricordo un particolare, quello di avergli presentato il preventivo delle spese per finanziare il progetto della radio (spese pagate interamente di tasca sua), il cui consuntivo risultò inferiore. Fu un caso davvero molto raro, perché è quasi sempre l’inverso per i tanti imprevisti in corso d’opera. Non so se questo risparmio sulla somma preventivata sia stato il motivo ispiratore per affidarmi la guida dell’Ufficio economato diocesano, incarico che mi ha visto impegnato per 17 anni».

Economo ma anche parroco
Così si è trovato ad amministrare il patrimonio materiale della Chiesa, “trascurando” il suo essere pastore di anime?
«Non è andata proprio così, mi riservo di parlarne più avanti, perché per tutto il periodo di economo diocesano ho guidato pastoralmente una piccola, ma molto significativa comunità parrocchiale di periferia, che mi ha dato tantissimo nell’aiutarmi a non farmi assorbire totalmente dai “bilanci materiali”.
Quando ho poi ricevuto il dono di tornare a fare il parroco a tempo pieno, a Marsciano e dintorni, dall’allora arcivescovo Giuseppe Chiaretti, affidandomi una comunità parrocchiale di circa 10mila anime, ho accolto con gioia questo dono che non mi ha visto impreparato grazie all’esperienza della piccola parrocchia di periferia. Altro dono l’ho ricevuto dal nostro giovane arcivescovo Ivan Maffeis nel benedire il mio progetto, quello di venire a Ponte Felcino, con il parroco don Alberto Veschini, a fare vita comune».

Lei è tra i sacerdoti “pionieri” dell’esperienza d’Unità pastorale che vede protagonisti in primis presbiteri affiancati, dove è possibile, dai diaconi, ma come si trova a Ponte Felcino?
«Io mi trovo molto bene in quest’esperienza di vita, perché sono insieme ad un fratello e tra noi c’è una gara di Amore l’uno per l’altro. Anche per questo ringrazio il Signore, perché adesso mi è rimasta la parte più facile della missione sacerdotale, quella di distribuire la grazia di Dio attraverso i sacramenti, non avendo gli impegni prettamente pastorali della parrocchia. Mi resta il “dolce” delle celebrazioni liturgiche: le confessioni e l’Eucaristia, perché ho tutto il tempo a mia disposizione per prepararle bene ed anche questo è un dono del Signore che mi dà serenità e mi fa sentire in qualche modo utile alla Chiesa».

La vocazione di don Giuseppe
Come è nata in lei la chiamata-vocazione al Sacerdozio?
«Ripercorrendo la mia vita a volo d’uccello, ho avuto il momento di grande dolore dal punto di vista umano a cui ha fatto seguito uno successivo dove è partito il progetto di Dio su di me. Il dolore provato ad appena cinque anni d’età fu causato dalla perdita del papà, cavatore di lignite a San Martino in Campo, unica fonte di reddito della nostra modestissima famiglia di quattro figli… Intervenne l’assistenza sociale che fece accogliere me e mio fratello, i figli più piccoli, nell’orfanotrofio delle suore di Gesù Redentore, nel quartiere Bellocchio di Perugia, all’epoca la Casa Generalizia di questa congregazione ancora oggi presente in città con le sue opere socio-educative e caritative.
Per me chiusa una “porta” si è poi aperto un “portone”, perché la madre generale, illuminata, intravvide in me qualche segno di vocazione da coltivare affidandomi alle cure del cappellano don Rino Valigi, una bella figura di sacerdote, quasi un secondo padre per me, che mi suggerì di fare la domanda per entrare al Seminario Minore. Essendo stato “adottato pienamente” dalle suore di Gesù Redentore, la loro casa era la mia casa, fino a quando sono diventato sacerdote, sostenendo loro le spese per la mia istruzione-formazione in Seminario. Ho potuto godere anche dell’ospitalità delle loro case religiose in Italia e all’estero. Una provvidenza del Signore che mi ha aiutato molto a portare a compimento i miei studi e a maturare la mia vocazione al sacerdozio».

Nel suo studio campeggia su una parete una grande immagine di Chiara Lubich…
«Altra esperienza determinante per la mia formazione è stato il contatto con la spiritualità del Movimento dei Focolari di Chiara Lubich con cui ho avuto la possibilità di incontri personali e scambi epistolari. La ricchezza di questo carisma donato alla Chiesa ha condizionato nel bene la mia vita sia personale sia pastorale. Anche questa scelta di venire a fare “focolare sacerdotale” con don Alberto, che condivide pienamente questa spiritualità, è quanto di meglio potessi ricevere in dono dal Signore».

Don Giuseppe Ricci: “Benedetto 8xmille
Tornando al delicato ruolo di economo, come ha utilizzato i finanziamenti derivanti dall’8xmille?

«Ho benedetto il momento in cui monsignor Attilio Nicora, poi divenuto cardinale, è stato l’ispiratore di quell’accordo provvidenziale per le risorse dell’8xmille, preziosissime per compiere tante opere di sostegno, di intervento nelle strutture necessarie agli enti ecclesiastici. Come non ricordare due grandi opere della nostra Chiesa particolare negli anni in cui ho ricoperto la responsabilità di economo, il Centro “Mater Gratiae” e la Casa del Clero.
Il primo fu realizzato con il recupero del complesso un tempo Seminario Minore ridotto a un immenso deposito di 4mila mq, senza nessun utilizzo pastorale, mentre io vedevo l’urgenza per il nostro Clero di avere un luogo dignitoso dove incontrarsi mensilmente e dove poter promuovere e ospitare convegni, incontri, ritiri… All’interno di questo complesso vennero realizzate la grande sala riunioni, poi intitolata all’arcivescovo Pagani, e diverse aule, oltre alla struttura ricettiva del Centro “Mater Gratiae”, con annessi ambienti adibiti ad uffici e foresteria; il tutto con un ampio parcheggio a poco meno di due chilometri dal centro storico.
Altra opera è stata la ristrutturazione della “Casa del Clero” del complesso della Cattedrale, un’altra esigenza condivisa con i pastori per garantire ai nostri sacerdoti un luogo per le loro necessità una volta espletato in parrocchia il servizio pastorale e in assenza di una dignitosa assistenza con l’avanzare dell’età. Con mia gioia vedo oggi valorizzare la “Casa del Clero” dall’arcivescovo Ivan, perché è ritornata pienamente funzionante e con le sue originali finalità».

Non ha trascurato nemmeno la nascita di opere di carità…
«Quando sono stato parroco di Marsciano e Schiavo, abbiamo dato vita all’Emporio Caritas “Betlemme” (Casa del Pane), il quarto aperto in diocesi per volontà del cardinale Gualtiero Bassetti, per la cui realizzazione è stato determinante l’aiuto dell’8xmille. Inoltre è stata fondamentale l’opera svolta da operatori e volontari guidati dal diacono Luciano Cerati, il cui sostegno è stato non poco significativo prendendo a cuore questo funzionante progetto di carità concreta, che va avanti ancora oggi grazie allo stesso diacono Luciano e al mio successore, il giovane parroco don Marco Pezzanera».

Gli anni in parrocchia
A Marsciano ha lasciato un segno anche in questa parrocchia “prestigiosa ma complessa”

«Arrivai a Marsciano salutando i miei nuovi parrocchiani con queste parole: ” rimboccarsi le maniche e seguire Cristo, vero ed unico pastore, dovunque avesse voluto Lui”.
Dopo 17 anni, al momento del congedo, una parrocchiana mi scrisse: “Da saggio e umile servo nella vigna del Signore, Lei, don Giuseppe Ricci, ha mantenuto fede al Suo impegno, vivendo fino in fondo l’esperienza del ‘buon pastore’ che, come dice Papa Francesco, conosce le sue pecore e sa quando è il momento di stare in mezzo ad esse e, a volte, anche dietro di loro. Una volta Lei ha presentato la vita della nostra Comunità con l’immagine di un operoso cantiere, dove ognuno è invitato a collaborare: questo ci ha aiutato a comprendere il valore e la funzione dell’Unità Pastorale, intesa come ‘un modo nuovo di offrire il Vangelo’, integrando le risorse del territorio e sostenendo il ruolo dei laici negli organismi di partecipazione.
Ripercorrere gli anni che vanno dal 2001 al 2018 significa capire quanti doni di Grazia abbiamo ricevuto nel cercare di fare della nostra Comunità ‘la casa di tutti’, sostenuti dal Suo ‘Avanti con coraggio!’ e alla scuola di quella ‘spiritualità di comunione’ che secondo San Giovanni Paolo II ci educa a vedere ‘il fratello come primo strumento prezioso’ per andare a Dio”.
Sono stato e sono tutt’ora un convinto sostenitore delle Unità pastorali, espressioni concrete anche della comunione tra sacerdoti. Non mi dilungo oltre, aggiungo solo un’opera realizzata per i giovani, l’“OSMA” (Oratorio Santa Maria Assunta), anch’essa con il contributo dell’8xmille. Ben presto l’“OSMA” si rivelò un punto di riferimento per tutta la comunità marscianese, perché gli oratori parrocchiali svolgono anche una funzione sociale come del resto noi sacerdoti».
Don Giuseppe Ricci, avviandoci alla conclusione di questo piacevole dialogo-intervista, ci rivela il nome di quella «piccola parrocchia di periferia» che le ha permesso di continuare ad essere curato di anime mentre “curava”, teneva in ordine i conti dell’intera Diocesi?

«È la parrocchia di Castelvieto, nel comune di Corciano, una comunità di appena cinquecento abitanti dove ho trovato persone e famiglie meravigliose. Ricordo, quando ero segretario dell’arcivescovo…, venivano in Curia genitori a chiedere a monsignor Pagani un prete per i loro figli, perché il parroco era malato. Chiese a me di seguire questa comunità almeno la domenica, ma io iniziai quasi subito ad andarci ogni sera, perché, trovando del terreno fertile, diedi vita a degli incontri formativi. Vi celebrai il mio 25° di sacerdozio e fu meraviglioso…

Quando dovetti lasciarla, perché nominato parroco a Marsciano, ricevetti dai giovani di Castelvieto una lettera commovente che conservo tra le mie carte più care. Scrissero un toccante “arrivederci, ad una persona, un padre, un amico, un fratello che è stato per ben 17 anni con noi, anzi, è meglio dire fra noi… È arrivato quasi in punta di piedi, don Giuseppe…, ma ha fatto subito capire che a Castelvieto non era giunta una personalità come tante altre, ma un ciclone dalle idee meravigliose e dalle maniere esaltanti, coinvolgenti; un gentiluomo, oltre che un parroco…, un motivatore! Non era facile farsi apprezzare, e soprattutto seguire, dalla gioventù così bella e piena di potenzialità, ma anche così restia al coinvolgimento…, ebbene lei, don Giuseppe, ci è riuscito.

Il “grazie” dei giovani a don Giuseppe Ricci
Non si deve pensare di chissà quali alchimie o miracoli sia stato autore, serviva una cosa tanto semplice ma così complicata allo stesso tempo… affetto! Con tanto affetto e amore, don Giuseppe, lei ha plasmato un gruppo di giovani assetati di opere buone tra di noi e verso gli altri. La ringraziamo per averci portato un ideale, per essere intervenuto ai nostri incontri, per aver organizzato i nostri incontri, per aver fatto confluire la nostra creatività in quelle belle feste di Natale e dell’Epifania, per averci consigliato, per averci prestato una spalla quando dovevamo piangere, per averci telefonato tutte quelle volte quando si accorgeva che ci stavamo allontanando, per averci sgridato quando ce lo meritavamo… Siamo felici per i giovani della sua nuova parrocchia, perché potranno godere della sua vicinanza, anzi, forse è meglio dire che siamo un po’ invidiosi…”».
Anche dalla testimonianza dei giovani della piccola Castelvieto traspare nitidamente l’affetto di don Giuseppe alla sua Chiesa e alla sua gente, un “investimento”, soprattutto umano e spirituale, andato a buon fine per il bene dell’intera società.

Riccardo Liguori