Il saluto di monsignor Domenico Sorrentino ai partecipanti alla marcia straordinaria della pace Perugia – Assisi

Cari fratelli e sorelle,
abbiamo da poco ricevuto il saluto di papa Francesco. Ci ha chiesto due cose:
1. «accrescere la preghiera per la pace».
2. «avere il coraggio di dire, di manifestare che la pace è possibile».
Per voi, marciatori della pace, l’invito a manifestare sfonda una porta aperta.
Permettetemi di sottolineare, come mi è già capitato di fare nella Lettera ai governanti dei popoli, la prima richiesta del papa: «accrescere la preghiera per la pace».
Facciamo forse fatica a percepire la forza “strategica” di questa parola. Eppure è proprio questa il fondamento di una cultura della non-violenza, che non si limiti a dire “no” alle armi. Da solo, questo “no” potrebbe essere ambiguo. A chi è aggredito potrebbe apparire persino cinico, come una complicità con l’aggressore.

Dentro l’invito alla preghiera c’è l’invito alla conversione di ciascuno di noi, ma anche delle nostre istituzioni e delle nostre politiche. Noi cristiani siamo convinti – in sintonia con quanti esprimono la loro fede in modi diversi, come avvenne nella preghiera per la pace elevata qui da Giovanni Paolo II con i leaders religiosi del mondo il 27 ottobre 1986 e da noi rilanciata il 27 di ogni mese – che se non ritroviamo il senso di Dio come unico Signore della vita, di ogni vita, e come fondamento della nostra fraternità, non avremo abbastanza forza per riconoscere, anche come base delle nostre istituzioni nazionali e internazionali fino all’ONU, che nessuno di noi è padrone della vita, e nessuno può credersi in diritto di usare la forza per risolvere alla sua maniera i problemi del mondo.

La cultura della non-violenza è oggi di fronte a una sfida: dimostrare di avere la capacità di difendere veramente gli aggrediti sostenendo una diplomazia che poggi non su equilibri di potere, ma sulle ragioni della fraternità.

È questa la diplomazia che serve. Papa Francesco si è messo a disposizione. Ieri Zelenski ha detto che accoglierebbe la sua mediazione. E perché non potrebbe accoglierla anche Putin? Questa piazza è la grande scuola della diplomazia della pace di cui è maestro il Poverello di Assisi. Noi vogliamo aiutare le diplomazie ascoltando l’invito del Papa a compiere il primo atto, direi “popolare”, di questa diplomazia, e cioè un atto di verità con noi stessi e dentro noi stessi, di cui è appunto espressione la preghiera, o, per chi non sa pregare, la meditazione sul senso della vita e del mistero che la avvolge. Vi chiedo un minuto di silenzio orante, in cui ciascuno di noi si faccia carico intimamente delle sofferenze di tanti fratelli che stanno morendo e soffrendo in questa guerra e in tutte le guerre del mondo. Un silenzio orante che sia anche un atto di umiltà, in cui ci riconosciamo tutti “custodi” dei fratelli e delle sorelle, e facciamo arrivare un sentimento di fraternità persino a coloro che consideriamo nemici o che sono responsabili della guerra, chiedendo a Dio di toccare i loro cuori.

Questa piazza di pace diventi, almeno idealmente, il luogo ospitale di una diplomazia che metta subito fine a questa sciagurata guerra e ponga le premesse di una pace giusta e duratura in Europa e nel mondo. Grazie, popolo della pace!

Spoleto, celebrata in Duomo la Pasqua di Resurrezione. L’Arcivescovo: «Restiamo impotenti, offesi e umiliati di fronte a questa guerra che costituisce il fallimento dell’umanità. Un augurio particolare lo rivolgo ai circa duecento profughi dall’Ucraina accolti sul nostro territorio con il coordinamento della Caritas».

La sera di sabato 16 aprile 2022 nella Basilica Cattedrale di Spoleto l’arcivescovo Renato Boccardo ha presieduto la Veglia pasquale, concelebrata dai parroci della Città e animata dal coro della Pievania di Santa Maria. Per antichissima tradizione è “la notte di veglia in onore dei Signore” (Es 12, 42), giustamente definita “la veglia madre di tutte le veglie2 (S. Agostino). Questa solenne celebrazione è stata caratterizzata da quattro momenti salienti. La liturgia della luce: il mondo della tenebra è attraversato dalla Luce, il Cristo risorto, in cui Dio ha realizzato in modo definitivo il suo progetto di salvezza. In lui, primogenito di coloro che risorgono dai morti (Col 1, 18), si illumina il destino dell’uomo e la sua identità di “immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1, 26-27). La liturgia della parola: le 7 letture dell’Antico Testamento sono un compendio della storia della salvezza. Nella consapevolezza che la Pasqua di Cristo tutto adempie e ricapitola, la Chiesa medita ciò che Dio ha operato nella storia. La liturgia battesimale: il popolo chiamato da Dio a libertà deve passare attraverso un’acqua che distrugge e rigenera. Con coloro che ricevono il battesimo, tutta la Chiesa fa memoria del suo passaggio pasquale, e rinnova nelle promesse battesimali la propria fedeltà al dono ricevuto e agli impegni assunti in un continuo processo di rinnovamento, di conversione e di rinascita. La liturgia eucaristica: il popolo cristiano, rigenerato nel battesimo per la potenza dello Spirito, è ammesso al convito pasquale che corona la nuova condizione di libertà e riconciliazione. Partecipando al corpo e al sangue del Signore, la Chiesa offre se stessa in sacrificio spirituale per essere sempre più inserita nella Pasqua di Cristo. L’Arcivescovo ha conferito i sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia a tre donne adulte.

Nell’omelia della Veglia mons. Boccardo ha detto che «la risurrezione di Cristo rigenera la nostra libertà, guarisce le sue illusioni, le assegna mete autentiche e costruttive. Ci dispone a collaborare con l’amore di Dio che dà la vita ad ogni creatura, nell’attesa umile ed operosa di quella risurrezione di tutto l’essere umano e di tutto l’universo che avrà il suo pieno compimento e la sua luminosa manifestazione quando e come il Padre vorrà».

Giorno di Pasqua: il pensiero del Vescovo alla guerra in Ucraina e ai profughi accolti dalla Caritas. La mattina di Pasqua mons. Boccardo ha celebrato due Messe: una a S. Lorenzo di Trevi per la riapertura della chiesa restaurata dopo il terremoto del 2016 e quella solenne in Cattedrale a Spoleto. Nell’omelia il Presule ha fatto riferimento alla guerra in Ucraina: «Restiamo impotenti, offesi e umiliati di fronte a questa guerra sacrilega e fratricida che non solo aggredisce, ma nega e viola la persona e costituisce il fallimento dell’umanità». Poi l’invito di mons. Boccardo ai numerosi presenti a fare ognuno la propria parte per la pace: «Se è vero – ha detto – che le sorti dei popoli sono prevalentemente in mano dei cosiddetti potenti, non è vero che io non posso fare nulla per costruire la pace. Posso iniziare vigilando su me stesso, estirpando dal mio cuore pensieri e sentimenti di violenza e di guerra, desideri di sopraffazione e di vendetta, imparando a guardare fuori di me, diffondendo semi e gesti concreti di pace e di giustizia, contribuendo fin da casa mia ad edificare una nuova civiltà in cui l’armonia, il rispetto, il dialogo e la conciliazione siano vissuti quotidianamente. E poi posso pregare: la preghiera è anche una protesta per la violenza del conflitto, ma soprattutto è la richiesta al Signore della storia che ci dia il grande dono della pace».

Lo speciale augurio del Vescovo agli ucraini accolti dalla Caritas. «Un augurio particolare – ha detto mons. Boccardo – lo rivolgo ai circa duecento profughi dall’Ucraina, specialmente mamme e bambini, accolti sul nostro territorio con il coordinamento della Caritas diocesana, e vorrei che il mio personale ringraziamento giungesse a tutti coloro che, in modi diversi, si sono fatti strumento di accoglienza e solidarietà mettendo a disposizione le proprie case, le proprie competenze, il proprio tempo, il proprio cuore». Alla celebrazione era presente il cive sindaco di Spoleto Stefano Lisci.

Perugia – La Veglia pasquale nella Notte Santa presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti. Il presule nell’omelia-messaggio augurale alla comunità diocesana: «E’ impossibile non sentire la bellezza e la gioia di questa chiamata: Cristo è risorto!»

«E’ per la nostra gioia che questa notte è illuminata come il giorno, mentre ci viene dato l’annuncio più grande che la storia abbia mai conosciuto: Cristo è risorto dai morti! Noi siamo quindi salvati, giustificati, redenti». Così ha esordito il cardinale Gualtiero Bassetti nell’omelia-messaggio augurale alla comunità diocesana di Perugia-Città della Pieve della Veglia pasquale nella Notte Santa (sabato 16 aprile), nella cattedrale di San Lorenzo. Celebrazione caratterizzata dai riti della benedizione del fuoco, dell’accensione del cero pasquale e della benedizione dell’acqua battesimale. Durante la liturgia hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana tre catecumene di nazionalità albanese, iraniana e italiana, della parrocchia perugina di San Donato all’Elce.

Sentire la pienezza della nostra vocazione. «La notte, nella Bibbia, ha un significato negativo – ha evidenziato il presule nell’omelia –. È la tenebra, che è l’opposto di Dio. Ma è proprio da questa “notte” che sorge la “stella del mattino, quella che non vede tramonto”. Ecco perché non possiamo, in questa celebrazione pasquale, non sentire la pienezza della nostra vocazione e la stupenda meraviglia di quello che sarà il nostro destino. Noi sappiamo che Cristo è risorto. Questo è l’annuncio dell’Angelo del Sepolcro. E se Cristo è risorto non è vana la nostra predicazione»

La notte può essere trasformata in giorno. «Voi mi direte – ha proseguito il cardinale –, ma rimane nel mondo tanta tenebra, rimangono le ingiustizie, il fragore delle armi nella tormentata Ucraina e in tante parti del mondo. Gli uomini che vogliono rimanere nelle tenebre non attendono, purtroppo, “la luminosa stella del mattino”. Ma in chi questa “stella” l’aspetta, c’è tanto di potenza dello Spirito Santo, che la dilatazione del suo amore può servire alla salvezza di tutti. E allora la notte può essere trasformata in giorno».

Non temete gli ostacoli. Bassetti ha avuto parole rassicuranti nel dire: «Ci sono mille cose ogni giorno che possono farci temere, mille pensieri, mille pietre, come quella del Sepolcro, mille ragionamenti: tutti ostacoli pesanti sul cammino della nostra vita, pesanti e sordi come la pietra del Sepolcro e l’Angelo dice: “perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui, è risorto, non temete!”. La Pasqua libera il cristiano da ogni paura e gli dà la forza di annunciare al mondo intero, come ci ripete l’apostolo Paolo: “Voi siete risorti con Cristo!”».

Cristiano, riconosci la tua dignità. «Se avremo fede, lo ripeto, questa notte si trasformerà in luce e tutti potremo accorgerci che c’è stata data “novità di vita” e che siamo “luce del mondo e sale della terra”. Così poveri, ma così illuminati, così “nulla” e così riempiti di destino e di grandezza, nella vocazione cristiana. Per questo, fratelli e sorelle, mai come stanotte si può ripetere la parola del grande dottore della Chiesa, san Leone Magno: “Cristiano, riconosci la tua dignità”».

Andare ad annunciare. Bassetti ha ricordato che «a noi è nuovamente comandato di andare ad annunciare – come avvenne per le donne del Vangelo -, che Cristo è risorto. Ed è impossibile non sentire la bellezza, la gioia di questa chiamata. Lo dico soprattutto per le nostre sorelle che stanno per ricevere il Battesimo. Si sono preparate, hanno fatto un lungo cammino e lo dico anche per tutti coloro che hanno portato a termine il cammino neocatecumenale (e grazie a Dio sono tanti) e che solennemente rinnoveranno le promesse battesimali dinanzi al vescovo. Occorre comprendere che tutti, gratuitamente, abbiamo ricevuto un destino di luce, che ci spinge ad annunciare che Cristo è risorto, testimoniandolo con la vita e con le opere».

Siamo nel mondo la credibilità di Gesù. Bassetti ha poi esortato tutti i cristiani a «diventare la pasqua visibile del mondo», altrimenti, ha detto, «nel mondo non ci sarà più Pasqua. Quando i non credenti diranno: dov’è la Pasqua? Cos’è la vostra Pasqua? Quando coloro, e purtroppo sono tanti, che si sono staccati dalla Chiesa diranno: dov’è il vostro Cristo? Forse nella favola delle vostre labbra? Guai a noi se non daremo l’unica risposta che deve essere data: “Noi siamo di Cristo, o meglio, siamo “Cristo”, il suo corpo, Lui e la Chiesa… Siamo chiamati ad essere, nel mondo, la credibilità di Gesù, la testimonianza viva che Lui è veramente risorto ed ha salvato il mondo. Non basta più essere veritieri, occorre essere veraci. È grande oggi la responsabilità del cristiano, ma ancora più grande deve essere la sua gioia».

La Pasqua, costante cammino di testimonianza. «Carissimi figli di questa grande Chiesa perusino-pievese, facciamo Pasqua in questo modo. Una Pasqua che non termina con la colomba e con gli auguri di domani, che domani l’altro non ci sono più. La Pasqua sia un costante cammino di testimonianza cristiana. Dice il Vangelo di oggi, che Maria andò correndo a portare l’annuncio. Purtroppo era motivata dall’angoscia: “hanno portato via il Signore!”. Che la nostra corsa – ha auspicato il cardinale Bassetti – sia, invece, motivata dalla gioia».

Terni – Veglia Pasquale presieduta dal vescovo Soddu. “Il sepolcro di Cristo sia anche per noi il luogo da cui il nostro pensiero e il nostro impegno nei confronti dei fratelli e sorelle sofferenti non si deve mai staccare; diventi il luogo di incontro per un mondo rinnovato”.

Celebrata la veglia pasquale nella Cattedrale di Terni con la suggestiva liturgia, presieduta dal vescovo Francesco Antonio Soddu, iniziata sul sagrato della chiesa con la benedizione del fuoco nuovo e con l’accensione del cero pasquale, portato in processione lungo la navata centrale della cattedrale al canto del Lumen Christi.
È seguita la liturgia della parola con le letture dell’Antico Testamento e del Vangelo e quindi la liturgia battesimale con la benedizione dell’acqua del fonte battesimale, il rinnovo delle promesse battesimali e l’aspersione dell’assemblea. Con l’acqua del fonte battesimale sono stati battezzati tre adulti che hanno ricevuto anche il sacramento dell’Eucarestia e il sacramento della Confermazione insieme ad altri sette adulti di alcune parrocchie di Terni.
«E’ un momento carico di emozione quello che viviamo, il punto più alto della nostra vita cristiana e ecclesiale – ha detto il vescovo nell’omelia -. Incontrare il Signore risorto, questa realtà fondamentale della nostra fede è per l’umanità intera il dono essenziale in forza del quale, liberati dal peccato, abbiamo l’opportunità di vivere in Cristo Gesù come figli di Dio, di vivere cioè la stessa dimensione divina. Tutto ciò avviene e si realizza non dentro gli orizzonti di un mondo immaginario, fantasioso che non esiste, tutt’altro! Abbiamo la possibilità di vivere tutto questo dentro il nostro mondo e in questo nostro tempo da persone nuove. In tal modo abbiamo la straordinaria opportunità di testimoniare questa novità, vivendo secondo il Vangelo, rinnovando noi stessi e di conseguenza il mondo entro cui siamo chiamati a vivere».
«Cristo ha vinto la morte! Egli ha vinto le nostre morti: quelle dell’egoismo, della prevaricazione, dell’orgoglio, dell’odio, della paura, della confusione, della droga, della non accoglienza, delle guerre. E vincendo la morte ha dato al mondo la pace. Davanti alle notizie che quotidianamente ci giungono a mezzo degli organi di informazione e di comunicazione sociale siamo messi di fronte a una storia che dice tutto il contrario: ciò che vince è la morte, l’inimicizia, l’odio; e ciò che regna non è la pace quanto piuttosto la guerra, la distruzione e quindi il peccato. Dovremmo riflettere sempre di più sull’accostamento, anzi sulla relazione intrinseca che lega questo binomio: guerra/distruzione e peccato; compreso tutto ciò che vi sta alla base e da cui si originano. Pertanto, senza andare molto lontano, dobbiamo avere consapevolezza che anche nella nostra Italia come anche nelle nostre città e borghi emergono, più o meno prepotentemente ma con assoluta chiarezza, dei segni contradditori rispetto a questo giorno di Pasqua».

La storia della Bibbia viene riscritta nelle distruzioni dell’oggi
«Davanti a tutto questo molti si chiedono dove sia Dio, se il mistero Pasquale del Signore Gesù sia vero, sia reale; se la Pasqua oggi abbia significato.
Davanti alle atrocità di ieri, di oggi e di sempre sembra che di tanto in tanto venga riscritta quella storia presente nella Bibbia fin dai primissimi capitoli, cioè da una parte il progetto bello, creatore di Dio e dall’altra il progetto distruttivo che gli va contro. Le prime pagine del libro della Genesi questo mettono in risalto. Ed è quanto ancora oggi si ripete.
Quanto, nonostante le lezioni della storia, l’umanità con le sue egoistiche ambizioni cerca di annullare i progetti di bene, di uccidere i propri simili, di dire il falso, di rovinare la creazione? Quanto ancora oggi si ripetono quelle dinamiche dei racconti biblici, in cui la presunzione umana annienta il proprio simile per occupare il posto stesso di Dio?
Quanto soprattutto in questi giorni soffriamo e trepidanti poniamo anche dei seri dubbi sulla stessa sopravvivenza dell’umanità?
Davanti a questi interrogativi dobbiamo sempre più avere la consapevolezza che se l’umanità ha la capacità di dare ancora potere alla morte, questo avviene perché in una maniera o nell’altra più o meno consapevolmente, dà sfogo alla potenza distruttiva del peccato, il quale è l’alimento principale della morte. E lo alimenta, lo sappiamo, a partire da cose che all’inizio possono sembrare innocue: i pensieri, le parole, le omissioni e qualche opera. Davanti a tutto ciò oggi più che mai ci si nasconde dietro a giustificazioni apparentemente neutre evidenziate dalla tipica espressione: “ma che male c’è?”

Le piaghe del signore nei corpi delle vittime della violenza
Davanti a questa pagina terribile della nostra storia, si pone in controluce la storia del Figlio di Dio incarnato, Gesù Cristo, il quale anche per questa nostra attualità ha dato la sua vita, ha vinto la morte e risorgendo ha inaugurato l’era nuova del mondo in cui la morte non ha più potere.
Nei corpi martoriati e vilipesi dei fratelli e delle sorelle mostratici dai mezzi di comunicazione sociale, sono presenti le piaghe del Signore. In quei corpi a cui la malvagità umana ha addirittura negato il sepolcro, così in Ucraina, come in Africa e in altre parti del mondo; come avviene anche in Italia nelle persone maltrattate nelle case di accoglienza per anziani o nelle scuole materne, o fatti a pezzi e buttati nei fiumi o nelle discariche, nei continui fatti di cronaca, che riportano il perpetrarsi di violenze domestiche o abusi sui minori o sulle persone fragili, emerge ancora e soltanto il sepolcro quale luogo di morte e di dissoluzione.

La salvezza di Cristo e l’impegno verso i fratelli
Il giorno di Pasqua, il sepolcro di Cristo è anche il luogo da cui si dipana e prende slancio il messaggio della Risurrezione. Sia anche per noi il luogo da cui il nostro pensiero e il nostro impegno nei confronti dei fratelli e sorelle sofferenti non si deve mai staccare; diventi quindi anche per noi il luogo di incontro per un mondo rinnovato, all’insegna della Pasqua. Egli il Signore, insieme alle vittime di ogni violenza umana invoca ancora la pace. Pace per noi, pace per il mondo intero.
Si lo so, non è semplice, non è per niente facile chiamare in causa la pace quando si è aggrediti ingiustamente… Ma mi chiedo se sia meno complicato invocare la pace quando gli squilibri tra stati, nazioni e persone generano vergognose diseguaglianze e povertà che, sempre per egoismo di parte, non vengono fatte emergere o peggio ancora vengono nascoste o sottaciute?
Per tutti questi interrogativi Dio ha pensato e realizzato una nuova creazione tramite il dono del proprio Figlio il quale nella sua carne, nella quale era presente la nostra umanità, ha fatto morire il suo corpo e quindi nel suo corpo il peccato del mondo.
Il Signore risorto era, è e rimane la pietra fondamentale per la costruzione di un nuovo ordine delle cose e del mondo. Ogni qualvolta noi costruttori non lo prendiamo in debita considerazione o ce ne dimentichiamo preferendo altro materiale, tutto ciò che tentiamo di edificare, non avendo salde fondamenta, si ritorce inesorabilmente contro di noi. La Pasqua è questo regalo, questa Grazia. Spetta a noi accoglierlo come dono ed esserne capaci di donarcelo scambievolmente».

Nella mattina di Pasqua il vescovo ha celebrato la solenne messa nella concattedrale di Narni.

Città di Castello – messaggio del vescovo Cancian per la Pasqua

Soprattutto in questo tempo in cui, prima per il covid (purtroppo ancora in atto) e poi per la guerra in Ucraina, anzi per le tante guerre in corso, abbiamo bisogno della festa di Pasqua.
Perché siamo tentati di cedere alla sfiducia e allo scoraggiamento. Nei nostri volti un po’ tristi leggiamo domande tipo: ma riusciremo a vivere in pace? Siamo ancora alla logica: se vuoi la pace prepara le armi per la guerra? Saremo capaci a non distruggere, inquinare, a rendere invivibile questo mondo?
Domande che valgono a livello globale, ma che interpellano ognuno di noi nelle nostre relazioni quotidiane a partire dalla famiglia, dai luoghi di lavoro, dalla vita sociale. È infatti abbastanza facile non rispettare, non perdonare…rompere legami affettivi e di sangue.
Sono i grossi interrogativi che emergono in maniera forte e che non trovano risposte certe, nonostante tanti comportamenti esemplari, tanta sensibilità e solidarietà che pure ci sono.
La Pasqua cristiana è la festa più grande e più bella perché celebra il fatto assolutamente unico e storicamente documentato della resurrezione da morte di Gesù e di quelli che credono in lui. Risurrezione dalla morte e dal male, soprattutto dalla violenza e dall’ingiustizia superate con l’amore che Cristo ha testimoniato nella sua vita e in modo straordinario nella sua Passione. Amore che si è rivelato vincente sull’odio che contro di Lui si è scatenato.
Senza questa prospettiva la nostra vita finirebbe con la morte che non raramente arriva in modo tragico, come per le innumerevoli vittime delle guerre, delle ingiustizie e delle malattie invalidanti.
Le parole del Risorto sono molto confortanti. A noi ripete quello che aveva detto ai suoi discepoli impauriti e smarriti: “Pace a voi! Non temete io sono qui con voi, ho vinto il male con l’amore, sono pronto a sostenere la vostra buona volontà per costruire il mondo fraterno che io sono venuto a inaugurare!”
Abbiamo bisogno di questa Festa e di questa Presenza del Risorto che sveglia la nostra speranza e attiva tutte le nostre risorse per passare dall’odio all’amore, dalla rassegnazione all’impegno responsabile per tirar fuori il meglio di noi, ogni giorno, ogni momento.
Con il Signore e con la nostra buona volontà possiamo camminare insieme sulla strada della Pace, superando ogni forma di male con il dialogo e la collaborazione fraterna e dirigerci verso la Pasqua nella quale saremo per sempre nella gioia di una comunione piena col Signore e tra di noi!
Auguro che tutti possiamo pregustare qualcosa del genere nella Pasqua 2022!

Come usava dire S. Francesco: “Il Signore ti dia pace!”

+ Domenico Cancian Vescovo di Città di Castello

Perugia: la Cattedrale di San Lorenzo torna ad accogliere i sacerdoti dell’arciPerugia – Messa Crismale. Il card. Bassetti ringrazia i preti per il loro ministero. Il vescovo ausiliare Salvi: “È stato un anno importante per la nostra arcidiocesi”

La Chiesa perugino-pievese si è ritrovata nella Cattedrale di San Lorenzo per la celebrazione della Messa Crismale, una delle occasioni che riuniscono tutti i sacerdoti del clero diocesano intorno ai loro pastori. Dopo i due anni della pandemia, con il tono dimesso della benedizione degli oli per i sacramenti – ha spiegato il cardinale Gualtiero Bassetti -, la liturgia del Mercoledì santo torna solenne e partecipata, dai consacrati e dai fedeli.
“È una gioia, lasciatemelo dire – ha commentato Bassetti nell’omelia -, poterci ritrovare oggi, fedeli e sacerdoti, così numerosi nella nostra chiesa cattedrale, per quella che viene definita nel Rituale per la benedizione degli Oli, una «epifania della Chiesa». E non posso non dire, carissimi, permettetemi questa nota personale, che questa è l’ultima Messa Crismale che presiedo come Vescovo della diocesi di Perugia-Città della Pieve”.
L’arcivescovo fa poi riferimento alla pagina del profeta Isaia letta dall’ambone. “Sembra davvero – ha affermato Bassetti – che il profeta stia parlando non della situazione del popolo di Israele in esilio, ma delle sofferenze che in queste ore stanno vivendo coloro che sono vittime dell’invasione dell’Ucraina, e hanno perso la propria terra, la casa, i propri familiari, la stessa vita. A questi poveri però il Signore annuncia un cambiamento. Sappiamo bene (e la festa della Pasqua significa anzitutto questo), che la morte non è l’ultima parola per Dio e il suo Messia”.
Nell’omelia, il cardinale si è rivolto anche ai preti diocesani ricordando l’unzione della consacrazione e il rinnovo delle promesse sacerdotali. E ha ringraziato ciascuno per il ministero svolto tra la gente, a nome del Signore e di tutto il popolo cristiano.
“Carissimi sacerdoti – ha detto il cardinale Bassetti -, tra poco riceverete gli Oli che verranno custoditi nelle vostre chiese, e che saranno accolti dalle vostre comunità parrocchiali. (…) Questi Oli sono il segno della presenza del Risorto nella nostra Chiesa, di colui che agisce in voi come agiva una volta. Quando avrete tra le vostre mani questi Oli, ricordate che «l’Olio è sostanza terapeutica, aromatica e conviviale: medica le ferite, profuma le membra, allieta la mensa»”.
La celebrazione della Messa Crismale, come di consueto, è stata aperta dal messaggio del vescovo ausiliare Marco Salvi. “Siamo grati al Signore per aver vissuto insieme questo anno importante per la nostra Arcidiocesi – ha detto mons. Salvi -, in cui sono ripartite con grande entusiasmo tutte le attività pastorali che la pandemia ci aveva costretto a sospendere. Un anno di grande grazia in cui abbiamo avuto sei ordinazioni sacerdotali e abbiamo aperto il cammino sinodale che ci condurrà fino al 2025. Voglio esprimere il mio personale affetto e ringraziamento per la sua paterna presenza all’arcivescovo Gualtiero che proprio pochi giorni fa ha compiuto il suo ottantesimo compleanno avviandosi al termine del suo episcopato, iniziato al servizio della Chiesa perusino-pievese il 4 ottobre del 2009”.
Il vescovo Marco ha anche salutato e ringraziato i sacerdoti che nel 2022 celebrano un particolare anniversario di ordinazione, soprattutto il primo, il venticinquesimo e il cinquantesimo di sacerdozio. Fra questi ultimi: don Leonardo Romizi, padre Rino Bartolini, padre Vittore di Cesare e padre Ennio Tiacci. Ha poi ricordato i confratelli che sono tornati alla Casa del Padre nell’ultimo anno liturgico: l’arcivescovo emerito mons. Giuseppe Chiaretti e i presbiteri mons. Marino Riccieri e mons. Siro Nofrini, e ha affidato all’intercessione della Beata Vergine Maria delle Grazie tutti i consacrati e pregato per le vocazioni.

L’OMELIA DEL CARD. BASSETTI
Carissimi fratelli e sorelle,
l’anno passato, per la Messa Crismale di mercoledì 31 marzo, ricordo di aver detto all’inizio dell’omelia che era ormai la seconda volta che celebravamo in modo dimesso questa solenne liturgia, perché a causa della pandemia era stata prevista una ridotta partecipazione del popolo di Dio.
È una gioia, lasciatemelo dire, poterci ritrovare oggi, fedeli e sacerdoti, così numerosi nella nostra chiesa cattedrale, per quella che viene definita nel Rituale per la benedizione degli Oli, una «epifania della Chiesa» (Premesse al Pontificale Romano. Benedizione degli Oli e dedicazione della Chiesa e dell’altare, 10). E non posso non dire, carissimi – permettetemi questa nota personale – che questa è l’ultima Messa Crismale che presiedo come Vescovo della diocesi di Perugia-Città della Pieve.
Come avrete notato, partecipando alla preghiera della Chiesa, nei primi giorni di questa Settimana Santa le letture bibliche sono tutte riferite al mistero della Passione di Gesù. Per la Messa del Crisma esse, più precisamente, illustrano il compito messianico di Cristo e la sua continuazione nella Chiesa.
Vorrei ora soffermarmi brevemente sulla prima lettura, che offre a noi una luce per leggere anche l’attualità, e poi vorrei riscoprire insieme a voi il senso di questa celebrazione eucaristica così speciale, con la liturgia della benedizione degli Oli.
Nella pagina di Isaia, che si trova quasi alla fine del lungo libro profetico, per la prima volta si ascolta la voce narrante di chi parla in prima persona, e che si presenta e racconta della sua unzione.
Non viene detto chi stia parlando: è lo stesso profeta, che racconta dello Spirito che ha ricevuto? È un “servo”, che ha una speciale missione da compiere, in nome di Dio? Più che un singolo individuo, è forse l’intero popolo di Israele?
Noi cristiani sappiamo che Gesù stesso si è riconosciuto in quelle parole, e i suoi discepoli – come lo stesso evangelista Luca, che racconta di come a Nazaret il Signore abbia letto questa pagina – hanno visto nel volto di quel profeta il volto di Cristo Gesù.
Carissimi, è quasi inutile ricordare che oggi, in questo triste tempo di pandemia e di guerra, le parole di Isaia acquistano un significato ancora più forte: parlano di afflizione, lutto, mestizia. Ma la missione di colui che è stato unto dalla Spirito è proprio quella di infondere speranza; in particolare, come si è ascoltato dalle prime frasi della profezia, suo è il compito di portare un lieto annuncio ai miseri, di fasciare le piaghe, di scarcerare i prigionieri.
Sembra davvero che il profeta stia parlando non della situazione del popolo di Israele in esilio, ma delle sofferenze che in queste ore stanno vivendo coloro che sono vittime dell’invasione dell’Ucraina, e hanno perso la propria terra, la casa, i propri familiari, la stessa vita.
A questi poveri però il Signore annuncia un cambiamento. Sappiamo bene (e la festa della Pasqua significa anzitutto questo), che la morte non è l’ultima parola per Dio e il suo Messia.
Un cambiamento anche in questo conflitto però è possibile solo con l’aiuto del Signore, perché – come ci ha ricordato papa Francesco nell’Angelus della scorsa Domenica delle Palme – «nulla è impossibile a Dio». «Nulla è impossibile a Dio – ha detto il Papa – anche far cessare una guerra di cui non si vede la fine. Una guerra che ogni giorno ci pone davanti agli occhi stragi efferate e atroci crudeltà compiute contro civili inermi» (Angelus, 10 aprile 2022).
Se la pace è opera di Dio, e il cambiamento dalla morte alla vita può venire soltanto da lui, un ruolo speciale, nell’opera annunciata dal profeta Isaia al popolo affranto, è svolto dai sacerdoti: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti» (Is 61,6), dice il Signore.
Dal santo Crisma tutti i fedeli in Cristo, cioè i “cristiani”, prendono il loro nome, ma sappiamo bene che i sacerdoti hanno ricevuto un’unzione che esprime una speciale missione. Ecco perché – come si legge ancora nell’Introduzione alla liturgia della benedizione degli Oli – «la Messa crismale rende evidente il clima di una vera festa del sacerdozio ministeriale all’interno di tutto il popolo sacerdotale» (Benedizione degli Oli e dedicazione della Chiesa e dell’altare, 10).
Il Prefazio che tra poco ascolterete spiega, infatti, che il Cristo «nel suo amore per i fratelli sceglie alcuni che, mediante l’imposizione delle mani, rende partecipi del suo ministero di salvezza, perché rinnovino nel suo nome il sacrificio redentore [… e], servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la Parola e lo santifichino con i sacramenti».
Carissimi fratelli nel sacerdozio, oggi è il giorno in cui ricordiamo la nostra unzione e rinnoviamo le nostre promesse sacerdotali. È la giusta occasione per ringraziarvi, e voglio farlo a nome del Signore e di tutto il popolo cristiano.
Voglio ringraziarvi per quello che siete, e per il ministero che svolgete.
Voglio ringraziarvi per la cura che avete avuto verso i vostri parrocchiani, in particolare i malati, gli anziani, i bambini.
Voglio ringraziarvi quando assistete, guidate e consigliate i tanti gruppi, le associazioni, i movimenti che vi sono affidati.
Voglio ringraziare quelli di voi che si occupano dei più poveri, attraverso le Caritas e gli empori; quelli che hanno cura degli infermi e dei medici e del personale sanitario negli ospedali, nelle RSA, negli hospice; quelli che consolano i carcerati e si occupano del personale impiegato nelle carceri.
Voglio ringraziare voi che custodite il patrimonio religioso e artistico delle nostre chiese e delle nostre istituzioni culturali, e quelli che insegnano e studiano.
Voglio ringraziare voi, carissimi sacerdoti – e insieme a voi, i diaconi – perché con la vostra preghiera e i sacramenti che celebrate tenete viva la speranza nel popolo di Dio che vi è affidato.
E preghiamo, fratelli e sorelle, perché il Signore Gesù chiami ancora giovani a consacrarsi nella nostra Chiesa.
Carissimi sacerdoti, tra poco riceverete gli Oli che verranno custoditi nelle vostre chiese, e che saranno accolti dalle vostre comunità parrocchiali.
È con l’Olio dei catecumeni che, a nome di Cristo e della Chiesa, ungerete coloro che devono ricevere il battesimo per essere rafforzati negli impegni della vita cristiana. Con l’Olio degli infermi consolerete coloro che sono toccati dalla malattia. Con il Crisma consacrerete i neobattezzati, e lo stesso Olio sarà il segno della consacrazione dello Spirito; sempre con il Crisma saranno unti i sacerdoti, in vescovi, e gli altari e le pareti di una nuova chiesa.
Questi Oli, carissimi sacerdoti, sono il segno della presenza del Risorto nella nostra Chiesa, di colui che agisce in voi come agiva una volta. Quando avrete tra le vostre mani questi Oli, ricordate che «l’Olio è sostanza terapeutica, aromatica e conviviale: medica le ferite, profuma le membra, allieta la mensa» (Benedizione degli Oli e dedicazione della Chiesa e dell’altare, 9).
In questa Pasqua, carissimi fratelli e sorelle, gli Oli sono per tutti noi soprattutto il segno sacramentale della consolazione che Gesù Cristo ci vuole donare, Lui che è stato unto per «portare il lieto annuncio ai miseri», «fasciare le piaghe dei cuori spezzati», «consolare tutti gli afflitti» (cf. Is 61,1-3).

IL SALUTO DI MONS. SALVI
Carissimo Arcivescovo Gualtiero, cari presbiteri e diaconi, cari fratelli e sorelle, è una grande gioia essere qui riuniti insieme, nella nostra Chiesa Cattedrale per la Messa del Crisma.
Siamo grati al Signore per aver vissuto insieme questo anno importante per la nostra Arcidiocesi, in cui sono ripartite con grande entusiasmo tutte le attività pastorali che la pandemia ci aveva costretto a sospendere. Un anno di grande grazia in cui abbiamo avuto sei ordinazioni sacerdotali ed abbiamo aperto il cammino sinodale che ci condurrà fino al 2025. Voglio esprimere il mio personale affetto e ringraziamento per la sua paterna presenza all’arcivescovo Gualtiero che proprio pochi giorni fa ha compiuto il suo ottantesimo compleanno avviandosi al termine del suo episcopato, iniziato al servizio della chiesa perusino-pievese il 4 ottobre del 2009.
Un anno in cui abbiamo riorganizzato e ristrutturato gli uffici di curia con i loro compiti. Un anno segnato anche da momenti di difficoltà e di sofferenza.
Ci aspetta quindi un nuovo inizio, una nuova partenza, come ci ha ricordato Papa Francesco ‘Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio’: senza inventarci nulla, dobbiamo imparare a vivere insieme un modo nuovo di fare Chiesa, attenti a condividere e pronti ad ascoltare. Anche le nostre parrocchie devono aprirsi a questo nuovo metodo di comunione intraprendendo un profondo rinnovamento pastorale, che faccia dell’annuncio e dell’esempio di vita un vero e proprio metodo di azione. Alla base del nostro rinnovamento è indispensabile porsi in ascolto e l’ascolto richiede tempo. Lasciamoci sorprendere e al tempo stesso sconvolgere dall’ascolto. L’ascolto ci fa comprendere che non siamo soli e ci aiuta ad uscire dalla solitudine in cui spesso ci troviamo. Come ho più volte ricordato, avviamo cantieri sinodali, perché questo stile diventi permanente e diffuso, fatto di lavoro insieme, di condivisione, di dialogo, di confronto e di discernimento.
Nel rinnovare oggi le promesse sacerdotali, confermando la nostra totale adesione al Signore, ricordiamo alcuni sacerdoti che celebrano quest’anno particolari anniversari nel loro ministero: don Savariyar Thiruthuvadoss per il 25° anniversario di ordinazione; don Leonardo Romizi, padre Rino Bartolini, padre Vittore di Cesare, padre Ennio Tiacci per il 50° anniversario di ordinazione; don Samy Cristiano Abu Eideh, don Vittorio Bigini, don Daniele Malatacca, don Simone Strappaghetti, don Michael Tiritiello, don Emmanuel-John Olajide per il 1° anniversario di ordinazione.
Ricordiamo nelle nostre preghiere e in questa celebrazione i confratelli che sono tornati alla Casa del Padre nell’ultimo anno liturgico: l’arcivescovo emerito mons. Giuseppe Chiaretti e i presbiteri mons. Marino Riccieri e mons. Siro Nofrini.
Affidiamo all’intercessione della Beata Vergine Maria delle Grazie tutti i consacrati e preghiamo per le vocazioni.

Terni – Messa Crismale. Mons. Soddu: “I sacerdoti hanno il dovere morale di essere accoglienti, poveri tra i poveri, annunciatori e testimoni della ricchezza della solidarietà, della condivisione, della partecipazione”.

Le celebrazioni del triduo pasquale sono precedute dalla Messa Crismale del mercoledì santo, presieduta nella cattedrale di Terni dal vescovo Francesco Antonio Soddu, a tre mesi dal suo ingresso in diocesi, alla presenza di tutti i sacerdoti diocesani e religiosi, diaconi, religiose, laici delle varie parrocchie della diocesi.
La celebrazione crismale rappresenta l’unione e la comunione di tutti i presbiteri nel ministero del sacerdozio e della missione evangelizzatrice a cui sono stati chiamati, ma anche di unione con l’intera comunità ecclesiale.
Il vescovo ha benedetto gli olii sacri che saranno usati nell’amministrare i sacramenti: l’olio dei catecumeni col quale sono unti coloro che vengono battezzati; del crisma, una mistura di olio e essenze profumate usata nel battesimo, nella cresima, nella ordinazione di sacerdoti e vescovi, nella dedicazione delle chiese; l’olio degli infermi, che viene utilizzato per dare conforto ai malati e per accompagnare all’incontro col Padre, i moribondi fortificati e riconciliati.

«Con grande gioia e commozione celebro con voi la prima Messa Crismale del mio episcopato – ha detto il vescovo nell’omelia -. Base di tutto, presupposto essenziale per ogni nostra azione è la presenza, anzi l’immanenza dello Spirito Santo nella nostra vita. Ogni nostra azione non potrà che essere il riflesso dei doni che lo stesso Spirito effonde su di noi, affinché possiamo esserne pienamente compresi. Lo sguardo del Padre attraverso l’amore dello Spirito ci consacra e ci rende abili alla celebrazione dei Misteri di Cristo, primo fra tutti la Santissima Eucaristia, dalla quale prende forma e sostanza sia il nostro essere come tutta la vita della Chiesa. Sia la Celebrazione Eucaristica quotidiana nutrimento, respiro e palpito del nostro stesso esistere».

La comunità sacerdotale
«Il presbiterio vive in una forma comunitaria, aspetto questo che dobbiamo sempre presidiare, custodire e coltivare; allontanando da noi ogni forma o tentazione di isolamento, di personalismi e visioni di parte che indeboliscono il corpo, lo fanno ammalare e lo portano progressivamente alla distruzione. Lo sappiamo bene, tutto questo è possibile non tanto in forza di chissà quale mirabile nostro sforzo, quanto piuttosto attraverso il presupposto di una virtù essenziale: quella dell’umiltà, unica dote capace di arginare il peccato, generare disponibilità e dare vigore e slancio ad ogni buon proposito».

Il sacerdozio, vicinanza ai poveri
«Portare la bella notizia ai poveri, di qualsiasi genere di povertà si tratti, significa, non tanto pronunciare belle parole molto spesso prive di consistenza, quanto piuttosto essere amici dei poveri nel bene; farli sentire, attraverso la nostra vicinanza, amati da Dio; e questo, paradossalmente, più che a parole si opera mediante l’eloquente silenzio dei fatti concreti. Fatti concreti che, nel contatto con le persone hanno, ciascuno, un nome specifico, che iniziando dalla cordialità e gentilezza dei modi con cui ci rapportiamo con tutti, specialmente con i più indifesi, si sviluppano fino a generare il tessuto e il terreno entro cui germoglia e prende forma solo il bene.
In un mondo in cui, come si esprime papa Francesco, prevale l’economia dello scarto, noi abbiamo il dovere morale – in quanto consacrati dallo Spirito – di essere accoglienti, poveri tra i poveri, annunciatori e testimoni della ricchezza della solidarietà, della condivisione, della partecipazione. Unica ricchezza, questa, capace di contenere azioni di investimento redditizio, sia per il tempo presente come anche per il futuro e infine per l’eternità.
Essere una sorta di chiave che apre le porte, il “reagente” che ammorbidisce le sbarre di qualsiasi situazione in cui le persone si trovino ad essere imprigionate: schiave di sé stesse, del proprio egoismo, dei contesti storici, sociali e familiari. Presentare e quindi donare, mettere a disposizione la nostra vita; che sia quindi limpida, bella e santa, per leggere ed interpretare ogni questione annosa e pertanto capace di affrancare da ogni genere di oppressione».

Testimoni del Vangelo
«Allontaniamo da noi la tentazione di scrivere, anche solo di abbozzare con la nostra condotta e scelte di vita o correnti di pensiero, altra storia che non sia quella del Vangelo rivolto ai poveri, o che sia anche semplicemente ad esso parallela. Sia piuttosto la nostra vita sempre Vangelo vivo, nel nostro oggi, nella concretezza di questo nostro tempo e mai anacronistica, fuori dal tempo e quindi fuori luogo».

«Non abbiamo mai timore di essere snodo nel continuo transitare dei diversi convogli esistenziali della gente che spesso si trovano ad essere caricati sulle nostre povere vite. Anzi, sentiamo il dovere di doverli andare a cercare, ad immagine del Buon Pastore. Abbiamo piuttosto la premura di dover essere noi sempre ben manutentati nella carità attraverso l’olio santo della letizia che proviene dal Signore».

Il vescovo ha ricordato quei sacerdoti e diaconi che in questo anno ricordano un particolare anniversario: i 10 anni di sacerdozio don Josivaldo Assis De Oliveira, don Gian Luca Bianchi, padre Valdeci Trigo Ribeiro e il diacono Falocco Leonello; i 25 anni don Vincent Bekia e il diacono Marcello Del Fabbro; i 30 anni di sacerdozio can. Roberto Adami, can. Claudio Bosi, padre Pietro Messa; i 40 anni di sacerdozio mons. Paolo Carloni, don Franco Semenza.

Spoleto – messa crismale. L’Arcivescovo ai presbiteri e ai fedeli: «Le energie profuse nei reciproci attacchi sono sottratte all’annuncio del Vangelo e alla carità. La sanificazione delle relazioni comincia dalla lingua: più silenzio, più preghiera, più ascolto e servizio e meno mormorazioni, meno passione per le polemiche sterili e per gli sfoghi risentiti».

Nel tardo pomeriggio di mercoledì 13 aprile 2022 nella Basilica Cattedrale di Spoleto l’arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo, insieme a tutti i presbiteri, diocesani e religiosi, ha presieduto la Messa Crismale. Questa celebrazione sottolinea l’unità della Chiesa raccolta intorno al proprio Pastore; in questa Messa vengono consacrati gli Oli Santi (il Crisma, quello dei Catecumeni e quello degli Infermi) e i presbiteri rinnovano le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione. La liturgia è stata animata dalla corale diocesana diretta da Mauro Presazzi, con all’organo Angelo Silvio Rosati. Il servizio all’altare è stato curato dai seminaristi e da un bel gruppo di ministranti, coordinati dal cerimoniere arcivescovile don Pier Luigi Morlino.

L’Arcivescovo ha ricordato quei sacerdoti che in questo anno ricordano un particolare anniversario: don Sebastiano Urumbil, parroco di Vallo di Nera; 25 anni; mons. Eugenio Bartoli, parroco di Strettura di Spoleto e presidente del Centro di Solidarietà “don Guerrino Rota”, 50 anni; mons. Oreste Baraffa, priore emerito di Trevi, 55 anni; padre Mario Di Quinzio, degli Agostiniani di Cascia, e padre Angelo De Sanctis, dei Passionisti della Madonna della Stella, 60 anni; mentre con gratitudine è stata fatta memoria di quei presbiteri tornati alla Casa del Padre: mons. Giampiero Ceccarelli, don Guerrino Conti, padre Giorgio Giamberardini dei Passionisti.

I cinque verbi per essere “generativi”. Nell’omelia mons. Boccardo, rivolgendosi ai “suoi” presbiteri e con essi a tutte le comunità, ha elencato alcuni atteggiamenti necessari per essere “generativi”, che si declinano in cinque verbi. «Innanzitutto – ha detto – occorre desiderare. La situazione attuale ci richiede un passaggio decisivo nella forma di esercizio del ministero: da un sacerdote mediatore del sacro che si pensa come guida solitaria a un prete in un ordine presbiterale che non può pensarsi isolato, ma sempre inserito in uno stile di comunione e collaborazione. Le energie profuse nei reciproci attacchi sono sottratte all’annuncio del Vangelo e alla carità. La sanificazione delle relazioni comincia dalla lingua: più silenzio, più preghiera, più ascolto e servizio e meno mormorazioni, meno passione per le polemiche sterili e per gli sfoghi risentiti». Poi, mons. Boccardo ha parlato di concepire: «Può essere frutto soltanto di un atto d’amore! Generare la Chiesa è un gesto di passione, di amore tenero e forte, di incontro che esige attesa vigile, pazienza, parola, silenzio, fedeltà quotidiana e seria. Si può concepire solo dentro un disegno comune, con il desiderio di costruire una storia insieme. Per generare bisogna parlare ciascuno la propria Iingua capendo quella deII’altro. Nessuno perde la sua identità, ma genera nuove storie di vita, apre orizzonti di speranza». Il terzo atteggiamento delineato dal Presule è il mettere al mondo: «Auguro a ciascuno di voi di saper mantenere vivo il ricordo dei giorni in cui il ministero vi ha dato gioia profonda per aver trasmesso fiducia e speranza, quando avete donato la pace nel sacramento della Riconciliazione, asciugato qualche lacrima, riempito una casa della parola che rincuora, distribuito una carezza che consola, quando avete dato un pane ad un povero. Ricordiamolo: noi siamo amministratori e non creatori della vita, servi nel ministero e non padroni del gregge». La quarta azione è il prendersi cura: «Tutti dobbiamo imparare sempre di nuovo ad amare questa nostra Chiesa, e non solo il nostro orticello, ad amarla insieme, di un amore folle, senza calcoli meschini. “Prendersi cura” è la forma eminente della carità pastorale, è il cuore del pastore, è la gioia di una comunità che beve alla sorgente fresca e zampillante, è la grazia di una parrocchia che sprigiona attorno a sé fascino e bellezza. “Prendersi cura” è il luogo della maturità umana del prete, della sua crescita spirituale, della serenità del dono, della tenerezza delle relazioni». E infine l’ultima azione è il lasciar andare: «Generare vuol dire lasciar partire, scoccare, con l’arco della nostra carità, la freccia che entra nel futuro! La Chiesa “non è mia, non è nostra, ma è del Signore!”, diceva Papa Benedetto XVI. Chi è pastore così, chi “Iascia andare”, genera vita cristiana e fecondità umana attorno a sé».

Due nuovi presbiteri saranno ordinati da mons. Boccardo. Al termine della Messa, prima della benedizione finale, l’annuncio dell’Arcivescovo: «L’8 dicembre prossimo, solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria, avrò la gioia di ordinare presbiteri i diaconi don Salvatore Ficarra e don Luca Gentili».

Terni – incontro di preghiera interreligioso per la pace. Mons. Soddu: “La preghiera, che abbiamo innalzato al Dio, sia per noi anche un ritorno, affinchè dalle nostre famiglie, dai nostri ambienti sappiamo essere veramente costruttori di giustizia e di pace”.

«Oggi, in questa piazza dedicata alla Pace, esprimiamo il nostro essere davanti a Dio e invocare da lui l’inestimabile valore della pace. Anche nella nostra città di Terni i responsabili delle religioni si sono riuniti per questo momento di incontro, in maniera comune, senza sincretismi, per rivolgere a Dio il comune desiderio di pace, il bene più grande per l’umanità».
Il vescovo Francesco Antonio Soddu ha così salutato le tante persone che si sono ritrovate nel tardo pomeriggio della domenica delle palme per l’incontro interreligioso di preghiera per la pace: sacerdoti diocesani, religiose, il sindaco di Terni Leonardo Latini, l’assessore alle politiche sociali Cristiano Ceccotti, tanti immigrati e giovani di varia provenienza, in rappresentanza della chiesa cattolica di Terni-Narni-Amelia, della chiesa evangelica metodista di Terni, l’imam centro culturale Islamico Terni El Hachmi Mimoun, padre Vasile Andreca della chiesa Ortodossa Rumena, padre don Andriy Maksymovych della chiesa Cattolica Ucraina, della comunità Baha’i di Terni, dell’istituto Buddista della Soka Gakkai, tutti insieme per la pace.
«Siamo raccolti per pregare per tutti i fratelli e sorelle la cui vita è in questo periodo segnata dal terrore, della guerra, da tante sofferenze e morte – ha proseguito il vescovo Soddu -. Il nostro pensiero va a quelle donne, anziani e bambini costretti a emigrare, a lasciare il paese dove sono nati e dove desiderano tornare a vivere, e a tutti quegli uomini che si ritrovano a combattere, ma nel loro cuore vorrebbero che tacessero le armi. Abbiamo davanti a noi tutto il popolo ucraino e tutti coloro che, insieme al popolo ucraino, invocano il dono della pace, forse sperata da anni. Con loro e per loro invochiamo l’infinita misericordia di Dio domandandogli di proteggere la loro vita, perché cessi la violenza e cominci un tempo nuovo di pace e di vita nuova».
I rappresentanti delle varie religioni hanno acceso il braciere della pace e sono stati letti bellissimi testi e preghiere, secondo le diverse tradizioni spirituali, di speranza e di pace, che hanno evidenziato come in tutte le religioni la pace sia un valore imprescindibile.
Un momento di silenzio in onore delle vittime di tutte le guerre ha preceduto l’intervento conclusivo del vescovo Francesco Antonio Soddu che ha ricordato l’incontro interreligioso dello Spirito di Assisi, voluto da papa Giovanni Paolo II, e i conflitti dimenticati sparsi nel mondo, che papa Francesco ha definito una terza guerra mondiale a pezzi.
«Se la guerra non viene a caso – ha concluso il vescovo – anche la pace non viene a caso. Questo significa che noi dobbiamo coltivare la pace, sempre dobbiamo adoperarci per la pace, a cominciare da ciò che lo spirito di Assisi ci insegnato a mettere in pratica, richiamando il poverello di Assisi, san Francesco, che non ha iniziato a predicare andando per il mondo, ma ha iniziato a migliorare se stesso, spogliandosi di tutto ciò che gli era pesante. Si liberò di tutto per diventare il costruttore della pace, iniziando dalla costruzione di se stesso. Ecco come possiamo essere costruttori di pace, possiamo essere artigiani di pace, pregando per la pace, ma adoperandoci affinché la preghiera non rimanga una pietra buttata nell’acqua ma, diventi un seme buono che cade nel nostro cuore e poi germogli in azioni concrete ad iniziare dalla nostra famiglia. Se la pace non c’è nel mondo e c’è la guerra, evidentemente, siamo stati causa di ribellione, causa di ingiustizia, perchè la guerra di fatto si costruisce sull’ingiustizia. Pertanto questa preghiera, che noi abbiamo innalzato al Dio, sia per noi anche un ritorno, affinchè dalle nostre famiglie, dai nostri ambienti sappiamo essere veramente costruttori di giustizia e di pace»
Nella domenica delle Palme il simbolo di pace del ramoscello d’ulivo è stato distribuito a tutti da parte dei giovani Scout. In conclusione tutti i presenti hanno letto la preghiera al Creatore tratta dall’Enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco.

Perugia – celebrata la Domenica delle Palme in una gremita cattedrale. Il cardinale Gualtiero Bassetti: «Gesù è la nostra vera pace»

«Vi invito con tutto il cuore a vivere con intensità questa Settimana Santa che ci prepara alla Pasqua. Immergiamoci pienamente in tutte le vicende che hanno segnato la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. E accanto a quelle di Gesù ci sono le sofferenze di tanti fratelli e sorelle ucraini calpestati nella loro dignità umana, particolarmente i bambini, le donne, gli anziani, i giovani». Con queste parole il cardinale Gualtiero Bassetti ha introdotto l’omelia della Domenica delle Palme, pronunciata nella cattedrale di San Lorenzo di Perugia dopo aver fatto memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme benedicendo i ramoscelli d’ulivo e guidando la processione dall’arcivescovado alla cattedrale, animata dai membri degli ordini cavallereschi di Malta e del Santo Sepolcro a cui hanno preso parte numerosi fedeli.

Verrà un giorno… Pensando a quanto di disumano sta accadendo in Ucraina, il cardinale ha detto con voce ferma: «Ricordiamoci che Dio è un Padre geloso, che chiederà conto a tutti delle sue creature. “Verrà un giorno…”, disse padre Cristoforo nel Promessi Sposi, ed io temo il giudizio di Dio quando il nostro comportamento delega da ogni insegnamento evangelico e dai comandamenti del Signore. Anche per tutti questi motivi viviamo a fondo gli eventi che segnano gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù».

Il trono della croce. «Oggi il Signore entra in Gerusalemme come un re, ma è diverso dai potenti di questo mondo: regna da un trono, che è la croce. Non vince con gli eserciti e le alleanze. Le sue parole sono chiare: “Chi è il più grande fra voi diventi come il più piccolo e chi governa, come chi serve”. Non erano parole di comodo, bastarono poche ore e Gesù portò sulla sua carne, alle estreme conseguenze, queste affermazioni».

Le parole di una catechista. Bassetti ha proseguito l’omelia raccontando la sua esperienza in una parrocchia: «Mi sono commosso, tempo fa, ascoltando una brava catechista, una mamma, che spiegava con parole semplici ai suoi ragazzi la Passione di Gesù, più o meno con queste espressioni che mi sono rimaste impresse: “Cari ragazzi, c’era un uomo buono che parlava del Vangelo. In tanti accorrevano ad ascoltarlo. Ad un certo punto i potenti decisero che aveva parlato troppo e che troppe persone stavano a sentirlo; presero quindi la decisione di farlo tacere… Quell’uomo, dopo essere stato rivestito per burla, con gli abiti da re, fu torturato, schiaffeggiato, coronato di spine. Poi fu condotto fuori della città, verso una collinetta chiamata Golgota e fu inchiodato sulla croce con due ladri. Su quella Croce quell’uomo buono morì. Si chiamava Gesù e veniva da Nazareth. Quella morte fu ingiusta”, concluse la catechista».

La morte è sempre ingiusta. «La morte, ogni vita tolta – ha commentato il cardinale –, è sempre ingiusta, anche dopo i crimini più brutti».

I bambini comprendono. Il presule si è poi posto questa domanda: «Chi è in grado di comprendere Gesù? Io mi sono posto tante volte questa domanda e pensando ai bambini che accolgono Gesù mentre entra a Gerusalemme, forse sono proprio loro che lo comprendono più di noi adulti, perché ne colgono la profondità del suo messaggio: “Se non diventerete come bambini, non potete entrare nel Regno dei Cieli”. È quello che succede a Pietro nell’orto degli ulivi, quando si mette a piangere come un bambino. È allora che comincia a capire davvero sé stesso e noi siamo come lui».

Prendere in mano il Vangelo. «Dobbiamo tutti, all’inizio di questa Settimana Santa, rientrare in noi stessi. Cerchiamo di diventare uomini e donne, veri, sinceri e onesti come Pietro. Decidiamo con forza di cambiare vita. Prendiamo in mano il Vangelo e facciamo, soprattutto in questi giorni, compagnia a Gesù».

Terribilmente fragili. «Il ramoscello d’ulivo che abbiamo in mano sia davvero un segno di pace – ha auspicato Bassetti –, che ci ricorda continuamente che il Signore vuole la pace. L’ulivo ci accompagnerà nelle nostre case per ricordarci quanto Gesù ci vuole bene, perché abbiamo bisogno di dircelo concretamente e continuamente altrimenti anche noi rischiamo di cadere, perché siamo terribilmente fragili. Ricordiamo l’insegnamento della catechista ai bambini e ricordiamo soprattutto che Gesù è la nostra vera pace».